Analisi della tecnica visiva di 'No Other Choice' di Park Chan-wook. Scopri come specchi convessi e inquadrature mappano la discesa psicologica.
Oltre il giudizio. Come la regia del maestro coreano, presentata a "Venezia a Roma e nel Lazio", ci precipita nell'abisso psicologico del capitalismo contemporaneo.
[di Massimo Righetti]![]() |
| Lee Byung-hun - No Other Choice |
Nella sala gremita del cinema Giulio Cesare, durante la
rassegna Venezia a Roma e nel Lazio, si è materializzato l'incontro con
l'ultima, implacabile creazione di Park Chan-wook: No Other Choice - Non c'è altra scelta (Eojjeol suga eopda) al cinema grazie a Lucky Red. La premessa possiede una trasparenza feroce:
Man-soo, esperto dell'industria cartaria forte di venticinque anni di
irreprensibile servizio, viene licenziato e, di fronte al collasso del proprio mondo,
concepisce l'eliminazione fisica dei suoi rivali per un nuovo impiego.
In un ecosistema critico dominato da recensioni che si
affrettano a catalogare, benedire o condannare, questo articolo persegue un
proposito diverso. Non ambisce a persuadere alcuno della validità dell'opera —
il cinema è arte, e la percezione individuale rimane inviolabile. Intende
invece dissezionare un singolo, potentissimo aspetto dell'opera: il modo in cui
la macchina da presa di Park Chan-wook diventa il sismografo della disintegrazione
psicologica del suo protagonista. Analizzeremo come il suo linguaggio visivo non
si limiti a raccontare una storia, ma ci costringa a viverla attraverso lo
sguardo fratturato di un uomo comune trasformato in mostro.
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La Geometria del Collasso
La regia di Park Chan-wook è pervasa da una precisione
chirurgica, una minuzia che si affila progressivamente mentre il caos si
abbatte sull'esistenza di Man-soo, una
scelta funzionale a un'immersione totale. Il film converte la distorsione
ottica in manifestazione diretta della percezione compromessa del protagonista.
Un inseguimento non è mai soltanto un inseguimento. Park lo
cattura attraverso specchi stradali convessi, deformando spazio e corpi,
trasfigurando una prosaica arteria periferica in un dedalo onirico dove
predatori e prede si dissolvono in riflessi grotteschi. Questa scelta trasmuta
la realtà oggettiva in esperienza soggettiva, costringendoci a contemplare il
mondo con gli occhi di Man-soo: un'arena distorta dove le regole della
convivenza civile si sono piegate fino a spezzarsi.
L'Arsenale della Frantumazione
L'inventario di tecniche non convenzionali prosegue, mappando
ogni screpolatura nell'anima del protagonista. Un'inquadratura dal fondo di un
calice vuoto non costituisce un vezzo stilistico, bensì la trasposizione visiva
di un uomo che annega nella propria disperazione, il cui orizzonte si è
contratto in un cerchio asfissiante. Park salda la sua invettiva sociale a
un'intelligenza cinematografica ludica e terribile.
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| No Other Choice |
L'Empatia dell'Orrore
Attraverso questo linguaggio, Park conquista un livello di
immedesimazione quasi intollerabile. La violenza, goffa e agghiacciante, è
filmata per sottolineare l'inettitudine di Man-soo, innescando un cortocircuito
tra comicità e orrore. L'obiettivo indugia sui particolari che rivelano come i
suoi bersagli siano, in sostanza, diverse versioni di se stesso: uomini di
mezza età, gravati dalle medesime ansie e vulnerabilità.
In questo modo, la regia ci rende complici non tanto delle
sue azioni, quanto del suo sguardo. Percepiamo la sua disperazione,
decodifichiamo la sua logica distorta e, per la durata della proiezione, il suo
occhio fratturato diventa il nostro. No Other Choice dimostra che la vera
potenza del cinema di Park Chan-wook non risiede in ciò che rivela, ma nel modo
in cui lo rivela, trasformando la visione di un film in un'esperienza viscerale
e profondamente disturbante.
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