Asghar Farhadi a Cannes 2026: Parallel Tales in concorso e una conferenza stampa che vale un manifesto. Il cinema iraniano come precisione morale.
Con Parallel Tales in concorso, Asghar Farhadi porta sulla Croisette la voce di un regista che non ha mai fatto film politici — e per questo è diventato uno dei più politici della sua generazione.
[di Massimo Righetti]
Asghar Farhadi ha scelto di non fare mai film politici. Una scelta tenuta ferma per trent'anni, con la coerenza di chi sa esattamente cosa sta facendo. Il che, se ci si pensa, è già una forma di resistenza.
Per trent'anni ha raccontato famiglie che si sfaldano, debiti che crescono, silenzi che si inceppano nel meccanismo delle relazioni. Una separazione. Il cliente. A Hero. Film in cui il regime non esiste, non appare, non viene nominato, eppure pesa su ogni scena come l'aria prima del temporale. Farhadi ha capito prima di molti altri che la forma più efficace di denuncia non è nominare il male, ma mostrare cosa produce nelle case delle persone. Un divorzio. Una bugia. Una scelta morale impossibile. Il regime non c'è, ma è ovunque.
Poi, dal 2023, ha smesso di vivere in Iran. Ha detto che non ci girerà un altro film finché le donne saranno obbligate a portare il velo davanti alla macchina da presa. Non è una dichiarazione politica. È una condizione etica. La differenza, per chi lavora con le immagini, è tutto.
Durante la conferenza stampa a Cannes, dove ha portato in concorso Parallel Tales, terzo film in una lingua non sua, liberamente costruito attorno a un episodio del Decalogo di Kieślowski, qualcuno in conferenza stampa gli ha chiesto dell'Iran. Farhadi ha risposto in farsi. Ha detto: "ogni omicidio è un crimine". Si riferiva all'attacco di Stati Uniti e Israele a Teheran. Si riferiva anche alla repressione degli Ayatollah sui manifestanti. Entrambi. Senza scegliere da che parte stare, se non dalla parte dei morti.
È una frase semplice. Quasi banale, nella sua evidenza. Eppure in questo momento, pronunciata in quella lingua, in quella sala, da quell'uomo, pesa come un sasso lanciato in uno stagno. Le onde si allargano. E qualcosa si è già mosso.
Parallel Tales parla di storie inventate che diventano vere, di finzione che entra nella vita e la modifica dall'interno. Una domanda che porta già la risposta dentro: come fa un'anatra a entrare in una bottiglia? Con l'immaginazione. È un film sul potere della narrazione, e il fatto che Farhadi lo abbia girato in esilio, lontano da tutto quello che ha sempre raccontato, dice qualcosa che il film non dice a parole.
La conferenza stampa è un'altra cosa. Ha preso la realtà e l'ha nominata. Ha usato l'unico strumento che conosce: la precisione morale.
Su queste pagine avevamo raccontato come una generazione intera di registi iraniani stia scegliendo l'esilio o la clandestinità come unica forma possibile di fedeltà all'arte [clicca al link per leggere l'articolo]. La storia ha raggiunto anche Farhadi, come raggiunge sempre chi non si nasconde.
L'esilio non tace. Continua a fare conferenze stampa. Continua a rispondere in farsi. Continua a chiamare crimine quello che vede come crimine.
L'anatra è entrata nella bottiglia.
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