Ruffalo dice genocidio, Paramount risponde antisemita: la fusione entra nel vocabolario

Ruffalo accusa gli Ellison di "genocidio" via Oracle. Paramount replica bollando la sua retorica come antisemita.

L'attore rilancia su Instagram un vecchio video di Safra Catz di Oracle e collega la fusione Paramount-Warner al conflitto a Gaza. Lo studio in giornata sposta l'asse del confronto sul terreno morale. Il campo di battaglia lascia l'antitrust.

[di Alex M. Salgado]

Mark Ruffalo

Venerdì 21 agosto, tardo pomeriggio californiano. Mark Ruffalo apre Instagram, entra nelle Stories, pubblica un carosello di tre schede. La prima ospita un vecchio video di Safra Catz, executive vice chair di Oracle, prelevato da un intervento all'Israeli-American Council National SummitCatz elenca con orgoglio le tecnologie del gruppo, le definisce davvero incredibilmente potenti e racconta di aver voluto metterle a disposizione dello sforzo bellico israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Nello stesso intervento cita come uno dei momenti di cui va più orgogliosa quello in cui, camminando dentro la Kirya, il quartier generale dell'IDF, ha visto dipendenti Oracle in uniforme al lavoro per l'operazione militare. Ruffalo la commenta con precisione lessicale. Definisce la guerra a Gaza un genocidio costruito su un sistema di apartheid alimentato da Oracle. E chiude il cerchio sulla famiglia Ellison, la stessa che sta finanziando l'acquisto di Warner Bros. Discovery da centoundici miliardi di dollari.

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Dalla lettera aperta di aprile all'attacco di venerdì

Il gesto ha un peso specifico che va oltre la Story di IG. Mark Ruffalo tiene oltre venti milioni di follower ed è al box office di mezzo mondo con Spider-Man: Brand New Day. La sua opposizione al deal ha una cronologia precisa. In aprile aveva firmato per primo la lettera aperta pubblicata su BlockTheMerger.com, oggi vicina a quota cinquemila adesioni. A maggio era arrivato l'editoriale sul New York Times, co-firmato con Matt Stoller dell'American Economic Liberties Project [LINK: op-ed Ruffalo-Stoller sulla paura di parlare]. In mezzo, l'audizione al Senato convocata dal senatore Cory Booker, i richiami costanti ai dodici procuratori generali di Stato che stanno cercando di bloccare l'operazione e ai quattromilacinquecento posti di lavoro diretti a rischio, più altri diecimila indiretti. La Story di venerdì avanza di un passo. Chiama in causa non più il perimetro industriale, ma la filiera morale che lo finanzia.

La replica di Paramount cambia il piano del discorso

La replica arriva nella stessa giornata. Una nota diffusa in esclusiva a TheWrap che sceglie con cura una parola sola per spostare l'asse del confronto.

Antisemita.

Lo studio si dice turbato quando tropi antisemiti vengono invocati al servizio di una disputa commerciale. Definisce un ponte troppo lungo l'uso di termini come genocidio e apartheid riferiti a una transazione societaria. Invoca un momento per abbassare la temperatura. Chiude ribadendo che il gruppo non tollera pregiudizi di alcun tipo. La discussione lascia l'antitrust. Diventa un giudizio sulla legittimità morale di chi la conduce.

Il precedente del 2021 pesa nella cronologia

Cinque anni prima, maggio 2021. Ruffalo pubblica su Twitter una scusa per aver usato la stessa parola, genocidio, riferita a Israele. Scrive che era inaccurato, infiammatorio, irrispettoso, e che veniva usato per giustificare l'antisemitismo. Cinque anni dopo la parola torna, senza scuse annunciate, e questa volta è il perno di un attacco a una famiglia che sta comprando due grandi studi. La differenza sta nel bersaglio. Nel 2021 era uno Stato. Nel 2026 è una dinastia con la maggioranza in un conglomerato mediatico in costruzione. La stessa parola cambia obiettivo, cambia contesto, cambia peso politico. E la scusa del 2021 diventa il primo argomento che i critici del post rilanciano nelle repliche, riesumata a stretto giro dai media statunitensi.

Il vero campo di battaglia è il vocabolario

La parola è il campo di battaglia. Ruffalo prende l'iperbole promozionale di Catz e la restituisce al mittente letta alla lettera. Se una tecnologia è davvero da paura, forse è davvero da temere. E la usa per legare tre livelli distinti: la fusione, la concentrazione mediatica, la politica estera di uno Stato. Paramount ne prende una sola, antisemita, e la mette al centro della replica. Da lì in avanti qualunque obiezione al deal deve prima difendersi da un'accusa morale. Il meccanismo è chirurgico. Sposta il piano dove qualunque contestazione diventa terreno minato. E lo fa nel giorno in cui l'attore che guida l'opposizione al deal è nei cinema di mezzo mondo con un film Marvel, prodotto anch'esso da uno studio nato da una mega-fusione. Simmetria perfetta.

Torniamo a venerdì. La story ha 24 ore di vita, poi sparisce. Il post di Ruffalo era quindi già archiviato quando la nota di Paramount è uscita. Il paradosso è tutto qui. Il gesto che ha innescato la replica più dura mai ricevuta da un attore contro il deal è durato meno di un giorno. La replica dello studio, invece, rimarrà. Nei database dei trade, nelle pagine dei giornali, nel vocabolario con cui d'ora in avanti si racconterà questa fusione da centoundici miliardi. Ha vinto chi conosce i mezzi di informazione.

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