Sei offerte rifiutate in tre anni, un pacchetto da cento milioni per Gerwig, Robbie, Gosling e Baumbach. Il nodo vero sono le percentuali su...
Sei offerte rifiutate in tre anni, un pacchetto da cento milioni per Gerwig, Robbie, Gosling e Baumbach. Il nodo vero sono le percentuali sugli incassi.
[di Alex M. Salgado]
"Do you guys ever think about dying?" chiede Margot Robbie nella prima scena di Barbie. Tre anni dopo, secondo Variety, Hollywood sta rispondendo: sì, di questo sequel. Il pezzo pubblicato ieri allarga il quadro del dossier che avevamo aperto qualche settimana fa. E quando si allarga il quadro, di solito si allarga anche l'imbarazzo.
Sei offerte in tre anni, l'ultima è la più alta della storia Warner
Ricapitoliamo, perché il conto merita. Warner Bros. avrebbe presentato più di sei offerte al team di Greta Gerwig in tre anni. Tutte rifiutate. L'ultima viene definita da una fonte dello studio come la più alta mai proposta da Warner per un pacchetto filmmaker-star, "soldi che cambiano la vita". Poi una seconda fonte, sempre dentro Warner, si è affrettata a ridimensionare: sarà pure il pacchetto più costoso di sempre, ma le singole cifre individuali non lo sono. Traduzione: nemmeno le fonti dello studio sono d'accordo su cosa sia stato offerto. Buon segno.
A guidare la trattativa dal lato talent è la CAA, la più potente agenzia di Hollywood, con Bryan Lourd in prima persona e Tara Kole, avvocato di Gerwig, seduta al tavolo. Sull'altro lato, David Zaslav non firma.
Il pacchetto: cento milioni per rimettere insieme la banda
Solo per riportare a bordo Robbie, Gosling, Gerwig e Baumbach servono oltre cento milioni di dollari di cachet garantito, senza contare le percentuali sugli incassi. Il primo Barbie aveva un budget totale di 145 milioni. Detto altrimenti: rimettere insieme la banda costa quasi quanto è costato girare il primo film.
Le richieste sono note. Ryan Gosling vuole 20 milioni per rimettere il pettorale di Ken. Margot Robbie, che dal primo film ha incassato circa 50 milioni tra stipendio e quota sugli incassi, ora chiede di più. Greta Gerwig ha incassato decine di milioni e vuole crescere. Noah Baumbach avrebbe solo un aumento del cachet, senza percentuali sul botteghino. Elencate una dopo l'altra, le cifre cominciano a suonare come una richiesta di riscatto.
Non è avidità, è distribuzione del rischio
Il dettaglio nuovo, e importante, è dove esattamente ci si è impuntati. Il team creativo, secondo una fonte, sarebbe soddisfatto degli anticipi fissi, meno delle condizioni sulla quota di incassi futuri. Un'altra fonte smentisce entrambi i punti, fedeli allo spirito di Hollywood, tutti smentiscono tutti. Ma un elemento resta fermo: il team non sta chiedendo la formula più aggressiva del contratto hollywoodiano, quella che stacca gli assegni al talent prima ancora che lo studio abbia recuperato un centesimo del budget. E qui la storia comincia a piegarsi in una direzione precisa. La posizione Warner comincia a suonare fragile. "Come può non essere nell'interesse degli azionisti un sequel del film più grande della storia dello studio?"
Il fantasma di Ellison e la finestra sospesa di Zaslav
Il quadro si complica ancora, ed è qui che diventa quasi metafisico. David Zaslav potrebbe essere negli ultimi mesi alla guida di Warner Bros. Discovery. L'acquisizione da 31 dollari per azione da parte di Paramount Skydance di David Ellison è stata ratificata, e alla chiusura Zaslav incasserebbe centinaia di milioni. L'accordo però è sospeso, un tribunale federale ha rinviato il processo antitrust al marzo 2027 dopo la causa dei procuratori generali di dodici stati. Quindi Zaslav resta. Ma da uscente. In un limbo che non è né potere pieno né consegna delle chiavi, e da cui evidentemente trova la forza di dire no a Greta Gerwig.
Il paradosso si commenta da solo: un amministratore delegato in uscita sospesa, che alla chiusura del deal monetizzerà centinaia di milioni, blocca un sequel potenzialmente da miliardo per una manciata di punti percentuali sugli incassi futuri. Nel frattempo Ellison aspetta dalla sponda opposta: se dovesse chiudere l'operazione, riattivare i diritti Mattel e riportare i creativi al tavolo sarebbe "il primo deal che farà".
Mattel rebranda: Barbie fashion icon, senza film
Sull'altro lato del tavolo, Mattel fa la parte del vaso di coccio. Robbie Brenner e Ynon Kreiz hanno un accordo pronto con Warner, manca solo il team creativo. Le vendite delle bambole Barbie sono in calo dopo il picco 2023 legato al film, e il marketing ha annunciato un rebrand: Barbie tornerà "fashion icon", con più vestiti e accessori sugli scaffali. Chi meglio della donna più fotografata dei red carpet mondiali per lanciare il riposizionamento? Peccato che quella donna, oggi, sia seduta a un tavolo ad aspettare che qualcuno alzi l'offerta sulla quota degli incassi futuri.
La sostanza è questa: nessuno dei protagonisti ha davvero fretta. Warner tira il freno perché è in vendita. Gerwig tiene la storia in tasca perché non le costa niente aspettare. Robbie ha altro. Gosling è appena passato alla Marvel. Solo Mattel guarda il calendario delle vendite di Natale con una certa apprensione. Il resto è teatro d'ombre.
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Nel frattempo, Magic Mike XXL resta primo
Restando in tema di sequel, la domanda vera è un'altra. Se davvero dopo tre anni di trattative, sei offerte rifiutate, un pacchetto da cento milioni e un tribunale antitrust di dodici stati questo Barbie 2 dovesse farsi e piazzarsi sopra Magic Mike XXL nella classifica IndieWire dei migliori sequel di sempre, allora sì, si potrà parlare di miracolo industriale. Fino ad allora, tocca accontentarsi di Channing Tatum in perizoma.
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