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Migliore di Mattia Torre: la Geometria del Pongo

Valerio Mastandrea in scena all'Ambra Jovinelli con Migliore. Un viaggio nell'abisso di Mattia Torre: uccidere la bontà per vincere.

Valutazione: ★★★★☆ (4.0 su 5)

All'Ambra Jovinelli di Roma, Valerio Mastandrea ci mostra quanto costa, esattamente, smettere di essere umani.

[di Massimo Righetti]

Valerio Mastandrea - Migliore

Buio. Attesa. Poi, una voce. O forse un pensiero che prende corpo. Valerio Mastandrea è lì, al centro del palco dell'Ambra Jovinelli. Solo. Una figura ritagliata nel nulla. Illuminato da luci dure, luci che non perdonano. Sta confessando un fallimento. Quello di un tiramisù che dovrebbe essere dolcezza, crema, leggerezza. Invece gli viene di pongo. Una massa informe. È un dettaglio, ma è tutto. Perché quella massa che non prende forma è la vita di Alfredo Beaumont. Una vita che pesa sullo stomaco. Una vita da "buono". 

Siamo seduti sulle poltrone del teatro a guardare un testo scritto vent'anni fa da Mattia Torre, Migliore. Eppure, sembra vergato ieri, sulla nostra pelle. La storia di un uomo che chiede scusa alla famiglia se non è ancora morto, che chiede scusa alle porte automatiche. Un uomo che non dorme, che non ha il coraggio di dire a quel maledetto operatore ecologico di smettere, sempre lui, sempre alla stessa ora, di citofonare per la spazzatura del palazzo. Una persecuzione. Fino a quando un episodio tragico gli da la forza di decidere. Basta tremare. Basta sentirsi inadeguati. Basta tiramisù di pongo. Bisogna diventare Migliori.

Ed è qui che succede. Chiudo gli occhi, o forse li spalanco troppo, mi stacco dalla poltrona e volo via. Buco il soffitto, lascio il teatro, salgo. Sopra le luci, sopra la città. Guardo il mondo dall'alto. Un dio sospeso e malinconico. Vedo le strade nervose. Vedo gli uffici illuminati e vedo loro. I Migliori. Laggiù, in movimento. Senza esitazioni. Senza pietà. Vedo un collega che ne umilia un altro. Vedo il suo sorriso soddisfatto e intorno il branco, che lo appoggia. Per fascino. O per pavidità. Vedo gente che passa avanti, che taglia la strada, che alza la voce e ottiene silenzio. È un mondo al contrario, una scacchiera umana dove la gentilezza è un difetto di fabbrica. Un errore di sistema. Laggiù, l'empatia è un freno a mano tirato in autostrada. Chi si ferma a sentire il dolore degli altri, viene tamponato. Distrutto. Loro invece si prendono tutto e vincono. Dormono sonni profondi, senza fantasmi del rimorso sul bordo del letto. Loro.

E mentre li guardo, da questa altezza, sento un disagio che mi morde lo stomaco. Non è disgusto. È qualcosa di peggio. È fascinazione. Mi chiedo: "ma io? Voglio restare laggiù, nel fango dei buoni? Di quelli che capiscono, di quelli che perdono? O voglio quella corazza? Voglio sentire anche io il rumore delle ossa altrui che si spezzano e non sentire niente? Voglio diventare Migliore anch'io?"

Crak. Un suono secco. Chirurgico. Precipito. Il rumore mi riporta giù, dentro il mio corpo, nel buio della sala. Sul palco, Alfredo Beaumont, “il migliore”,  ha appena rotto un uovo. Con precisione letale. Non c’è più il pongo. C’è la perfezione. Ha compiuto il rito. Ha ucciso la sua vecchia anima per fare spazio all'efficienza. Ha preparato un tiramisù perfetto.

Poi, il boato. Il pubblico esplode. Applaude. Di una gioia feroce, quasi isterica. Valerio Mastandrea si inchina, con quella sua maschera di stanchezza antica, prendendosi l'ovazione che gli spetta per una interpretazione magistrale. Mi guardo intorno. Ma quegli applausi... non sono solo per l'attore. Sono per il mostro. Hanno visto un uomo trasformarsi, amputarsi la compassione e ne hanno goduto. Si sono identificati. Per un'ora e mezza hanno sognato di poter rispondere male, di poter ignorare, di poter vincere. Hanno vissuto quella crudeltà come una liberazione interiore. Come una speranza. Che forse, per essere felici, basta essere un po' più cattivi. 

Ma riuscirò mai ad essere Migliore come Beaumont? Avrò mai quel coraggio terribile? E soprattutto, vale davvero la pena dare fuoco a tutto ciò che siamo dentro, solo per scaldarsi un attimo? 

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TEATRO AMBRA JOVINELLI

MIGLIORE

scritto e diretto da Mattia Torre

dal 21 gennaio al 1 febbraio 2026

DURATA: 90 minuti, atto unico

con Valerio Mastandrea

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