Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la recensione. 22 anni dopo, Tarantino riunisce i due volumi in un solo film. Era necessario? Sì, non solo per noi
Tarantino rimonta i due volumi nella versione 'definitiva' attesa da ventidue anni. Quattro ore e tredici. Un intervallo. Del sangue arterioso che fino a ieri vedevamo in bianco e nero. E una domanda che ti accompagna fuori dalla sala: era proprio necessario?
[di Massimo Righetti]
Avvertenza per chi ha vissuto sotto un tappeto giapponese dal 2003: questa recensione spoilera abbondantemente. In realtà tutti stanno spoilerando. Però nel dubbio avvisiamo.
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Diciamolo subito: lo conosciamo a memoria. Tutti. I due volumi, scuciti da Harvey Weinstein nel 2003 per ragioni di cassa, sono entrati nel canone in versione doppia. Adesso Quentin Tarantino li ricuce. Si chiama The Whole Bloody Affair. Ventidue anni di attesa. E la domanda, onesta, è una sola.
Serviva?
Serviva.
E adesso vi spiego perché, ma anche perché anche no.
Cominciamo da quello che cambia. Spoiler ridondante: cambia meno di quanto i comunicati stampa lascino intendere, e più di quanto un fan distratto noterebbe.
Sparisce il proverbio Klingon. Quello sulla vendetta servita fredda. Tarantino, ventidue anni dopo, deve aver pensato che citare Star Trek per aprire un film sulla vendetta giapponese fosse un'idea da nerd in secondo liceo. Al suo posto, una dedica a Kinji Fukasaku, regista di Battle Royale e padre putativo di tutto questo cinema. Piccolo gesto. Grande gesto. Già qui capisci che The Whole Bloody Affair non è una versione più lunga di Kill Bill. È una versione più sincera.
Veniamo alla Casa delle Foglie Blu. Quella sequenza. Quella in cui la Sposa fa a pezzi gli ottantotto folli e, nella versione che abbiamo amato per ventidue anni, a un certo punto vira al bianco e nero, perché la MPAA disse a Tarantino che troppo sangue rosso voleva dire NC-17, e nessuno voleva un NC-17. In The Whole Bloody Affair il sangue resta rosso. Tutto rosso, tutto a colori, tutto inutilmente carnale come Tarantino lo aveva immaginato nel 2003. Bello, davvero. Ci sono voluti ventidue anni perché un sangue tornasse del colore giusto. C'è anche qualcosa di buffo, certo, ma fingiamo di non averlo notato.
Poi c'è la sequenza anime estesa. Sette minuti e mezzo nel capitolo L'origine di O-Ren: un duello con un killer dai capelli lunghi vestito di bianco, quello che aveva ucciso il padre di O-Ren e poi era sparito dal film, lasciando i fan a teorizzare per due decenni che fosse un giovane Bill. Non lo era. Tarantino vi avvisa: ragazzi, era solo un cattivo qualunque, smettetela. Lo studio è Production I.G., gli stessi di Ghost in the Shell. La sequenza è splendida.
E qui apriamo una piccola parentesi onesta. Tra gli otto minuti di anime originali e i sette e mezzo aggiunti adesso, il backstory di O-Ren Ishii arriva a un quarto d'ora di film. Quindici minuti dedicati a un personaggio che esce di scena a metà. Nel frattempo, Vernita Green ha tre frasi, Elle Driver ha un occhio, Budd ha una bara. È sproporzionato? Lo è. I fan americani lo hanno fatto notare il giorno dopo l'uscita. Ma chi scrive è sempre stato perdutamente innamorato di Lucy Liu, e dunque non ha alcuna intenzione di firmare la petizione. Quindici minuti di Lucy Liu in versione animata sono quindici minuti di Lucy Liu in versione animata. Tarantino perdonato. Caso chiuso. Andiamo avanti.
Arriviamo al colpo da chirurgo. Quello sì, narrativamente, è il vero gesto del regista. Sparisce il cliffhanger alla fine del primo tempo, quello in cui Bill chiedeva a Sofie "Sa che sua figlia è ancora viva?". Sparisce anche il monologo bianco-e-nero che apriva il secondo. Risultato: la Sposa scopre che B.B. esiste insieme a noi. Non prima. Non dopo. Insieme. E il film, finalmente, smette di essere ironico-drammatico e diventa, per un istante, soltanto drammatico. Bello, anche se confessiamolo, quel cliffhanger era uno dei più riusciti del cinema americano recente, e vederlo sparire fa un po' male. Come buttare via il vecchio divano: era ora, sì. Però era comodo.
E c'è Michael Madsen. Qui bisogna fermarsi. Perché è morto la scorsa estate, perché era uno dei più grandi del cinema americano degli ultimi quarant'anni, e perché tutte le sue scene in The Whole Bloody Affair sono dei piccoli capolavori di scrittura attoriale. La frase che pronuncia a Bill, dentro la sua roulotte, davanti a una birra, parlando della Sposa che sta tornando, è la cosa più sintetica e disperata che il film offra:
"Quella donna merita la sua vendetta. E noi meritiamo di morire."
E dopo una pausa che vale quanto la battuta, aggiunge che in fondo, anche lei se lo merita. Detto da chiunque altro sarebbe una citazione da maglietta. Detto da Madsen, con quel mezzo sorriso da uomo che ha già fatto pace con la propria sentenza, diventa una delle frasi più tristi del cinema contemporaneo. È una scena che avremmo rivisto ancora. E ancora. E ancora. Ma Madsen, la scorsa estate, è morto. E adesso quella scena è anche un congedo. Ecco, anche solo per questo, TWBA serviva.
Adesso però siamo onesti.
Quentin Tarantino dice che The Whole Bloody Affair è "la versione che ho sempre voluto". Lionsgate la vende come la versione mai vista prima. Ed è vero. Però è anche vero che la versione mai vista prima è soprattutto la versione che ricordavamo, leggermente ricucita, con qualche sangue in più e qualche cliffhanger in meno. Non è un altro film. È lo stesso film, con un montaggio più educato, una memoria più precisa, e un budget di marketing che valeva la pena di spendere. È, perdonate la metafora, il vinile rimasterizzato di un disco che avevamo già imparato a fischiettare. Però con la copertina lucida. E i bonus track. E un libretto interno che spiega cose che già sapevamo.
E allora? Era proprio necessario?
Chi ama Kill Bill esce dalla sala felice. Pienamente, beatamente felice. Perché vedere la Casa delle Foglie Blu a colori sul grande schermo vale il biglietto e l'intervallo. Perché Michael Madsen, Michael Parks e David Carradine, tutti e tre ormai dall'altra parte, sono ancora lì, vivi, sospesi nella loro versione migliore. Perché Uma Thurman, in tuta gialla, resta uno dei pochissimi miti veri che il cinema americano abbia prodotto in questo secolo. Perché Lucy Liu in versione anime è Lucy Liu in versione anime, e non c'è altro da aggiungere.
Per tutti gli altri, andate al cinema lo stesso. Anzi: soprattutto voi. Perché la Sposa torna intera per quattro ore e tredici minuti, su uno schermo grande quanto basta a farvi capire perché ci siamo innamorati di questo film.
E perché certe cose, sangue rosso, sala piena, Tarantino integrale, capitano una volta sola.
Buona vendetta.
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