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I poeti della cinepresa: come l'Iran disegna la libertà sulle macerie della paura

Scopri il cinema iraniano della rivolta: da Rasoulof a Divine Comedy, come i registi sfidano il regime e svelano la verità.

Mentre Teheran trema sotto il peso dell'inflazione e della sorveglianza digitale, il cinema diventa l'ultimo rifugio della memoria e l'arma più affilata contro l'oblio. Un viaggio tra le pellicole clandestine che stanno scrivendo la storia.

[di Massimo Righetti]

Divine Comedy

C'è una vecchia abitudine sulle montagne dell'Alborz, quella di guardare la neve per cercare di indovinare quanto sarà dura la primavera. Oggi, guardando l'Iran di questo gennaio 2026, non serve interrogare il cielo per prevedere la tempesta. Basta ascoltare il lamento che sale dai mercati e dalle strade, dove il pane è diventato un lusso, la sopravvivenza un atto di guerra. Le proteste che infiammano le città in questi giorni nascono dalla disperazione di chi vede il proprio futuro polverizzarsi insieme al valore del Rial, e vengono represse con una violenza che non conosce pietà, che spezza ossa e spegne voci come si spengono candele. Eppure, in questa lotta per il pane, risuona ancora più forte quella promessa fatta tre anni fa. La rabbia per il prezzo della vita si fonde indissolubilmente con il desiderio di vita stessa, quella invocata nel nome di Jina Mahsa Amini, la ragazza curda il cui unico crimine fu mostrare una ciocca di capelli al sole, strappata dalle mani della sua famiglia e restituita cadavere, arrestata e uccisa per mano della polizia morale: Jin, Jiyan, Azadî. Donna, Vita, Libertà.

In questo tempo sospeso, dove il Rial si sgretola tra le mani dei mercanti del bazar e la macchina della sorveglianza dello Stato mappa ogni dissidenza come si mappano i territori da conquistare, il cinema iraniano ha compiuto una metamorfosi. Per anni i nostri registi sono stati come tessitori di tappeti, nascondendo i fili rossi del dissenso dentro intricati disegni di metafore e allegorie. Dovevano parlare di fiori per intendere la libertà, filmare bambini per raccontare la politica. Quel tempo è svanito. La realtà è diventata così urgente, così dolorosamente nitida, che la finzione ha dovuto farsi da parte per diventare archivio vivente, testimonianza che nessun tribunale potrà ignorare.

Il-seme-del-fico-sacro-The-Seed-Of-Sacred-Fig
Prendete Mohammad Rasoulof. Il suo Il Seme del Fico Sacro - The Seed of the Sacred Fig non è nato in uno studio confortevole, ma nell'urgenza della clandestinità, prima della sua rocambolesca fuga a piedi attraverso le montagne per raggiungere l'Europa, perché in Iran dire la verità è reato capitale. Rasoulof ci trascina dentro la casa di un giudice istruttore, Iman, un uomo che crede di servire Dio firmando condanne a morte, ma che in realtà è complice di un sistema che fa della morte uno strumento di controllo. Inserendo nel film i video reali delle proteste, quelle immagini tremolanti girate coi cellulari che tutti abbiamo visto, giovani che cadono sotto i proiettili, madri che urlano nomi che non riceveranno risposta, il regista cancella il confine tra l'arte e la strada trasformando ogni fotogramma in prova documentale di crimini che il mondo ha il dovere morale di riconoscere. Il regime non sta crollando solo nelle piazze, ma si sta decomponendo dall'interno, nelle cucine e nei salotti, divorato dalla paura dei suoi stessi figli.

Se Rasoulof fotografa il presente, Jafar Panahi, con la saggezza di chi ha trasformato la prigionia in una cattedra universitaria, scruta l'orizzonte morale del domani. Il suo Un Semplice incidente - It Was Just an Accident è un'opera che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva. Raccontando di un ex prigioniero che crede di riconoscere il suo torturatore dal suono di una protesi, Panahi ci consegna la geografia dell’inferno che si nasconde nei sotterranei del regime, celle dove i corpi vengono spezzati e le anime marchiate per sempre. Ci costringe a guardare nell'abisso della vendetta. È facile odiare il boia; è molto più difficile immaginare una giustizia che non replichi la barbarie. Ma questo è il compito del cinema: mostrare che c'è un'altra via, che la testimonianza della sofferenza non deve trasformarsi in replica della crudeltà. Con il suo cinema, Panahi ci insegna che la vera rivoluzione non è sostituire chi siede sul trono, ma spezzare per sempre la catena del dolore.

LEGGI LA NOSTRA RECENSIONE SU UN SEMPLICE INCIDENTE: La macchina bianca e l’eco del terrore: il suono di una prigione senza più sbarre

Eppure, la resistenza iraniana possiede un colore che spesso l'Occidente dimentica: la gioia. In Il mio giardino persiano - My Favourite Cake, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha compiono l'atto più sovversivo immaginabile: osano filmare la felicità di Mahin, una donna di settant'anni, che beve vino, balla e cerca l'amore in una notte solitaria. Un affronto radicale per un regime che vuole corpi sottomessi, coperti, dolenti e che vuole cancellare ogni traccia di umanità che non sia dolore e obbedienza. Il cinema risponde con corpi che ridono, che desiderano, che vivono. Perchè la gioia è un diritto inalienabile che nessun ayatollah può confiscare.

Questa fame di vita permea anche le opere più recenti, quelle nate dalla disperazione economica di questi giorni, come la miniserieTV At the End of the Night, dove l'amore di una coppia giovane crolla sotto il peso dell'impossibilità  di sognare un futuro quando il denaro non vale più nulla. È il ritratto straziante della "classe media povera", persone colte costrette a vendere i propri libri per mangiare, l'immagine di un paese che il regime sta dissanguando culturalmente ed economicamente, rubando non solo il pane ma anche i sogni. Non solo il presente ma anche la memoria.

Infine, come in ogni grande tragedia persiana, arriva il momento in cui il pianto lascia spazio a un sorriso amaro, necessario. È qui che incontriamo Ali Asgari e il suo Divine Comedy, che proprio in questi giorni è arrivato nelle sale italiane. Asgari sceglie la via della satira per raccontare l'inferno burocratico della censura che colpisce un regista e la sua produttrice mentre navigano in un labirinto di uffici ministeriali, cercando un timbro per esistere. Qui l'oppressione dismette la maschera del mostro per indossare quella di un impiegato annoiato che dice "no" tra un tè e l'altro. Ridiamo dell'assurdo, ma è una risata che ci gela il sangue, perché svela la banalità del male che soffoca l'arte.

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Il cinema iraniano oggi è questo: un occhio che rifiuta di chiudersi, una voce che continua a gridare quando tutte le altre sono state messe a tacere. È il diario di un popolo che, anche nel buio più profondo, continua a cercare la luce, proiettandola su uno schermo bianco affinché il mondo non possa dire: "Non sapevamo". E quando, un giorno, l'Iran sarà libero, sarà anche grazie al cinema che la storia saprà chi furono i carnefici e chi gli eroi.

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