Matteo Garrone all'Azzurro Scipioni con Silvano Agosti. L'analisi lucida sull'illusione dei social in Africa e i retroscena di "Io Capitano".
Tra le mura dell'Azzurro Scipioni, i due cineasti si confrontano sui retroscena di "Io Capitano", l'inganno di TikTok in Africa e l'ipocrisia fatale delle politiche migratorie europee.
[di Redazione]
Tra le storiche mura dell'Azzurro Scipioni, tempio della cinefilia romana, si è consumato un dialogo di rara intensità tra due visioni cinematografiche assolute. Ad accogliere l'ospite è stato il padrone di casa, Silvano Agosti, che ha subito ceduto la parola al collega: "Devi dire tu chi sei, altrimenti parlerei invano: 'il mio nome ancor non molto suona'". Un invito che ha sbloccato in Matteo Garrone un fiume di ricordi, visibilmente emozionato nel ritrovare il luogo fondativo della sua vocazione. "Per me è un'emozione tornare qui dopo trentacinque anni, perché venivo in questo luogo da appassionato di cinema quando ancora facevo il pittore e non pensavo di fare il regista", ha confessato il cineasta, ricordando le visioni dei grandi classici, da Il settimo sigillo a Il posto delle fragole, e le iconiche poltrone d'aereo.
L'intento iniziale del regista era offrire all'Occidente un controcampo, un cambio di prospettiva strutturato sul ritmo incalzante del viaggio dell'eroe. Ma la rivelazione più potente è giunta proiettando l'opera nelle terre di partenza: "avevo sottovalutato la cosa più importante — ha ammesso Garrone — questo film, proiettato nei luoghi da cui i ragazzi partono, poteva salvare delle vite". La conferma è arrivata attraverso il documentario proiettato in apertura, dove una testimonianza femminile ha illuminato una prospettiva inedita: quanto spesso le donne siano il motore che spinge gli uomini a intraprendere questo viaggio, un punto di vista che, come ha confessato il regista, "non avevo mai preso in considerazione". Tanto che alcuni volontari senegalesi, colpiti dall'effetto del film sulle comunità, hanno deciso di continuarne autonomamente la distribuzione nelle piazze e nelle periferie più povere del paese; lo fanno da due anni.
Il dibattito si è poi addentrato nelle spietate dinamiche migratorie, un'odissea alimentata oggi da un cortocircuito mediatico senza precedenti. Agosti ha definito l'arrivo del cinema in quei luoghi un'illusione, un'allusione a mondi irreali, un concetto che Garrone ha esteso alla percezione totalmente distorta dell'Occidente. "I ragazzi bypassano l'informazione ufficiale: non guardano la televisione e non ci sono molti giornali", ha spiegato il regista. "Usano i cellulari per accedere direttamente a TikTok e Instagram, relazionandosi con ragazzi che stanno a Londra o a New York". Questa iper-connessione genera un drammatico miraggio digitale: "Oggi la maggior parte dei ragazzi in Africa ha accesso ai social tramite i telefonini e vive virtualmente in Occidente. Si creano un'idea del nostro mondo come di un luogo senza povertà, una specie di grande festa, e vengono attratti da questo aspetto illusorio".
Per affrontare una materia così incandescente, il regista ha scelto la via dell'ascolto e di un'attesa decennale. "Ho aspettato quasi dieci anni perché mi sentivo un intruso a raccontare questa storia dal mio punto di vista borghese e privilegiato", ha spiegato. L'illuminazione è arrivata in un centro d'accoglienza a Catania, dove Garrone ascoltò la storia di un ragazzino che si trovò a dover guidare una barca, salvando 250 anime, pur non avendolo mai fatto prima: "Mi ricordava i romanzi d'avventura di Stevenson, Conrad e Jack London". La sceneggiatura definitiva fonde le storie di due personaggi reali, tra cui Mamadou, il ragazzo apparso nel documentario.
Sul set, Garrone si è affidato a giovani attori privi di esperienza cinematografica, Seydou e Moustapha, circondati da veri sopravvissuti a quel viaggio, diventati quasi dei co-registi. Il loro ingaggio è nato quasi per caso: Seydou, il cui vero sogno era fare il calciatore, fu quasi costretto dalla madre, attrice amatoriale, a presentarsi al provino. Per esaltarne la spontaneità, il regista ha adottato la stessa tecnica già sperimentata in Gomorra: girare in sequenza cronologica senza far leggere l'intera sceneggiatura agli attori, per far scoprire loro il viaggio giorno per giorno. Il risultato è un cinema di carne e sangue, dove gli interpreti "non recitavano con la tecnica, ma vivevano e soffrivano realmente le emozioni della scena, arrivandoci in modo puro". Una freschezza vitale che ha sorpreso persino il suo creatore: "In 'Io Capitano' mi sono spesso ritrovato a essere il primo spettatore delle mie scene".
Emblematica, in questo senso, è la scena in cui tirano fuori le persone dalla stiva della barca: "Non ho dovuto spiegare loro cosa fare perché l'avevano vissuto davvero; quando ho dato il ciak, è nato un happening spontaneo". E il grido finale di Seydou — "Io capitano" — è il frutto di un percorso emotivo autentico durato mesi: quando in America gli hanno chiesto come si fosse preparato per quel primo piano in cui piange e ride insieme, lui ha risposto che in quel momento pensava soltanto "Ce l'ho fatta, sono riuscito a fare il film". Una purezza che Garrone ricerca sempre: "Cerco l'imprevisto e l'irripetibile per creare energia vitale e freschezza". Significativa anche la scelta registica di ispirarsi alla lezione dei grandi maestri del Neorealismo, in particolare Rossellini, intrecciandola con suggestioni letterarie: nella struttura del film vivono molti elementi del Pinocchio di Collodi, dal protagonista che parte di nascosto da Geppetto, al Lucignolo che lo spinge verso il Paese dei Balocchi, fino ai Gatti e alle Volpi che costellano il cammino.
La serata si è conclusa con un momento inaspettatamente commovente: un membro del pubblico ha lanciato a Garrone la sfida di sostenere un sacerdote del Burkina Faso impegnato a costruire un campo da calcio per sottrarre i giovani al reclutamento dell'ISIS, secondo la filosofia comunitaria Ubuntu. Garrone, che confessa di essere uno "sportivo mancato" che gioca ancora a calcio, ha risposto con entusiasmo immediato: "Sono assolutamente dalla sua parte. Volevo farne uno pure io a Piazza Vittorio. Scambiamoci i numeri!"
A suggellare questo memorabile incontro è stata la vibrante dichiarazione d'amore di Silvano Agosti verso l'arte dell'ospite, lodato per aver inventato un cinema "intriso di adolescenza; e l'adolescenza è l'unica vera età in grado di cambiare il mondo". A questa provocazione poetica, Garrone ha risposto con candida fierezza: "Sì, sono fermo a quell'età!". Rimanere ancorati all'adolescenza significa preservare uno sguardo incontaminato, capace di stupirsi ferocemente davanti al dolore e alla bellezza, rifiutando l'arido cinismo dell'età adulta. Significa possedere un'urgenza narrativa che non accetta compromessi, dove la macchina da presa diventa un prolungamento organico dell'emozione grezza e pulsante. È in questa perenne, inquieta giovinezza dello spirito che Matteo Garrone continua a riscrivere le regole del Neorealismo, regalandoci opere che bruciano dell'energia pura di chi scopre il mondo, per la prima volta, ogni singolo giorno.
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