Era di Vincenzo Marra: una divinità domestica contro il tempo

Era di Vincenzo Marra: commedia agrodolce su vecchiaia, famiglia e integrazione. Dal 26 marzo al cinema. La nostra recensione.

Valutazione: ★★★☆☆ (3,0 su 5)

Con Dalia Frediani monumentale protagonista, il regista campano abbandona il documentario e abbraccia la commedia agrodolce. Un film sull'invecchiamento, sul fallimento generazionale e sull'integrazione che graffia dove fa più male.

[di Massimo Righetti]

ERA di Vincenzo Marra - foto di scena

Un tonfo secco. Il dorso di una carta scagliata contro il legno di un tavolo. La partita a scopone del giovedì. Un respiro affannato. Feroce. L'attesa di una mossa. Una mossa per vincere contro i tuoi avversari, una mossa per ingannare la morte.

Vincenzo Marra ci consegna il suo nuovo orizzonte. Si intitola Era. Distribuito al cinema da Compagnia Leone Cinematografica dopo l'anteprima del 23 marzo al Bif&st di Bari. Dimenticate il rigore cupo e drammatico dei suoi esordi. Qui si ride. Con un'amarezza che graffia. Sullo schermo c'è Lina. Dalia Frediani le regala un corpo monumentale. Un'ottantenne che governa aste di beneficenza fallimentari, in costante ribellione contro la sua stessa età. E poi c'è il resto del mondo. C'è Don Eduardo, Antonio Gerardi, con la sua galanteria d'altri tempi. C'è la sorella Maria, Rosaria D'Urso, compagna di antichi rituali domestici. E poi c'è la rottura. Un cuore che cede. Un ospedale. L'arrivo di Amilà, Marinì Sabrina Fernando. Una badante dello Sri Lanka precipitata nel grembo antico di Napoli. Due mondi che collidono. E si sfidano. Il tinello che diventa palcoscenico, tribunale, trincea. E la commedia prende fuoco. Con Giovanni Esposito, Maurizio Casagrande e Angela De Matteo, figli incapaci di crescere. Ridiamo, con quella grazia tragicomica che profuma inesorabilmente del teatro di Eduardo De Filippo.

Molti film raccontano come la vecchiaia sia una linea del traguardo. Una sala d'attesa dove sedersi, stringere le mani in grembo, e aspettare la fine. Invece no. Marra ce lo sbatte in faccia. La senilità non è un epilogo. Non è solo il tempo che fu. Non è solo il primo verso di una canzone napoletana antica, Era de maggio di Salvatore Di Giacomo, quel malinconico preludio che attraversa il film come un filo d'oro teso tra i ricordi. È un'era. Un periodo storico a sé stante. Un'epoca geologica dell'anima, con le sue placche tettoniche, le sue eruzioni e i suoi silenzi millenari. Ed è anche la dea dell'Olimpo. Hera, la consorte di Zeus. Implacabile custode dell'ordine domestico. Vendicativa verso chi tradisce. Intransigente fino all'ossessione nei confronti di chiunque minacci la stabilità del focolare. Severa, spietata, aggrappata al focolare per difenderlo dalla disintegrazione di una famiglia costantemente sull'orlo del collasso. Lina è una divinità domestica, feroce e bellissima, che non accetta la resa. E quando se ne andrà, perché anche le dee se ne vanno, porterà con sé un'intera cosmogonia. Un modo di stare al mondo che non si trasmette, non si eredita, non si impara sui libri. Si perde, semplicemente. E il mondo rimane orfano, senza nemmeno sapere di esserlo.

Era di Vincenzo Marra - Foto di Scena
E i figli? Lucio, il sacerdote dalle contraddizioni irrisolte. Sergio, lo sfaticato cronico. Patrizia, intrappolata in vicende che non riesce a nominare. adulti immaturi, pupi di un presepe perpetuo. Convinti che ci sarà sempre una madre a preparare il caffè. Una generazione colpita da una paralisi inesorabile. Avrebbero dovuto ereditare il testimone. Avrebbero dovuto farsi carico, secondo quella legge antica e meridionale del welfare familiare, della madre che invecchia. Invece no. Usano Lina come ammortizzatore. Come ricettacolo. Come discarica emotiva per le loro inesauribili frustrazioni. E ci si ride sopra, certo. Si ride come si rideva un tempo, quando l'ironia era una lama sottile infilata tra le costole della società. Ma è una risata che sanguina. Perché ci svela il fallimento della generazione. Il collasso del passaggio di consegne. L'inversione dei ruoli, dove sono i vecchi a dover ancora proteggere i figli, e non viceversa.

Era di Vincenzo Marra - Foto di Scena
Ed è qui che Marra compie il salto. Quello che sembrava un cambio di registro, dal documentario alla commedia, dalla ruvidezza di Vento di terra alla leggerezza agrodolce di Era, si rivela in realtà una continuità profonda. L'antropologo è rimasto lo stesso. Ha solo cambiato metodo. Invece del reportage, usa la risata. Invece della denuncia frontale, usa il sorriso che gela. E come nei suoi lavori precedenti, al centro resta sempre lui: il Mediterraneo. Il mare come frontiera e come promessa. Perché ci vuole l'irruzione di una straniera, di un corpo estraneo che sembra non capire la nostra lingua e ignorare le nostre tradizioni culinarie, per sbriciolare la finzione. E quando Amilà esplode, quando abbandona il silenzio e inveisce in un dialetto napoletano puro, morfologicamente inattaccabile, non si assiste a un prodigio linguistico. È il risultato di una presenza silenziosa e laboriosa, non esibita, che aveva già imparato tutto prima ancora di parlare. Mentre i figli di Lina consumavano le giornate nell'inconcludenza dei propri egoismi, lei era lì. Concreta. E quella lingua esplosa all'improvviso non è una conquista ma il segno di chi ha scelto, senza farlo sapere a nessuno, di abitare davvero il posto in cui vive.

Era ha i suoi squilibri, le sue rigidità, qualche meccanismo troppo oliato per sembrare vero. Ma nei momenti in cui il cinema di Marra smette di essere finzione e diventa specchio, ti lascia in compagnia dei propri nostalgici riflessi e di quel rumore della carta sul tavolo. Il suono di un'esistenza che si gioca tutto fino all'ultimo respiro. E che rifiuta, con ostinazione suprema, di essere scartata. 

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