George Clooney Leone d'Oro a Venezia 83: perché è un premio al giornalismo (e alla libertà di stampa)
Il Leone d'Oro alla carriera a George Clooney a Venezia 83 premia il militante dell'informazione dietro il divo di Hollywood.
Dietro il glamour del divo, trent'anni di battaglie per il Primo Emendamento: da Edward R. Murrow all'editoriale che spinse Biden fuori dalla corsa.
[di Massimo Righetti]
Tra pochi giorni un Leone d'oro sarà sollevato, il pubblico in Sala Grande del Lido si alzerà, i flash disegneranno lampi bianchi sul completo scuro. Poi il silenzio, il microfono e il sorriso che l'Italia conosce da trent'anni.
Nella sua motivazione, il Direttore artistico Alberto Barbera ha parlato di un "artista completo e carismatico", di un carisma "costruito sulla credibilità, non sull'immagine". E ha aggiunto che nei nove film girati da regista si riflette "l'altra sua vocazione, quella per l'impegno sociale e umanitario". È in questa seconda vocazione, quella che Barbera lascia in trasparenza, come una linea di fuga, che vale la pena entrare più a fondo.
Perché il Leone d'Oro alla carriera assegnato a George Clooney a Venezia 83 arriva al culmine di una traiettoria in cui l'attore, regista e produttore ha lavorato per trent'anni con un'ossessione ricorrente: la libertà di stampa. Un editorialista con la macchina da presa, si potrebbe dire. Qualcuno che ha usato ogni strumento, la pellicola, il palcoscenico, il quotidiano, persino il satellite, per difendere lo stesso perimetro.
Il manifesto del 2005
Il primo grande capitolo arriva nel 2005. Bianco e nero, novantatré minuti, budget minimo per gli standard hollywoodiani. Si intitola Good Night, and Good Luck. Clooney lo dirige, lo co-sceneggia con Grant Heslov. Interpreta Fred Friendly, l'amico e sodale di Edward R. Murrow. La storia è quella di una guerra combattuta negli studi della CBS fra il 1953 e il 1954: Murrow contro il senatore Joseph McCarthy, il giornalismo televisivo contro la caccia alle streghe. Ogni oscurantismo moderno, in filigrana, ha già la sua allegoria.
Quello stesso anno l'Academy fa qualcosa che nella sua storia non era mai accaduto: candida lo stesso uomo per due film diversi nella medesima edizione (Good Night, and Good Luck e Syriana) a dimostrare che in Clooney la carriera artistica e la vocazione civile sono cresciute sullo stesso terreno.
Vent'anni dopo, la stessa voce
10 luglio 2024. Sul New York Times esce un editoriale firmato George Clooney. Titolo: I Love Joe Biden. But We Need a New Nominee. La voce ferma di un finanziatore storico del Partito Democratico che dichiara pubblicamente, per la prima volta ad alta voce, che il Re è nudo. Meno di due settimane dopo, Biden si ritira dalla corsa alla Casa Bianca. In un'intervista rilasciata mesi più tardi a Jake Tapper su CNN, Clooney definirà quel gesto un dovere civico. Nessun pentimento, nessuna enfasi: le pagine di un giornale, quel giornale, potevano ancora incidere sulla storia americana. Donald Trump risponde a modo suo: "fake movie actor George Clooney".
Marzo 2025, Winter Garden Theatre, Broadway. Anteprime dal 12, debutto ufficiale il 3 aprile. Regia di David Cromer, sceneggiatura di nuovo firmata con Heslov. Sul palco, un uomo con la sigaretta accesa fra le dita, il volto scavato dalle luci, il microfono radiofonico degli anni Cinquanta. È Edward R. Murrow. È George Clooney. Vent'anni dopo il film, Clooney lascia il ruolo dell'amico e prende quello del protagonista.
L'adattamento raccoglie cinque nomination ai Tony 2025 e diventa lo spettacolo con più incasso nella storia di Broadway. La sera del 7 giugno la penultima replica va in onda in diretta sulla CNN e in streaming gratuito su CNN.com e Max. A seguire, uno speciale intitolato Truth and Power condotto da Anderson Cooper davanti a una platea di studenti di giornalismo.
Portare Murrow in prima serata, sull'emittente che l'amministrazione Trump sta piegando con cause miliardarie: il gesto parla da solo. E Clooney lo dice a chiare lettere il 23 marzo 2025, intervistato a 60 Minutes: "Quando gli altri tre poteri falliscono, quando il giudiziario e l'esecutivo e il legislativo ci abbandonano, il quarto potere deve riuscire". Cita ABC News, che pochi mesi prima aveva pagato quindici milioni di dollari per chiudere una causa con Trump. Cita la causa in corso contro CBS e la stessa 60 Minutes. Parla di tribunali usati per rimpicciolire i giornalisti. Trump risponde su Truth Social con una formula aggiornata: "second rate movie star and failed political pundit".
Clooney, in quei mesi, presta a Murrow la propria voce. Murrow, in cambio, gli presta le proprie parole. Che tornano a bruciare come se fossero state scritte ieri.
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Redazioni e satelliti
Il resto della filmografia si legge, allora, come un'unica indagine sulle distorsioni del potere sull'informazione. Le case di produzione fondate da Clooney, Section Eight con Steven Soderbergh, poi Smokehouse Pictures con Heslov, hanno funzionato per vent'anni come piccole redazioni indipendenti dentro il sistema hollywoodiano, dove il capitale accumulato con i grandi successi al botteghino serviva a finanziare un cinema esigente e spesso scomodo. Le idi di marzo (2011), l'anatomia clinica di una campagna elettorale che marcisce dall'interno. Money Monster (2016), il cortocircuito tra finanza globale e cinismo televisivo. E poi The Agency, dal 2024 su Showtime, adattamento americano di Le Bureau des Légendes: l'intelligence come territorio in cui la verità si frantuma.
Anche l'attivismo, in questa cornice, cambia di segno. La filantropia patinata sta altrove. Qui il gesto è più preciso: azione mediatica. Dicembre 2010, insieme all'attivista John Prendergast, Clooney lancia il Satellite Sentinel Project. Partner: Nazioni Unite, Università di Harvard, Digital Globe e Google. Satelliti privati puntati sul confine tra Sudan settentrionale e meridionale a documentare in tempo reale movimenti di truppe e distruzione di villaggi. Non missione umanitaria: raccolta e diffusione di prove. Un esperimento di informazione dallo spazio, prima ancora che l'espressione entrasse nell'uso comune. Marzo 2012, Clooney si fa arrestare davanti all'ambasciata sudanese di Washington. Un titolo di giornale scritto con il proprio corpo.
Torniamo al Lido, allora. Alla statuetta, agli applausi, ai flash. Il Leone d'Oro alla carriera premia qualcosa di più stratificato del divo di Ocean's Eleven. Riconosce un uomo che ha capito prima di altri, e con più coerenza di altri, che nel ventunesimo secolo lo star system può funzionare come una redazione, un tappeto rosso come una prima pagina, un film come una controinchiesta. E che la libertà di stampa non è un diritto acquisito, ma una trincea da rioccupare ogni mattina, con qualsiasi strumento a disposizione.
Murrow, alla fine di ogni trasmissione, congedava il proprio pubblico con la stessa formula: "Good night, and good luck". Un augurio asciutto, quasi laconico. Settant'anni dopo, in un Paese diverso e con un mestiere diverso, un altro uomo ne ha fatto la propria firma. Il Leone d'Oro, in fondo, ha il peso di una controfirma. Venezia, quella firma, la validerà davanti al mondo.
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