Nove minuti di ovazione a Cannes 2026 per Amarga Navidad. Almodóvar racconta temi, poetica e ossessioni del suo film più personale.
Il regista spagnolo porta in concorso ufficiale il suo film più personale: due linee temporali, un alter ego e la domanda scomoda che ogni scrittore teme.
[di Alex M. Salgado]
Nove minuti di applausi. Il Grand Théâtre Lumière in piedi, Juliette Binoche in sala, Pedro Almodóvar sul palco con tutto il cast. È con questo che Amarga Navidad ha fatto il suo ingresso nel mondo, ieri sera al Festival di Cannes 2026, undicesima presenza del regista spagnolo sulla Croisette, ottava in concorso ufficiale. Un numero che racconta una storia a parte: quella di un autore che Cannes ama da decenni e che Cannes non ha ancora premiato con la Palma d'Oro, nonostante i riconoscimenti non gli manchino, Miglior Regia per Tutto su mia madre, Miglior Sceneggiatura per Volver. La coppa più alta rimane lì, in attesa.
Ma ieri sera non era serata da calcoli. Era serata da ovazioni.
Qualcosa ha preso possesso di lui. Di nuovo. Almodóvar arriva a Cannes 2026 con Amarga Navidad (Bitter Christmas) e porta con sé la domanda più scomoda che un autore possa rivolgere a se stesso: fino a dove mi posso spingere, dentro la vita degli altri, per salvare la mia scrittura?
Il film nasce da quattro anni di lavoro intermittente. Lo racconta lui stesso in un'intervista esclusiva a Deadline: "Da circa quattro anni lavoro sulla sceneggiatura, mentre lavoravo anche ad altri progetti. Si è sedimentata lentamente." Non è insolito per lui. Ma questa volta il sedimento è diverso, più personale, più esposto, più rischioso.
Due storie, uno specchio
Amarga Navidad si costruisce su due linee temporali parallele. La prima si svolge nel dicembre 2004, a Madrid, e segue Elsa (Bárbara Lennie), regista di spot pubblicitari che un tempo ha firmato due film rimasti incompresi e diventati cult col tempo. La seconda è ambientata nell'estate del 2026 e ha per protagonista Raúl Rossetti (Leonardo Sbaraglia), sceneggiatore di successo bloccato da anni davanti a un computer, in cerca di una storia che non trova. La storia che trova è quella di Elsa.
Raúl è l'alter ego dichiarato di Almodóvar. Una villa brutalista con quadri alle pareti, quasi nessuna vita sociale, un compagno fedele e silenzioso, Santi (Quim Gutiérrez) e un'assistente ventennale, Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che conosce i suoi tempi meglio di lui. Di fronte alla scrivania è appeso un dipinto di Asher Liftin: una finestra delle dimensioni di una finestra vera, eseguita con tecnica puntinista. Avvicinandosi si vedono solo linee astratte. Solo da lontano si capisce cos'è. Almodóvar lo dichiara con chiarezza quasi programmatica: per lo scrittore, la realtà esterna e la sua propria realtà convivono nello stesso spazio, dentro casa sua.
Le coppie del film si rispecchiano le une nelle altre con la precisione di un sistema di specchi: Raúl e Santi diventano, nella fiction, Elsa e Bonifacio (Patrick Criado), il compagno di lei, spogliarellista e vigile del fuoco, che entra in scena mentre balla su Libertango nella versione di Grace Jones.
Il cursore che pulsa
L'immagine più forte del film è probabilmente la più semplice: il cursore lampeggiante su uno schermo. Per Almodóvar è tutto. "Il suo battito è più forte del battito del cuore di Raúl", un riferimento esplicito ad Arrebato di Iván Zulueta, dove la telecamera Super 8 divorava chi la guardava. La stessa logica, la stessa vertigine: non sei tu a possedere la storia, è la storia a possedere te. Almodóvar lo spiega così: "Mi sembra un po' paranormale, ma durante la scrittura sento che qualcosa si impossessa di me. A un certo punto è la storia a dettare quello che accade. Sono rimasto sorpreso io stesso dal finale, quando sono arrivato a scriverlo."
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L'antagonista interiore
Nel terzo atto entra il personaggio di Mónica e cambia tutto. In un confronto teatrale, quasi pirandelliano, nel Parco del Retiro mentre scende la sera, l'assistente restituisce a Raúl la sceneggiatura appena letta e lo affronta, lo accusa, lo sgretola. Inconsapevolmente, misteriosamente, come solo i finali veri fanno, gli consegna la chiave della storia che cercava. Almodóvar conferma: "Mónica riflette il modo in cui posso mettere in discussione me stesso. Non volevo diventare compiacente nei confronti della figura del regista, che è un riflesso di me nel film. E mentre Mónica lo sfida, sfida anche me come regista." Poi aggiunge: "A volte uno scrittore non pensa al modo in cui farà del male alle persone intorno a lui, perché in fondo non pensa al dolore, pensa all'idea. E questo diventa una cosa pericolosa."
Fino a dove
Il film apre una domanda senza risposta giuridica, solo etica. Un creatore ha il diritto di trasformare in finzione il dolore di chi gli sta accanto? Almodóvar risponde con una franchezza disarmante: "Se mai fossi preso da una storia su qualcuno che poi mi chiedesse di non essere rappresentato, potrei semplicemente non fare il film."
Il titolo stesso porta dentro di sé questa tensione. Amarga Navidad è anche il nome di una canzone di Chavela Vargas, quella che nel film scuote Patricia (Victoria Luengo), amica di Elsa, al punto da spingerla ad abbandonare il marito infedele. La voce di Chavela è "la voce che meglio ha cantato l'abbandono." Un dolore prestato. Un'ispirazione rubata con cura.
Lanzarote, paesaggio dell'anima
Elsa e Patricia raggiungono Lanzarote, isola vulcanica, nera, lunare, per elaborare lutti diversi. Almodóvar ci era già stato con Gli abbracci spezzati, sulla stessa spiaggia di El Golfo. Torna perché Lanzarote fa quello che pochi paesaggi riescono a fare: diventa mentale. "È un posto perfetto per andare a nascondersi, o a piangere" dice. Ed è lì che Elsa e Natalia (Milena Smit), una giovane madre che porta il peso della morte del figlio, rompono la quarta parete, guardano in macchina, attraversano il tempo. Dal 2004 arrivano al 2026, direttamente allo schermo del computer di Raúl. L'obiettivo della cinepresa e il cursore sono le due estremità dello stesso filo.
Nove minuti nel tempio
Quando gli applausi si sono spenti, ieri sera al Grand Théâtre Lumière, Almodóvar ha preso la parola davanti al pubblico e ha detto: "Non ho mai trovato un pubblico così caloroso come qui. Venire a Cannes è sempre un sogno per me — entrare da quella porta e sedermi in questa sala. Mi mancherà molto quando non verrò più."
Una frase che suona come un addio senza esserlo. O forse come l'unica forma di addio che un autore può permettersi: pronunciarlo mentre è ancora dentro la stanza.
Amarga Navidad, distribuito da Warner Bros, uscirà nelle sale italiane giovedì 21 maggio.
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