L'Odissea di Nolan: recensione. Benvenuti nel club dell'età del bronzo (con qualche riserva sul finale)
L'Odissea di Christopher Nolan (2026): recensione del film-saggio con Matt Damon. Filologia magistrale, finale in prestito. Voto 3,5/5.
Note a margine di un film-saggio che ci ha convinti quasi tutti, tranne che nel finale. Attenzione: seguono spoiler pesanti come i pugnali di Micene.
[di Massimo Righetti]
Prima cosa, perché uno avvisato è mezzo salvato: qui dentro si spoilera senza pietà. Anche, soprattutto, il finale. Chi vuole ancora arrivare in sala vergine di trama chiuda la pagina, ci vediamo tra qualche giorno. Chi resta, si allacci la cintura.
Ecco la scena. Barca. Tramonto arancio da cartolina della Costiera. Ulisse e Penelope, in piedi a prua, che guardano l'orizzonte con la faccia beata di chi ha appena finito un ritiro yin-yang ad Anacapri. Manca solo che uno dei due urli "I'm the king of the world". O, variante 2026, che la barista di Marina Piccola chieda se lo spritz lo vogliono con Aperol o Campari. Così finisce, dopo venticinque secoli, l'Odissea. Christopher Nolan ha girato tre ore e passa di film-saggio filologico, e alla fine ci mette il tramonto. Ci arriveremo. Prima parliamo del resto, perché il resto è molto.
Non è una recensione: è la tessera d'iscrizione al club dell'età del bronzo
Negli ultimi dieci giorni abbiamo letto recensioni su recensioni dell'Odissea di Nolan. Alcune bellissime, per la verità. Altre così scandalizzate dalle armature scure da sembrare scritte dal costumista dell'ultimo peplum girato a Cinecittà nel 1962, con Steve Reeves in canotta e i pugnali di plastica argentata. In ogni caso non c'è motivo di scriverne un'altra sperando di guadagnarmi il 6 in pagella nell'olimpo dei recensori cinematografici.
C'è però un motivo per parlarne in modo diverso. Perché nel frattempo, come da manuale della civiltà digitale, sui social è successa la cosa più prevedibile del mondo: siamo diventati tutti esperti di Omero e dell'età del bronzo. Chi non aveva mai sentito la parola "Ahhiyawa" adesso la scrive con la doppia acca senza incertezze. Chi confondeva la Lineare B con la Metro B di Roma adesso dibatte se davvero l'abbiano decifrata Ventris e Chadwick. E allora, tanto vale entrare anche noi nel club. Con la tessera con lo sconto per l'ingresso al Salone del Libro di Torino.
Il marito che è uscito a comprare il latte
Diciamocelo. La trama dell'Odissea, tolti gli dei e le similitudini, è la storia di un tizio che è uscito a comprare il latte al supermercato sotto casa e si è ripresentato vent'anni dopo con una scusa complicatissima. "Tesoro, non ci crederai, ho incontrato una ninfa - sette anni fa, però - e poi c'era un gigante con un occhio solo - lunga storia - e insomma il traghetto era in ritardo, tu piuttosto, che hai fatto in questi vent'anni? Uh, ci sono ospiti? Belli chi sono?"
L'unica differenza con il marito che scende a comprare le sigarette e riappare a Bangkok è che il marito non si porta a casa venti secoli di letteratura occidentale. Ma il principio è lo stesso, e il Matt Damon di Nolan sembra averlo capito benissimo. Il suo Ulisse ha esattamente lo sguardo di chi sta preparando una spiegazione lunghissima davanti alla porta di casa, con il cappotto che sa di pesce, e la vaga speranza che la moglie non abbia già cambiato la serratura.
Le armature "sbagliate" di Nolan sono sbagliate solo se avete studiato poco
Prima obiezione dei puristi da divano: le armature nel film sono troppo scure, troppo Batman, troppo Zack Snyder. Sono sbagliate. Peccato che nessun purista si sia posto la domanda importante: sbagliate rispetto a quale Odissea?
