L'ultimo schiaffo: Matteo Oleotto svela il suo ritorno al cinema all'Azzurro Scipioni

Matteo Oleotto racconta L'ultimo schiaffo all'Azzurro Scipioni di Roma. Scopri i retroscena, la genesi del film e la poetica del grande regista.

Incontro speciale a Roma con il regista goriziano tra aneddoti di set, il fascino oscuro della provincia italiana e la poetica dei perdenti.

[di Redazione]

Matteo Oleotto - Ultimo schiaffo

Le luci si abbassano all’interno dello storico Cinema Azzurro Scipioni di Roma, tempio sacro della settima arte indipendente. L’atmosfera vibra di quell’attesa complice che precede i grandi incontri d’autore. Sul palco, a fare gli onori di casa, il direttore artistico del cinema Massimo Righetti accoglie Matteo Oleotto, tornato sul grande schermo con Ultimo schiaffo. Il dialogo prende subito la forma di una confessione a cuore aperto, capace di esplorare le profondità di un’opera ruvida e necessaria.

L’assenza dalle sale del regista goriziano per oltre un decennio trova una spiegazione aneddotica ed estremamente sincera. Riferendosi al clamore suscitato dal suo geniale esordio con Zoran - Il mio nipote scemo, Oleotto condivide un ricordo precisissimo che ha segnato il suo percorso: “dopo la proiezione alla Settimana della Critica a Venezia, insomma, un sacco di ospiti, un sacco di premi. E questo amico, uscendo dal bar, mi disse: ‘Ho visto il film, bello, sai? Però per il primo film si ha anche un po’ di fortuna, è il secondo che conta.’ Se n’è andato così nel cuore della notte, e quindi per tredici lunghi anni ho pensato: ‘Sarà stata fortuna o no? Come faccio adesso?’”. Con una punta di autoironia aggiunge: “Ci ho messo un po’ però non ho pensato tredici anni a questo film perché altrimenti le aspettative sarebbero state altissime”. L’autore ha colmato questa lunga attesa dedicandosi con profitto alla serialità televisiva, “girare mi piace molto, stare sul set mi piace moltissimo, amo gli attori”, mantenendo intatto e sacro il profondo rispetto per il rito collettivo della sala cinematografica: “Ho un enorme rispetto per chi decide coscientemente di uscire di casa, mettersi una giacca, trovare parcheggio e venire al cinema per guardare uno schermo così grande”. La scelta di riemergere con una distribuzione mirata in pieno periodo festivo denota un coraggio distributivo raro, sfidando frontalmente le logiche commerciali delle classiche pellicole natalizie: “Volevo fare un film senza attori famosi e uscire a Natale; vedevo i distributori che scappavano”. Alla fine, grazie alla Tucker Film, “amici e ottimi professionisti” con cui aveva già distribuito Zoran, il film è uscito l’8 gennaio con sorprendente successo, confermando che certi titoli hanno, nelle parole del regista, “un’onda lunga”.

Il fulcro visivo e narrativo della nuova opera risiede a Cave del Predil, ex polo di estrazione dello zinco situato all’estremo confine tra Italia, Slovenia e Austria, “7 km dall’Austria e 9 km dalla Slovenia”, precisa il regista. Questo lembo di terra, scivolato drasticamente da tremila cinquecento a poco più di duecento anime, “è un paese quasi fantasma. Architettonicamente peculiare, presenta case da realismo socialista costruite per contenere gli operai, ma con i tetti di montagna. Non ci sono le classiche case di legno con i gerani; è una montagna un po’ più severa”. La descrizione del regista chiarisce l’essenza stessa della location: “È un luogo energeticamente molto forte: si percepisce che in passato è stato tanto e adesso non è niente. C’è qualcosa che vibra”. Il gelo implacabile di queste valli funge da vero antagonista per i protagonisti Jure e Petra: “Un attore che aspetta o cammina sotto la neve porta già nella sequenza un costrutto narrativo, perché c’è un clima severo che agisce da antagonista e non vuole fargli raggiungere l’obiettivo”. La troupe è riuscita a girare quasi interamente senza la luce del sole, a eccezione dell’ultima scena e di quella nell’albergo dei ricchi: “La neve con il sole è bellissima, ma appena la luce cala si associa subito all’idea della fine e della morte”. A tal proposito, la riflessione di Oleotto sulle disuguaglianze diventa tagliente: “I poveri conoscono solo l’ombra e il freddo”.

Durante il serrato dibattito, viene evidenziato il pessimismo del finale, innescando una delle riflessioni più intense dell’intera serata. Il cineasta difende strenuamente la chiusura del suo racconto: “No, no, c’è la speranza, comincia una nuova vita. La gente muore anche nella vita reale, persino a Natale”. La spiegazione si fa autobiografica: “Nelle mie vite precedenti sono stato infermiere psichiatrico e mi capitava di fare i turni con i ragazzi proprio il giorno di Natale. Mi accorgevo di una cosa banale: fuori era un bel Natale con i regali, gli amici e i parenti; ma quando entravi nelle strutture, per i ragazzi era un momento drammatico. Si sentivano più soli e non c’era nessuno da conquistare. Il Natale è un moltiplicatore di emozioni: se sei felice sei ancora più felice, ma se sei solo e triste rischi di esserlo ancora di più”. L’esperienza giovanile del regista come infermiere psichiatrico emerge prepotentemente, portandolo a osservare le festività invernali come un formidabile amplificatore delle solitudini umane. La gravità del presente si riflette inevitabilmente sull’impronta della pellicola: “Non sento molto la speranza, per quanto ci creda e ci provi. Ho capito che la mia anima assorbe il periodo storico che stiamo vivendo, e questo film ne è il frutto”. Rivela inoltre che in una prima versione la sceneggiatura prevedeva di chiudersi sulla morte di Jure: “Addirittura c’era un momento in cui pensavamo di farlo finire proprio con la morte di Jure, senza la scena successiva. Ma lì sarebbe stata una vera cattiveria”.

