Clooney a Venezia contro la fusione Paramount-Warner: il Leone d'Oro rompe il coro e difende Ruffalo. Scopri di più.
Dal Palazzo del Casinò, poche ore dopo Cruise al Pat McAfee Show, il Leone d'Oro alla carriera prende posizione contro il deal da centoundici miliardi e difende Mark Ruffalo dall'accusa di antisemitismo mossa dallo studio.
[di Alex M. Salgado]
George Clooney si è presentato al tavolo della conferenza stampa di apertura della 83ª Mostra del Cinema con un Leone d'Oro alla carriera in programma per la sera. La prima domanda dei giornalisti internazionali non riguardava il cinema. Riguardava la fusione Paramount-Warner Bros. Discovery, l'operazione da centoundici miliardi che sta ridisegnando Hollywood mentre buona parte dei suoi protagonisti evita ancora di parlarne apertamente.
Clooney ha parlato. Ha parlato contro. Ha rotto il coro compatto che dalla mattina, dagli Stati Uniti, sembrava aver trovato la sua voce ufficiale in Tom Cruise, ospite al Pat McAfee Show a benedire il deal con la retorica della famiglia e la promessa Ellison dei trenta film all'anno. A distanza di poche ore, da palcoscenici agli antipodi, due coetanei di Hollywood hanno detto cose opposte sulla stessa operazione. Sessantaquattro anni Cruise, sessantacinque Clooney. La faglia non passa dalla data di nascita.
Quando il denaro non basta
La formula con cui Clooney ha liquidato l'operazione è di quelle che restano. Ha detto che è una cosa complicata, che con tutte le questioni sul tavolo il denaro da solo non basta a rendere il deal fattibile, che non vede come possa andare in porto. La frase più politica del pomeriggio è arrivata subito dopo. Quando le grandi aziende si consolidano, ha spiegato, di solito significa che molte persone perdono il lavoro. L'ha aggiunto con la calma di chi non ha bisogno di alzare la voce. Questa è semplicemente la verità.
Ha nominato esplicitamente David Ellison come architetto dell'operazione. Non è un dettaglio secondario. Fino a ieri il nome del fondatore di Skydance circolava a Venezia soprattutto nei corridoi, nei bilaterali dei distributori, nelle chiacchiere di Lungomare Marconi. Portato in conferenza stampa dal Leone d'Oro alla carriera, quel nome è diventato persona pubblica dentro il perimetro europeo della critica al deal, dove finora ci erano arrivati solo i procuratori generali. Nelle nostre pagine abbiamo già mappato il fronte legale in movimento: undici stati guidati dal californiano Rob Bonta, la spinta antitrust del sindacato degli sceneggiatori, la geografia dei procuratori democratici che ha aperto la partita in tribunale. La voce di Clooney è entrata nel merito dall'unico punto in cui una star americana può ancora entrarci senza pagare pegno immediato: un festival di categoria A, la stampa internazionale davanti, un premio alla carriera come lasciapassare morale.
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Il diritto di dire no
La seconda linea del pomeriggio è passata da Mark Ruffalo. Paramount aveva bollato come antisemita la posizione dell'attore contro il deal e contro i legami tra la galassia Oracle e la tecnologia militare israeliana. Clooney ha scelto di intervenire, e l'ha fatto in modo netto. Ha definito ridicola la reazione dello studio. Ha rivendicato il diritto dell'attore a parlare liberamente. Ha aggiunto la clausola che pesa più di tutto il resto: crede nella libertà di parola anche quando è in totale disaccordo con chi la esercita. Ha chiuso asciutto, dicendo che Ruffalo gli piace e che è un brav'uomo.
La difesa è arrivata a ventiquattro ore da una lettera aperta intitolata Enough!, firmata da oltre centosettanta figure ebree del mondo della cultura, tra cui Joel Coen, Joaquin Phoenix e Naomi Klein. Il gesto ha risposto direttamente al vocabolario scelto da Paramount. Sono artisti e intellettuali ebrei a definire strumentale l'uso dell'accusa di antisemitismo contro chi contesta la fusione. Il fronte del dissenso interno si è consolidato in tempo reale, e Clooney vi si è aggiunto dal Lido con la postura del veterano che sa cosa può permettersi di dire. Che uno studio provi a smontare politicamente le critiche di un proprio attore accusandolo di antisemitismo, di per sé, è il segnale di quanto il perimetro del deal sia diventato incandescente.
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La spaccatura di giornata è tutta lì. Cruise ha parlato dall'interno del sistema, con la postura del divo produttore che sostiene i vertici in un momento di transizione. Locomotiva del post-pandemia, ha investito la sua credibilità industriale sulla promessa Ellison dei trenta film all'anno. Clooney ha parlato dalla casella opposta, quella del veterano attivista che ha coltivato per vent'anni la propria autonomia produttiva, dal Michael Clayton di Tony Gilroy al sodalizio con Grant Heslov, fino a Jay Kelly di Baumbach dell'anno scorso, presentato proprio qui. La differenza sta nella posizione dentro la filiera. Uno ha bisogno che il consolidamento vada in porto perché il suo cinema costa e serve una casa capace di finanziarlo. L'altro può permettersi di dire ad alta voce quello che una parte crescente dell'industria americana pensa a bassa voce.
Nel mezzo, i giornalisti che a Los Angeles hanno smesso di ricevere risposte, i procuratori generali che aspettano l'udienza, gli sceneggiatori che contano già i posti in meno. Venezia torna a essere anche questo. Uno degli ultimi posti al mondo dove un attore di sessantacinque anni può dire pubblicamente quello che pensa di un affare da centoundici miliardi senza che la sua parola valga meno del suo prossimo contratto.

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