Cannes 2026 si avvia alla chiusura: i film più acclamati dai critici, le standing ovation record, i flop, le polemiche politiche.
Dalla quaterna di maestri ritrovati (Pawlikowski, Mungiu, Hamaguchi, Zvyagintsev) alle bidding war di Club Kid e La Bola Negra, fino al caso Bolloré e all'assenza italiana: il resoconto della 79ª edizione in attesa della Palma d'Oro.
[di Alex M. Salgado]
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| Fatherland: Sandra Huller, Hanns Zischler |
C'è stato un anno, sulla Croisette, in cui il rumore si è abbassato.
Niente blockbuster americani. Niente caroselli di star. Frémaux lo ha ammesso lui stesso, in apertura: meno Hollywood, meno fragore, meno wattaggio glamour. E ti aspetteresti di archiviare la 79ª edizione come pratica burocratica. Invece no.
Ogni tanto succede che, mentre il rumore si abbassa, comincia a sentirsi qualcos'altro. Le voci dei film che non avevano bisogno di urlare.
Quattro grandi maestri tornano. E spaccano.
Pawel Pawlikowski era atteso da anni. È tornato con Fatherland: il viaggio di Thomas Mann e di sua figlia Erika, una Sandra Hüller in stato di grazia, dall'Ovest all'Est della Germania post-bellica. Variety ne ha parlato come di un film "elegante, argenteo": fotografia di Łukasz Żal, quella maniacalità che sa di vino fine.
Cristian Mungiu è uscito dalla Romania per la prima volta e ha girato Fjord in Norvegia, con Sebastian Stan e Renate Reinsve (clicca qui per l'approfondimento). Dodici minuti di applausi: la più lunga ovazione della prima settimana.
Ryusuke Hamaguchi ha portato All of a Sudden: tre ore e un quarto, due donne che parlano. Solo questo. Jessica Kiang su Variety lo ha definito un miracolo discreto, un film che ti lascia "leggermente riparato rispetto a come eri prima".
E poi il ritorno più sorprendente: Andrey Zvyagintsev, esiliato dalla Russia, ha girato Minotaur in Lettonia. Variazione su Chabrol, La Femme infidèle, declinata in chiave di Russia in guerra. Il regista di Loveless era quasi morto di Covid nel 2021. È tornato per dirci che il mondo è cambiato, e bisogna recuperare il tempo.
L'America non era a casa, e Hollywood ha fatto pace lo stesso
James Gray è americano, ma a Cannes lo trattano da francese. Paper Tiger, con Adam Driver, Miles Teller e Scarlett Johansson, è stato accolto come la risposta contemporanea a Sidney Lumet. Dieci minuti di applausi: Gray ha provato a far entrare la Johansson nell'ovazione via FaceTime, dato che non era in sala, ma lei non ha risposto.
Ira Sachs ha portato The Man I Love, dramma newyorkese degli anni Ottanta. Rami Malek interpreta Jimmy George, performance artist che combatte l'AIDS. "Piccolo, delicato, disarmante": e basta così per chiudere la bocca a chi snobbava Malek.
Poi il colpo basso che nessuno aspettava. Club Kid. Debutto di Jordan Firstman, sì, quello delle imitazioni virali su Instagram. Storia padre-figlio camuffata da farsa drogata sulla scena queer newyorkese. A24 lo ha comprato a 17 milioni di dollari. Sette minuti di applausi, Cara Delevingne in lacrime. Cannes ti ricorda così, ogni tanto, che il cinema non è prevedibile.
La Spagna prende la Croisette
Tre film in concorso. Stessa lingua, tre temperature diverse.
Pedro Almodóvar è tornato con Amarga Navidad (Bitter Christmas), uno dei papabili per la Palma (clicca qui per l'approfondimento). Si è presentato in conferenza stampa con la spilla Free Palestine sul bavero, parole pesanti su Trump ("l'Europa non deve essere mai subordinata") e sugli Stati Uniti definiti "non una democrazia". Il cinema, quando è grande, non lascia mai a casa la politica.
Rodrigo Sorogoyen ha portato The Beloved con Javier Bardem nei panni di un regista in tournée nel deserto spagnolo, intento a giocare al gatto col topo con la figlia attrice. Recensioni cariche: per Bardem si parla di prova da carriera. (clicca qui per leggere l'articolo)
E poi la sorpresa. Venti minuti di standing ovation: il record del festival è andato a La Bola Negra di Los Javis, Javier Calvo e Javier Ambrossi, con Penélope Cruz e Glenn Close. Triplo binario attorno a un romanzo perduto, immaginato, di Federico García Lorca. Tre uomini, tre epoche: 1932, 1937, 2017. Il filo: la repressione queer, dal franchismo a oggi. Quando le luci si sono accese, Calvo e Ambrossi piangevano sul palco: "Novant'anni fa Lorca è stato ucciso dal fascismo perché era gay. A chi pensa che faremo passi indietro sui diritti LGBT: siamo qui per restare." A24, Mubi e Netflix sono in guerra per i diritti USA.
