Nolan, l'Odissea e le polemiche assurde: perché criticare l'accuratezza storica in un film con i Ciclopi è la fine della fantasia.
Tra navi vichinghe nel Mediterraneo e armature da supereroi, l'assurda polemica online contro il nuovo film di Christopher Nolan dimostra come abbiamo trasformato l’epica in un manuale di istruzioni IKEA.
[di Massimo Righetti]
È successo di nuovo. L'umanità ha smesso di sognare e ha iniziato a googlare. È successo l'altro ieri, quando Christopher Nolan, uno che di mestiere costruisce cattedrali di luce nel buio, ha deciso di mostrarci il suo Odyssey. Eravamo pronti alla meraviglia? No. Eravamo pronti al naufragio. Ma non quello di Ulisse, il nostro.
Appena il trailer ha toccato la superficie digitale del mondo, non si è levato un coro di stupore per il viaggio, per il dolore del ritorno, per quella maledetta nostalgia che è il motore immobile di ogni storia umana. No. Si è levato il grido sdegnato dell'esercito più temibile che la storia abbia mai conosciuto: gli Opliti da Divano. Gli Archeologi della Fibra Ottica. I Professori Ordinari di Accuratezza presso l'Università di Twitter. Quelli che sanno.
Hanno guardato Agamennone, interpretato da quel povero cristo di Benny Safdie, e non hanno visto un re divorato dall'ambizione. Hanno visto un errore. Hanno fermato l'immagine, zoomato sui pixel fino a sgranare l'anima, hanno attivato la modalità CSI: Micene, e hanno emesso la sentenza: "Quella non è un'armatura micenea del Tardo Bronzo. Quello è Batman che ha sbagliato set". E giù risate, e giù indignazione. Dicono sia troppo nera. Troppo spigolosa. Dicono che sembri uscita da Warhammer 40.000. Qualcuno ha persino tirato fuori il Pantone del bronzo antico. Dicono che manca la lucentezza del bronzo antico. E hanno ragione, tecnicamente. Ma è una ragione triste, una ragione da farmacisti prestati alla critica d'arte. Una ragione da commercialista che corregge i versi di Dante perché la rima non è fiscalmente deducibile.
GUARDA IL TRAILER
Viviamo in un tempo meraviglioso e terribile in cui chiediamo alla finzione di essere vera, e alla realtà di essere divertente. È un cortocircuito logico che farebbe venire il mal di testa a Zeus. E Zeus, ricordiamolo, è uno che si trasformava in cigno per rimorchiare. Non era esattamente un purista. Stiamo parlando di un film. Un film tratto da un poema dove ci sono giganti con un occhio solo che mangiano uomini come fossero olive all’ascolana, dove ci sono donne che ti trasformano in maiali se accetti un drink, dove si scende nell'Ade a fare quattro chiacchiere con i morti come se fosse un aperitivo al bar sotto casa. Eppure. Eppure, il problema è l'elmo di Agamennone che sembra stampato in 3D a Gotham City.
Chiudete l'internet, vi prego. Chiudetelo adesso. Staccate la spina.
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.
C'è questa pretesa assurda, questa fame di pedanteria che ci sta divorando. Vogliamo il documentario. Ma se ci danno il documentario, ci annoiamo a morte. Prendete The Return, uscito poco tempo fa. Era accurato. Era sporco. Era così fedele all'epoca che mancavano solo i sottotitoli in greco antico. Se lo sono filato in quattro, parenti del regista inclusi. Perché? Perché mancava la magia. Ora Nolan ci porta la magia, ci porta il mito, ci porta Matt Damon che piange guardando l'orizzonte con un elmo che lascia vedere la faccia (e certo che lascia vedere la faccia, l'hai pagato cinquanta milioni di dollari quel viso, vorrai mica coprirlo con una pentola di bronzo accurata?), e noi cosa facciamo? Facciamo le pulci al costume.
È la dittatura del dettaglio inutile. È la vittoria del Wiki-Historian, colui che legge tre righe su Wikipedia e si sente in dovere di correggere Omero. Perché diciamocelo, pure Omero ci ha messo del suo. Scriveva secoli dopo i fatti, ci ha messo dentro anacronismi, tecnologie sbagliate, ha inventato di sana pianta. Se Omero fosse vivo oggi, lo avrebbero cancellato su Twitter in dieci minuti. Omero era il primo Nolan, solo che non aveva Hans Zimmer a fargli la colonna sonora.
Quello è il punto. Sentire, non capire. Emozione, non nozione. Ma forse è troppo tardi. Forse siamo condannati a guardare il dito che indica la luna e dire: "Sì, ma quell'unghia non è curata secondo i canoni dell'epoca". Forse siamo quella civiltà che, di fronte all'infinito, controlla se il parcheggio è a pagamento.
Sipario. E per pietà, qualcuno stacchi il modem. O almeno abbassi la luce dello schermo. Che questo bagliore ci sta facendo dimenticare come si guardano le stelle.
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp.
È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.



COMMENTS