Quei passi nel finale di 'Un Semplice Incidente' non sono salvezza, sono condanna.La macchina bianca e il terrore psicologico nel capolavoro di Panahi
La Recensione di Un Semplice Incidente di Jafar Panahi: perché quei passi che si allontanano sono più spaventosi della morte stessa.
[di Massimo Righetti]
(Attenzione: ci addentriamo nel finale di Un semplice incidente. Se non avete ancora visto l'opera di Jafar Panahi, fermatevi. Questo testo ha senso solo se avete già sentito quel silenzio.)
Jafar Panahi, che conosce il sapore della prigionia come noi conosciamo quello del pane, ci lascia lì, sul ciglio di una strada, a fare i conti con un rumore. Non ci sono titoli di coda che possano salvarci. Non c'è luce in sala che possa cancellare quello che abbiamo appena udito. C'è solo Vahid, immobile, e noi con lui.
Ma prima del rumore, c'è una macchina bianca. Arriva sullo sfondo dell'inquadratura, silenziosa, quasi oscena nella sua normalità. Parcheggia. È un dettaglio che potrebbe sfuggire, ma non sfugge. È la stessa macchina dell'inizio, quella di Eghbal, il carnefice, l'uomo dalla gamba finta che Vahid ha liberato poche ore prima, in un impeto di umanità o forse di stanchezza. Quella macchina non dovrebbe essere lì. Eppure c'è. Ferma. Come una sentenza scritta su lamiera.
Poi, accade. Il mondo sonoro si prosciuga e resta solo un ritmo.
Cigolìo, passo. Cigolìo, passo.
Il suono zoppo della protesi, il metronomo dell'incubo. Eghbal è tornato. È sceso dall'auto. Cammina verso la casa della sua vittima. I passi si avvicinano, mangiano i metri, divorano la sicurezza, arrivano alla soglia dell'udibile, lì dove la pelle inizia a tremare. E poi si fermano. Silenzio. Un istante di nulla assoluto. E ripartono. Ma questa volta, il suono si affievolisce. Si allontana. Cigolìo… passo… cigolìo… sempre più piano, fino a svanire nel rumore indifferente degli uccelli e del mondo che continua a girare.
Ma c'è un'altra musica in quel finale, una melodia più fredda, antica come la tirannia. Quei passi che se ne vanno sono il suono di una prigione che non ha più bisogno di sbarre.
Il carnefice è venuto fin sulla soglia per consegnare un messaggio, e il messaggio non è il perdono.
Il messaggio è: “So dove abiti.”
Il Male onnipresente, quello che i regimi distillano goccia a goccia nelle vene dei sudditi, non vuole necessariamente il tuo sangue. Il sangue sporca, fa rumore. Il Male vuole la tua paura. Vuole possedere il tuo tempo, il tuo sonno, il tuo respiro. Tornando lì, fermandosi e andando via senza colpire, Eghbal ha fatto qualcosa di molto più crudele dell'uccidere. Ha regalato a Vahid l'attesa.
Da quel momento in poi, ogni volta che Vahid sentirà un rumore in strada, penserà a quella macchina bianca. Ogni volta che il silenzio della notte sarà troppo profondo, aspetterà quel cigolìo. La Grazia libera. La Minaccia incatena. E quei passi che si allontanano sono catene che strisciano sull'asfalto. Ci dicono che il sistema è ovunque. Ci dicono che la tua incolumità non è un diritto, ma una concessione del potere, revocabile in qualsiasi istante. Oggi decido di non entrare. E domani?
Panahi ha costruito un'architettura del terrore perfetta, fatta di sottrazione. Se Eghbal fosse entrato e avesse ucciso, sarebbe stata una tragedia. Andandosene, ne ha fatto una condanna eterna. Vahid è vivo, certo. Ma non è più libero. È un uomo che vive in prestito, sotto lo sguardo invisibile di una macchina bianca parcheggiata ai bordi della sua esistenza.
Cigolìo, passo. Cigolìo, passo.
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