Perché il poema che leggiamo a scuola non è un documento etnografico girato in presa diretta nel 1200 avanti Cristo. Sotto, il tardo bronzo miceneo, i wanax, Cnosso, Pilo, Micene. Sopra, la redazione dell'VIII secolo. In mezzo, quattro secoli bui in cui i cantori proiettano sul passato gli oggetti del proprio presente.
Nolan sceglie il primo strato, il tardo bronzo, ed è la scelta più difficile di tutte, perché di quel mondo abbiamo solo cocci, pugnali di bronzo annerito e i lavori di un archeologo di Washington che si chiama Eric Cline. Il suo 1177 a.C. Il collasso della civiltà è la bibbia che tutti hanno letto tranne quelli che poi hanno urlato allo scandalo. Lì compaiono, tra le altre cose, i famosi pugnali micenei lavorati a niello: la lega di bronzo, oro, argento e zolfo restituisce, in effetti, superfici scurissime. Quando i giornalisti hanno chiesto conto delle armature nere del film, Nolan ha citato il niello miceneo. È probabile che qualcuno del team costumi si sia laureato in archeologia egea. È anche possibile che si sia laureato solo in Batman Begins. Non è escluso che abbia fatto entrambe le cose contemporaneamente.
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Ahhiyawa e i Popoli del Mare (che eravamo noi)
Il pezzo grosso della scommessa storiografica del film, comunque, non sta nelle armature. Sta in una frase, verso la fine, quando Ulisse confessa a Penelope una cosa che nessun film sull'Odissea aveva mai avuto il coraggio di dire: che i Popoli del Mare, quelli che le iscrizioni del faraone Merneptah a Karnak descrivono mentre travolgono l'Egitto e mandano in rovina il Mediterraneo intorno al 1200 avanti Cristo, eravamo, in buona parte, noi. Cioè i greci. Cioè i reduci di Troia che, tornando a casa, hanno scoperto che a casa non si torna, e sono rimasti a scorazzare in mare a bruciare porti.
L'ipotesi non se l'è inventata: viene da Cline e dagli archivi ittiti, dove compare un popolo, gli Ahhiyawa, che a voce alta suonano proprio come Achei. Indizi, insomma. Prove no. Gli studiosi restano cauti.
Nolan, che non è uno studioso ma un regista, si prende la libertà del narratore: sceglie una tesi e la porta in scena. E la porta in scena mettendola in bocca a Ulisse stesso, che è la persona più autorevole della storia occidentale per pronunciare quella frase. Siamo noi che abbiamo distrutto il mondo. Non i barbari. Non i mostri del mare. Non gli dèi. Noi. E ora torniamo a casa a fingere che il mondo sia ancora lì ad aspettarci, mentre i reduci si specchiano nel mare in cerca del nemico, e il nemico che vedono ha la loro stessa faccia.
L'ospitalità come sistema operativo
Il libro di Cline spiega il collasso del 1200 avanti Cristo come un collasso di sistema. Un mondo globalizzato ante litteram, rame da Cipro, stagno dall'Asia centrale, matrimoni dinastici, grano da esportare, così interconnesso che il cedimento di alcuni nodi ha trascinato giù tutto il resto. Nolan traduce questa teoria dei sistemi in una parola che l'Odissea gli offre già confezionata: xenia. Ospitalità.
L'Odissea, se ci si pensa, è tutto un catalogo di ospitalità violate. Polifemo divora gli ospiti invece di sfamarli. I Proci divorano la casa che li ospita. I Lestrigoni trattano gli ospiti come selvaggina. Calipso ospita Ulisse trattenendolo contro voglia, che nel diritto arcaico è violazione tanto quanto divorarlo (ecco perché Zeus, garante di quell'ordinamento, la costringe a mollare la presa). Il ritorno stesso di Ulisse è, in fondo, il ripristino violento di un istituto giuridico che i Proci hanno violato.
