Il Diavolo Veste Prada 2 esce il 29 aprile con Meryl Streep e Anne Hathaway. La guida per arrivare preparati: storia, personaggi e cosa aspettarsi.
29 aprile 2026. Miranda Priestly torna. Tu sai già tutto quello che ti serve? O credi di saperlo. Questo è il tuo briefing.
[di Massimo Righetti]
Dunque. Hai comprato il biglietto online? Bene. Hai scelto il posto? Sperando non sia in seconda fila, angolo destro. Perché Miranda Priestly meriterebbe almeno uno schermo IMAX. E tu lo sai. Hai anche già deciso cosa mettere? Forse. Anche se su questo torneremo tra poco, con osservazioni che potrebbero risultarti, diciamo, letali. Il punto è che il 29 aprile 2026, quando le luci si abbasseranno e quelle prime note risuoneranno in sala, tu dovrai essere pronto. Non si entra a vedere Il Diavolo Veste Prada 2 come si entra a vedere qualunque altro film. Non funziona così. Questo è un evento. Richiede preparazione. Consapevolezza. E, soprattutto, il sacro terrore dovuto a una delle figure più spietate che il cinema abbia mai partorito. Pertanto, come ogni ordigno di una certa complessità, questo film viene fornito con un manuale. Eccolo.
Istruzione n. 1 — Abbassa la voce. Più giù. Ancora un po'
Prima ancora di arrivare in sala, esercitati. Siediti davanti a uno specchio e pronuncia qualcosa. Qualsiasi cosa. In un tono così basso, ma così basso, da costringere chi ti sta vicino a sporgersi in avanti. E cadere faccia in avanti. Questo è il metodo Eastwood. Che Meryl Streep studiò con ossessione chirurgica. Clint governava i set con un tono ipnotico. L'effetto? L'intera troupe smetteva di respirare. Pur di non perdersi una sillaba. Streep capì una cosa fondamentale: il potere assoluto non urla. Mai. Urla chi non ha alternative. Chi comanda davvero ti costringe ad avvicinarti tu. Allena quest'abilità. Ti servirà. Per ordinare i popcorn senza sembrare un mendicante disperato. In ufficio il lunedì mattina. E, in generale, per attraversare la vita con un briciolo di quell'autorevolezza che, ammettiamolo, si possiede con alterna fortuna.
Istruzione n. 2 — Mangia. Emily non lo farebbe, ma tu non sei Emily
Istruzione n. 3 — Guarda cosa stai indossando. Ti prego. Guardalo
Nessuno ti chiede di presentarti in Chanel. Saremmo folli. Ma esiste una soglia minima di decenza sartoriale. Una soglia che Miranda Priestly, anche attraverso uno schermo, anche in formato digitale, è in grado di fiutare. Con uno sguardo. Tre decimi di secondo. Ricordati che nel film originale gli standard estetici per essere una semplice, misera impiegata di Runway corrispondevano a quelli delle modelle più pagate del pianeta. Gisele Bündchen era una "comune" assistente. Ovvio, nessuno pretende tanto da te. Si chiede solo che tu non arrivi in sala con maglia rosa e gli infradito come per l’orrido trauma collettivo di Barbie o con quel maglione ceruleo. Non quel maglione. Non quel colore. Non quell'atteggiamento da chi pensa di essere immune alle logiche del sistema. Mentre vi è immerso. Fino al collo. Ma per questo, vedi il punto seguente.
Istruzione n. 4 — Il Discorso del Ceruleo: ascoltalo come se fosse la prima volta
Stop, fermiamoci un attimo.
Ti sei mai chiesto quante scelte hai fatto davvero? Quanti "maglioni cerulei" hai indossato credendo fossero la tua voce, mentre erano solo l'eco di un mercato che ti aveva già digerito? Gli economisti lo hanno confermato: il meccanismo è filologicamente spietato. Quello non era un monologo sulla moda. Era il funerale del libero arbitrio.
E siccome quella lezione vale ancora, vale soprattutto oggi, in un'epoca in cui gli algoritmi ti imboccano i desideri con il cucchiaino, quando nel sequel qualcuno la rievocherà, tu sarai pronto a coglierla. A differenza di Andy. Anche se probabilmente, temo, hai cliccato "consigliato per te" stamattina senza nemmeno accorgertene.
Istruzione n. 5 — Impara le frasi. Le essenziali
Ci sono battute che non sono più cinema. Sono armi. Strumenti di sopravvivenza aziendale. Adottati da generazioni di lavoratori per esorcizzare l'ulcera. "È tutto" sperando di chiudere una riunione infinitamente lunga e pallosa. "Floreale? In primavera? Avanguardia pura". La risposta definitiva a qualsiasi PowerPoint inutile presentato in riunione con la faccia paonazza di chi ha appena inventato la ruota. "I dettagli della tua incompetenza non mi interessano". E infine: "Tutti vogliono essere noi". Nel copione originale era "essere me" ma Meryl Streep la cambiò sul set. Un monologo di narcisismo trasformato in una spaventosa offerta di complicità. Piccolo gesto. Voragine immensa. Il potere, quello raffinato, non ti chiude fuori. Ti fa accomodare dentro. E ti coopta. Esattamente come questo film sta facendo con noi da vent'anni.
Istruzione n. 6 — Il Finestrino. Guardalo
Nel trailer del sequel c'è un'immagine che da sola giustifica vent'anni di attesa. Emily Charlton, già prima assistente, già martire del cubetto di formaggio, già patrona universale dei lavoratori esauriti, è seduta sul sedile posteriore di una berlina di lusso. E abbassa il finestrino oscurato. Quel gesto preciso. Nel film originale era il sigillo esclusivo di Miranda: il modo in cui separava il mondo in due categorie nette, chi sta dentro e chi resta sul marciapiede a guardare. Adesso appartiene a Emily. La ragazza che non mangiava, che correva con un tacco rotto, che custodiva l'agenda di Miranda come fosse le tavole della legge, ora siede dove sedeva il suo carnefice. E abbassa quel finestrino con la stessa naturalezza con cui un tempo abbassava gli occhi. Il trauma, nel mondo di Runway, non si elabora. Si eredita. Si indossa. E, se sei abbastanza fortunato, diventa il tuo guardaroba.
Ecco fatto. Pronti. Voce abbassata. Carboidrato assimilato. Guardaroba supervisionato. Ceruleo evitato. Pronti per varcare la porta del cinema il 29 aprile .
E quando il buio scenderà finalmente in sala, e un singolo, minuscolo clack di tacco a spillo bucherà il silenzio per la prima volta dopo vent'anni sentiremo la segreta, masochistica e inconfessabile speranza che, guardandoci dall'alto di quello schermo, Miranda Prietsly ci trovi... adeguati.
È tutto.
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