Farhadi lancia un appello ai cineasti globali contro le minacce di Trump all'Iran: uniamoci per difendere i civili dalla distruzione.
Dopo l'ultimatum di distruzione lanciato da Trump, il regista diffonde un drammatico appello globale. "Attaccare le infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra".
[di Redazione]
Il cinema, nella sua essenza più profonda, si rifiuta di voltare lo sguardo altrove. Di fronte all'oscurantismo della geopolitica e all'ombra minacciosa di un annientamento totale, la settima arte avverte il dovere morale di farsi scudo e megafono. Le recenti tensioni internazionali, culminate nell'inquietante ultimatum di Donald Trump che prospetta la distruzione sistematica dell'Iran, hanno innescato una necessaria reazione di sdegno civile. A levarsi dal coro del silenzio istituzionale è Asghar Farhadi, voce tra le più lucide e rigorose del cinema contemporaneo, già due volte vincitore al Festival di Cannes per pellicole capaci di sezionare l'animo umano con implacabile precisione.
Il regista iraniano ha diffuso un appello drammatico e perentorio, raccolto a Teheran dal giornalista indipendente Mansour Jahani, rivolgendosi direttamente alla comunità artistica globale. La richiesta di Farhadi supera la consueta e rassicurante solidarietà di facciata, configurandosi come una presa di posizione radicale contro una palese violazione dei diritti fondamentali. Nel momento in cui la diplomazia cede il passo all'intimidazione, spetta agli autori riaffermare la sacralità dell'esistenza umana e civile.
Riportiamo integralmente la dichiarazione del cineasta, un testo che risuona come una drammatica e lucidissima sceneggiatura del reale:
«Chiedo agli artisti e ai cineasti di tutto il mondo di far sentire la propria voce in questi giorni e in queste ore critiche, in ogni modo possibile, per fermare l'aggressione distruttiva che ha progressivamente annientato le infrastrutture civili. Infrastrutture che appartengono al popolo iraniano e sono legate ai bisogni fondamentali della loro vita quotidiana. La distruzione delle infrastrutture oltrepassa la mera demolizione di edifici, trasformandosi in un attacco diretto alla vita e alla dignità umana. Attaccare le infrastrutture di un Paese costituisce un crimine di guerra. Indipendentemente da qualsiasi credo o orientamento, uniamoci per fermare questo processo disumano, illegale e distruttivo».
Le parole di Farhadi ci ricordano costantemente il peso specifico e inestimabile del cinema civile. Colpire le arterie vitali di una nazione significa condannare un'intera popolazione a un'agonia silenziosa, un atto che trascende le fazioni politiche per sconfinare nel crimine internazionale. L'invito all'unità rivolto ai colleghi cineasti rappresenta un estremo e nobile tentativo di opporre la forza della cultura alla brutalità dell'intimidazione armata. Resta ora da capire quanti, nei comodi salotti dell'industria cinematografica occidentale, troveranno il coraggio di rispondere a questa imprescindibile chiamata alle armi della coscienza.
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