Al vertice di questo sistema, come si scopre solo nel finale, c'è la violazione originaria: il cavallo di Troia. Un dono, dice Ulisse, che i troiani hanno accolto in casa. Un gesto di scambio ospitale trasformata in arma. In termini di xenia, il capolavoro di astuzia che ha vinto la guerra è il crimine perfetto: il patto sacro tra le genti usato come, è il caso di dirlo, cavallo di Troia. Da lì, la violazione si propaga come una peste. Il commercio muore, le rotte non sono più praticabili, i palazzi crollano. Il collasso della civiltà come conseguenza di un collasso normativo. Venticinque secoli di ammirazione per l'astuzia odissiaca vengono rivoltati come un calzino: da capolavoro d'ingegno, il cavallo diventa peccato originale.
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Ulisse/Oppenheimer: il trucco di un solo uomo
Perché nella grande scena finale, Ulisse ancora in incognito, separato da Penelope da un paravento che ricorda pericolosamente un confessionale, l'eroe finalmente ammette che il cavallo di Troia è stato l'origine del disastro. E dice una frase secca: "è stata l'idea di un solo uomo". Non c'è modo di non sentire, in quella frase, la voce di un altro personaggio di Nolan.
L'Oppenheimer del film di tre anni fa, quello che ha inventato la bomba e si è accorto troppo tardi che non c'era modo di rimetterla nella scatola. Anche lì, l'idea di un solo uomo che spezza per sempre un equilibrio del mondo. Anche lì, la vittoria che non si riesce a chiamare vittoria. Anche lì, l'ingegno umano riletto come il grande generatore del male.
Ulisse come Oppenheimer dell'età del bronzo è una tesi profonda, ed è la vera scommessa filosofica del film. Il polymetis omerico, l'uomo dai molti pensieri celebrato per venticinque secoli per il suo ingegno, si ritrova con un solo pensiero che non lo molla più: che l'intelligenza, quando funziona davvero, non salva. Anzi, spesso è la prima cosa a spezzare il mondo. Nolan ci sta chiedendo di aver paura del suo eroe come si aveva paura, giustamente, del fisico di Los Alamos che aveva capito troppo bene la natura. È la vertigine morale del film, e la scena del paravento la lascia sospesa lì, come una domanda che nessuno vuole raccogliere. Il film smette di essere un adattamento e diventa un saggio. Un saggio girato in IMAX 70mm, ma pur sempre un saggio.
Il senso di colpa si è vestito da dea
Prima di parlare delle cose che non tornano, perché ce ne sono, poche ma sostanziose, mi fermo un momento su una che invece funziona da paura. Anzi, di più. È il colpo di genio del film. E vale l'intero biglietto.
Nolan fa fare a Zendaya due parti. La prima, quella nota, è Atena. La seconda, per pochi minuti terribili, è Cassandra: la profetessa troiana violentata e uccisa dentro il tempio della dea durante il sacco della città. La scena non sta nell'Iliade né nell'Odissea. Sta in un altro poema del ciclo troiano, chiamato Iliou Persis, di cui abbiamo pochi frammenti scampati al naufragio dei secoli. Che Nolan ci sia andato a pescare merita un applauso a scena aperta.
Ma il vero colpo di genio arriva dopo. Perché l'Atena che accompagna Ulisse per tutto il film, che gli parla, che lo guida, che lo consola, non è mai stata una dea. È un'allucinazione. È il volto di Cassandra, che Ulisse ha visto morire sotto i propri occhi nel tempio, e che il suo subconscio di reduce ha trasfigurato in una divinità. La vittima si è trasformata in giudice. E che giudice: la dea della sapienza e della guerra, quella che non ti puoi nemmeno permettere di non ascoltare.
Il senso di colpa che si veste da dio. È esattamente il modo in cui i greci raccontavano i traumi, e li raccontavano meglio di come li raccontiamo noi: il dio che interveniva nella testa dell'uomo era il modo arcaico per dire cosa stava succedendo dentro all'uomo. Nolan fa l'operazione inversa, mostra l'uomo che, per reggersi in piedi, ricrea il dio, una forma che il dolore si dà per farsi sopportare. Il mito, sotto gli esametri e gli epiteti fissi, è sempre stato un'infermeria travestita da tempio. Le divinità sono le maschere che si mette in faccia il ricordo delle persone che abbiamo lasciato indietro, quando non riusciamo più a chiamarle per nome.