E poi i flop. Perché ce ne sono sempre.
Hirokazu Kore-eda è inciampato: Sheep in the Box ha collezionato sulla Screen Jury Grid un 1.4 su 4, punteggio che oltre il disappunto, segnala il disinteresse. Asghar Farhadi non se la passa meglio: Parallel Tales, con Catherine Deneuve e Isabelle Huppert, fermo a 1.7. Sette minuti di applausi di cortesia, recensioni cortesemente glaciali. (clicca qui per leggere le dichiarazioni del regista a Cannes)
L'apertura, poi. The Electric Kiss di Salvadori, liquidato come "un divertissement per chi non aveva piani per cena". Cannes apre con un film francese minore da almeno dieci anni: una tradizione, ormai, che nessuno discute più, e forse è proprio quello il problema.
La politica entra in sala
Quest'anno il cinema ha parlato di Palestina. Almodóvar non è stato l'unico: Bardem ha nominato Trump, Putin e Netanyahu come modelli di mascolinità tossica; Hannah Einbinder ha invitato i colleghi a parlare anche a costo del blacklisting. Paul Laverty, sceneggiatore storico di Ken Loach e membro della giuria, ha aperto il festival puntando il dito: "Vergogna su chi ha messo all'indice Susan Sarandon, Javier Bardem, Mark Ruffalo per le loro posizioni su Gaza." (clicca qui per leggere le dichiarazioni di Paul Laverty)
E poi c'è stato il fronte interno. Il fronte francese. Il magnate Vincent Bolloré possiede Canal+ e Studiocanal, in pratica, l'ossatura industriale del cinema francese. Da anni l'industria lo accusa di trascinare il settore verso la destra radicale. La miccia è scoppiata quando il CEO di Canal+ Maxime Saada ha dichiarato di non voler più lavorare con chi avesse firmato una petizione critica verso il suo gruppo. Risposta: 600 firme iniziali sono diventate 3.500. Bardem, Ruffalo, Ken Loach, Yorgos Lanthimos hanno aderito. Per dieci giorni, il logo di Canal+ è stato fischiato nelle proiezioni di gala. Cannes 2026 si è scoperta politica anche quando non voleva esserlo.
E l'Italia? Sotto i radar, ma c'è. (Quasi.)
Diciamolo senza ipocrisie. Nel concorso ufficiale, registi italiani: zero. Cannes rifiuta il cinema italiano. Tax credit nel limbo, produzioni in stallo, una generazione che fatica a sfondare oltre confine. (clicca qui per leggere l'approfondimento)
Eppure tracce ci sono, e qualcuna fa rumore. Roma Elastica, alla Mezzanotte, è la macchina del tempo di Bertrand Mandico verso la Cinecittà degli anni Ottanta: Marion Cotillard e Noémie Merlant nel cast principale, ma intorno una pattuglia che fa Italia sul serio, Isabella Ferrari, Ornella Muti, Franco Nero, Maurizio Lombardi, Michele Bravi, Tea Falco. Co-produzione con RAI Cinema, finanziamento regionale e Roma Lazio Film Commission in prima fila. Girato negli studios di Cinecittà con set ricostruiti a Roma: quando la Croisette porta sul tappeto rosso un film prodotto anche con i denari del nostro territorio, qualcosa vorrà pur dire.
C'è poi Fatherland di Pawlikowski, co-prodotto da Our Films di Lorenzo Mieli e Mario Gianani. Erri De Luca con un cammeo in A Woman's Life (clicca qui per leggere l'approfondimento). Laura Samani in giuria a Un Certain Regard. Margherita Spampinato premiata Women in Motion per Gioia Mia (clicca qui per leggere l'articolo). Non è la pioggia. Sono le gocce. Ma le gocce, in cinema, certe volte fanno la differenza.
Quello che resta
Mancano poche ore alla cerimonia di chiusura. Questa sera, dal palco del Palais, la giuria di Park Chan-wook, Demi Moore, Chloé Zhao, Stellan Skarsgård, Paul Laverty, dirà chi alza la Palma. Barbra Streisand riceverà la Palma onoraria in absentia: presenterà il premio Isabelle Huppert.
E noi resteremo qui, a chiederci se questa edizione "sottovoce" sarà ricordata per la sua quiete, o per quei pochi film che hanno avuto il coraggio di parlare a voce normale mentre tutti urlavano. Fatherland, All of a Sudden, Paper Tiger, Minotaur, La Bola Negra, Amarga Navidad: forse il futuro si scriverà a partire da questi.
Il cinema, ogni tanto, sa ancora fare così. Abbassa la voce. E ti costringe ad ascoltare.
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