marlowe -ultimo schiaffo
Il pubblico in sala, visibilmente catturato dall’intensità della proiezione, ha offerto spunti analitici di altissimo livello, paragonando il ruolo dell’imprevedibile cane Marlowe a quello di un traghettatore di anime. La reazione di Oleotto a questa acuta osservazione illumina la natura meravigliosamente inconscia del processo creativo: “Una signora mi ha fatto notare che, nella storia, chiunque tocchi il cane, muore. E io non ci avevo pensato! Chiunque si affezioni al cane, muore”. Di fronte alla suggestione di Righetti, “il cane è come Caronte: porta le anime dalla montagna al mare, dalla vita alla morte”,  il regista ammette: “È vero, è venuto abbastanza naturale. Però mi ha sconvolto questa cosa”.

La folle gara clandestina, elemento viscerale del lungometraggio, nasce da una mirata volontà allegorica. “Questa attività barbara della gara di schiaffi non è mai esistita in quelle gallerie, l’ho inserita io”, rivela Oleotto. “È nata in una zona della Russia centrale ed è stata esportata dagli americani”. Questa brutale pratica assume un valore sociologico devastante per l’autore: “Rappresenta il grado zero della comunicazione: due uomini che si prendono a ceffoni invece di dialogare”. Sul piano produttivo, la sequenza ha richiesto soluzioni creative: un pugile bulgaro contattato inizialmente aveva chiesto settantamila euro. “Ha spiegato che in quegli incontri si muore per commozione cerebrale e danni gravi. A me interessava non essere complice di un omicidio per fare un film”, e così la scelta è ricaduta su stuntman professionisti di Lubiana. In questo microcosmo di diseredati, la poetica cinematografica si riassume in una vibrante dichiarazione d’intenti: “Mi piace vedere il momento in cui un disgraziato sbaglia, cade e cerca di rialzarsi. In quell’atto vedo il massimo della vitalità e della potenza. Nella diversità e nella follia mi ci ritrovo tantissimo. Tutti i miei personaggi cercano di combattere il mondo con i propri mezzi e nessuno molla mai”. E ancora: “Mi piacciono molto i perdenti. I vincenti mi annoiano da morire”.

Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta,
La presenza pervasiva della follia nel film, nella madre, in Petra, nel fratello, nella gara stessa, non è casuale. “Gli anni da infermiere psichiatrico mi hanno segnato definitivamente. In tutte le cose che faccio cerco sempre di spingermi un po’ verso il limite”. Una spettatrice ha osservato che la speranza finale risiede proprio nella follia della protagonista. Oleotto annuisce: “Sì, ma sono le follie della vita. Le cose raramente vanno dritte, bisogna sempre aggiustare il tiro e fare con quello che si ha. È inevitabile che questa materia emerga nei personaggi che scrivo”. Sul piano del casting, il lavoro preparatorio è stato straordinariamente lungo e meticoloso: sopralluoghi un anno prima delle riprese, la valutazione di quasi seicento attori, e poi quasi un mese di lavoro intensivo con il cast scelto. Adalgisa, premiata alla Festa del Cinema di Roma, è nata in Sicilia, ha vissuto a Trento, in Germania, mentre Massimiliano è veronese: “Nessuno dei due è friulano, ma abbiamo lavorato con ottimi coach. Non mi interessava un dialetto specifico, volevo qualcosa di più allargato”.

L’incontro all’Azzurro Scipioni si chiude svelando un retroscena squisitamente affettuoso. Proprio durante gli anni di lavoro all’ospedale psichiatrico di Gorizia, il primo in cui Franco Basaglia aveva fatto la rivoluzione della psichiatria in Italia, un giovane Oleotto venne reclutato casualmente come capo macchinista per un film di Silvano Agosti: “Agosti venne a girare all’ospedale psichiatrico di Gorizia proprio quando io ci lavoravo. Arruolò una banda di giovani del posto che volevano fare cinema senza sapere bene come, e mi affidò il ruolo di capo macchinista. Il macchinista è l’uomo di fatica, quello che sposta le cose pesanti e costruisce binari di legno. È un’arte nobilissima, e io ho iniziato da lì in un film con Remo Girone. Fu in quell’occasione, racconta, che ho capito la magia del cinema”. Un cortocircuito del destino magnifico. Per Oleotto quell’ospedale, quella collaborazione con Agosti e la serata all’Azzurro Scipioni appartengono alla stessa famiglia di esperienze magiche. La scintilla originaria che ha acceso la passione inestinguibile di un autore capace oggi di raccontare le ombre più gelide dell’animo umano.

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