Polifemo, il Saturno di Goya e la freccia di troppo
Detto tutto questo, e detto veramente con ammirazione, qualcosa non torna. Poche cose, ma non tornano.
La prima è Polifemo. Nel film il ciclope è girato con una regia che sembra uscita direttamente dalla pittura di Goya: quando afferra i compagni di Ulisse è, sostanzialmente, un Saturno che divora i suoi figli. È una citazione visiva di enorme potenza, forse la sequenza più bella dell'intero film. Il problema non è quello che c'è. È quello che manca.
Manca il discorso di Nessuno. Manca quel gioco di parole magistrale — il mio nome è Nessuno: così, quando griderai che Nessuno ti sta uccidendo, nessuno verrà — che è il centro semantico dell'episodio del ciclope nel poema di Omero. Un uomo che disarma un mostro con la lingua. Ma inspiegabilmente Nolan lascia fuori dalla porta, come si fa con i testimoni di Geova, il gesto più nolaniano che ci sia, un cervello contro una forza, una parola contro un braccio. E al posto suo, cosa arriva? L'Ulisse ormai in salvo, uscito dalla grotta, che scocca una freccia gratuita che colpisce il ciclope quando ormai non serviva più a niente.
Una scelta con la sua coerenza teorica, va detto: è l'hybris del reduce che non sa smettere di combattere, il ritratto clinico che Jonathan Shay fa di Ulisse in Odysseus in America: Combat Trauma and the Trials of Homecoming. Ma quella freccia, scoccata a un mostro ferito, ormai indietro, ormai innocuo, è violenza gratuita, e nient'altro. Non serve a niente. Non risolve nulla. Non ha una ragione, né narrativa né poetica. Fa male, e basta. E l'Ulisse che noi amiamo, quello che vinceva con la testa contro chi aveva solo braccia, in quella scena semplicemente scompare, e al suo posto resta un uomo che continua a colpire perché non sa più fare altro. Un reduce che nemmeno la fuga sazia. Non è un piccolo dettaglio: è un cambio di paradigma etico dell'eroe.
La Lineare B che brucia (e il re impuro che deve ripartire)
Prima di arrivare al tramonto, due cose vanno dette. La seconda spiega perché a quel tramonto ci arriviamo.
Prima cosa, breve. Il film racconta che con i palazzi brucia anche la Lineare B, la scrittura dei micenei, e che questa storia sopravviverà solo nei canti degli aedi, finché qualcuno, un giorno, non riscoprirà come si scrive. È esatto: la Lineare B era una scrittura da magazzinieri, non da poeti, e quando i palazzi crollano brucia con loro, perché non serviva ad altro. Bisognerà aspettare l'VIII secolo per l'alfabeto fenicio, e il 1952 per Michael Ventris e John Chadwick, che quella scrittura la decifrano davvero. L'intero cammino del mito, dagli aedi ciechi ai filologi di Cambridge, Nolan lo condensa in cinque righe di sceneggiatura che pesano trenta secoli.
Seconda cosa, che porta dritta alla barca. Ulisse, dopo il massacro dei Proci, viene condannato all'esilio. In Omero, ricordiamolo, la vendetta è giusta e divinamente ratificata: nel libro XXIV Atena stessa impone un'amnistia col fulmine di Zeus, chiudendo la faida con un deus ex machina che già i filologi alessandrini guardavano con sospetto. Ma senza Atena, resta solo una faida di sangue che va chiusa con mezzi umani. E il mezzo umano, nel mondo arcaico, è l'esilio. Nolan non se lo inventa: la variante esiste in Apollodoro e in Plutarco, con Neottolemo, figlio di Achille, chiamato ad arbitrare la faida e a condannare Ulisse all'esilio.
E quindi, condannato per il sangue versato, Ulisse deve ripartire. Ecco. Il problema, adesso, non è più se riparte. È come Nolan sceglie di farlo ripartire.
