Recensione di Vita Mia di Edoardo Winspeare al TFF 2025. Un film poetico con Dominique Sanda sul coraggio di ricordare e la capacità di perdonarsi
Il coraggio di ricordare e la capacità di perdonarsi nell'ultima opera di Edoardo Winspeare.
[di Massimo Righetti]
C’è un momento preciso in cui la Storia smette di essere quella cosa scritta sui libri, quella faccenda polverosa di trattati e confini, e diventa carne. Diventa un tremore della mano. Diventa uno sguardo che si perde nel vuoto, cercando qualcosa che non c'è più, o che forse c'è troppo. È accaduto mercoledì 26 novembre, a Torino. Nel buio di una sala cinematografica, mentre fuori il 43° Torino Film Festival pulsava di vita, Edoardo Winspeare ci ha consegnato qualcosa che somiglia terribilmente a una carezza data su una cicatrice ancora aperta.
Si chiama Vita Mia, il film. E già nel titolo senti l'urgenza. Senti il possesso e la perdita.
Dominique Sanda presta il volto a Didi, ed è un volto che è un paesaggio. Didi è l'Europa. Non quella delle banche o delle direttive. È l'Europa nobile e decaduta, l'Europa che ha ballato nei palazzi mentre il mondo bruciava, l'Europa che ha visto i nazisti entrare dalla porta principale e i comunisti da quella di servizio. È l'Europa che ha cucito abiti per Dior per non morire di fame, tenendo la schiena dritta come una regina in esilio. Ora è in Salento. Naufragata in una luce che non perdona, quella del Sud.
E poi c'è Vita. Celeste Casciaro. Lei è la terra. È le mani che lavano, che vestono, che sorreggono. Non la costruisce con la tecnica, la Casciaro: la inventa con l'istinto, con una naturalezza che inganna. Sembra facile, ma è l'opposto. È quella recitazione invisibile che ha il passo leggero della verità. Vita non ha la Storia addosso, ha la cronaca della sopravvivenza quotidiana. Viene da un mondo dove si lotta per il pane, non per lo stemma di famiglia. Dovrebbero odiarsi, queste due. La duchessa e la popolana. Il relitto di un impero e la figlia della fatica. E invece.
Winspeare, con una delicatezza che fa quasi male, ci porta a guardare in faccia il mostro. Il mostro della memoria. Perché ricordare non è un atto pacifico. Ricordare è un atto di guerra contro l'oblio. Didi torna nei luoghi del trauma, in quella Mitteleuropa spettrale, e lì capiamo. Capiamo che il vero coraggio non è stato sopravvivere. Sopravvivere è un istinto, una casualità biologica. Il vero coraggio è tornare indietro. È guardare le macerie e dire: io ero qui. E sono ancora qui.
Ma c'è qualcosa di più sottile, di più velenoso che serpeggia tra le immagini. È il senso di colpa di chi ce l'ha fatta. Perché io sì e loro no? È la domanda che Didi si porta dentro come una pietra. E qui il film compie la sua virata filosofica più alta. Non si tratta solo di perdonare la Storia, i carnefici, il tempo che ha rubato la giovinezza e i castelli. Si tratta di perdonare sé stessi.
Perdonarsi per essere vivi. Perdonarsi per aver avuto paura. Perdonarsi per essere stati felici, magari un solo istante, mentre tutto crollava.
È Vita, con la sua presenza solida e rassicurante, a insegnare a Didi questa lezione: che la dignità non sta nel blasone, ma nel lasciarsi curare. Nel lasciarsi amare. Le due donne si fondono, quasi. La nobiltà si sporca le mani, il popolo alza lo sguardo. E in questo scambio, l'Europa guarisce. O almeno, smette di sanguinare.
E alla fine, cosa resta? Non serve raccontare l'ultima inquadratura. I film veri non finiscono quando lo schermo diventa nero, iniziano lì. Resta la sensazione di una quiete raggiunta dopo una lunga apnea. Resta il volto di Didi, che non è più una maschera di orgoglio, ma una mappa di sentimenti finalmente pacificati. E resta la lezione silenziosa di Vita: che nessuno si salva da solo e che curare l'altro è il modo più nobile per curare sé stessi. Uscirete dalla sala non con una risposta, ma con un respiro più ampio. Con la certezza che perdonarsi non significa dimenticare il passato, ma smettere di fargli la guerra. E che, nonostante tutto il dolore del Novecento, ci sia ancora spazio, in un vecchio salotto del Sud, per un po' di tenerezza.
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