Poi però ci sono lo spritz e le olive
E arriviamo al tramonto. Alla barca. Ai due signori che si allontanano verso l'orizzonte.
Perché lo dico, e me ne prendo la responsabilità: quella scena non mi va giù.
In tutta la tradizione, Omero, la Telegonia, perfino Dante nel canto XXVI dell'Inferno, con quel folle volo oltre le Colonne d'Ercole, che né dolcezza di figlio né pietà di vecchio padre né debito amore poterono trattenere, Ulisse riparte solo. Sempre solo. È una delle cose più belle, e più dolorose, della sua storia: un uomo che non riesce a stare a casa sa che se resta a casa muore un po', e allora torna a rincorrere il mare. Nolan invece lo fa ripartire con Penelope. E fin qui, si può dire: è una scelta, discutibile ma legittima.
Solo che quella scelta, gira gira, te la ritrovi filmata come il tramonto arancione di Titanic. Con la coppia in silhouette a prua, la musica che sale, e la sensazione fortissima che tra qualche minuto arriveranno le pizzette al taglio dell'aperitivo.
Il problema non è che il finale sia sbagliato, filologicamente. È che è troppo giusto. Troppo composto. Troppo pacificato. Nolan aveva costruito un uomo che non riesce a chiamare vittoria la sua vittoria, un Oppenheimer dell'ingegno, un reduce che nemmeno la reggia riesce più a contenere. E poi lo rimette in mare con la moglie, in una vacanza premio, come se tutto quello che aveva detto un minuto prima, siamo noi i Popoli del Mare, siamo noi che abbiamo distrutto il mondo, si potesse riassorbire con una crociera. Come se il crollo dell'età del bronzo si smaltisse in un all-inclusive. Ulisse-Oppenheimer prende il congedo e va in vacanza. Non è la fine dell'Odissea. È la fine del film.
L'Odissea, forse, è un poema che non sopporta lieti fini perché non racconta un ritorno, ma il fallimento strutturale di ogni ritorno. E il vero regalo che Nolan poteva farci, dopo averci convinti per tre ore che quest'uomo non poteva più tornare a casa, era di credergli fino in fondo. Di lasciarlo andare via da solo, contro Penelope che lo pregava di restare, come nella profezia di Tiresia, come in Dante. Di credere alla propria tesi.
Invece ci ha regalato un tramonto. È bello, per carità. Ma è un tramonto in prestito.
E però adesso basta. Smetto di fare il letterato da divano esperto di età del bronzo e torno a essere quello che tre ore prima si era seduto in sala. Cioè uno spettatore. Uno spettatore che si alza dalla poltrona con la testa piena di immagini che non se ne vanno più via: l'armatura di Agamennone, il Polifemo di Goya, il paravento del confessionale, l'occhio di Zendaya che passa da Cassandra ad Atena e ritorno. Nolan può fare tutti i finali da Titanic che vuole. Quelle immagini restano lì, e restano bellissime.
Poi esco dal cinema e vado a farmi l'aperitivo a Cielo, a Maccarese. Piedi nella sabbia, un bicchiere in mano, il mare davanti. E se all'orizzonte, verso il tramonto, mi sembra di intravedere una barca a vela con due sagome a prua, con lo spritz e le olive che li aspettano in cabina, beh, ecco, faccio finta di niente. Loro alla loro crociera. Io al mio aperitivo. E il tizio uscito vent'anni fa a comprare il latte alla sua storia, che dopo venticinque secoli è ancora una delle più belle che ci abbiano mai raccontato.
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P.S. Un ringraziamento sincero a Lucio Di Gaetano autore del testo che mi ha fatto da bussola per questo pezzo (puoi leggerlo cliccando qui): senza quelle pagine avrei dovuto buttarmi su libri ed enciclopedie di archeologia egea, con il rischio concreto di pubblicare l'articolo tra un anno. Forse giusto in tempo per l'uscita al cinema di "Odissea 2 — Il ritorno".
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