Disclosure Day di Spielberg con Emily Blunt: un inno all'empatia nell'era dei deepfake e delle guerre. La recensione di Luci sulla Scena.
Con Emily Blunt in stato di grazia e Josh O'Connor a tenerle il passo, il nuovo film di Spielberg è un atto di fede sull'unica cosa che potrebbe ancora salvarci.
[di Massimo Righetti]
"Se scoprissi che non siamo soli, se qualcuno te lo dimostrasse, avresti paura?"
La risposta onesta: sì. La paura vera però, quella che stringe lo stomaco davvero, nasce altrove. Dal riconoscimento di noi stessi in uno specchio che non avevamo chiesto. Un riflesso non voluto. Una rivelazione crudele. Con Disclosure Day, da oggi, 10 giugno, al cinema grazie a Universal Pictures, Steven Spielberg smette di guardare le stelle. Le abbandona. A settantanove anni, gira lentamente lo sguardo verso di noi.
Il dottor Daniel Kellner (Josh O'Connor) è un esperto di cybersicurezza. Numeri. Algoritmi. Solitudini. Lavora per la WARDEX, conglomerato privato che gestisce per conto del governo americano i segreti sulle visite extraterrestri dal 1947. Quando decide di diventare un whistleblower, scatena una caccia all'uomo guidata dall'implacabile Noah Scanlon (Colin Firth). Un predatore in giacca e cravatta. Elegante. Letale. Dall'altra parte del paese, Margaret Fairchild (Emily Blunt), meteorologa televisiva di Kansas City, comincia inspiegabilmente a parlare lingue sconosciute. A sentire. A percepire le emozioni altrui come se fossero le proprie. Un contagio emotivo. Un dono feroce. Due traiettorie parallele. Una sola destinazione. L'inevitabile.
Spielberg e il cinema come testamento
I suoi alieni hanno sempre portato qualcosa di umano dentro, erano metafore della nostra solitudine, del bisogno di essere capiti da qualcuno, anche da un essere venuto da un'altra galassia. Disclosure Day è la sintesi di tutto questo. Spielberg cita se stesso con la grazia malinconica di chi fa l'inventario prima di partire: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Minority Report, The Post. Gli artisti nella tarda carriera sintetizzano, mettono in un'opera sola tutto quello che sanno, con meno mediazioni, più fuoco. E si sente. Spielberg racconta la storia più importante che conosce, quella attorno a cui ha sempre girato, con la chiarezza di chi questa volta vuole essere capito. Gli alieni sono il pretesto magnifico. Spielberg li ha sempre usati per raccontare noi e stavolta lo fa senza veli. È qui, esattamente in questo punto di rottura, che lo schermo si dissolve e restiamo solo noi, nudi, di fronte alla nostra abissale incapacità di sfiorarci l'anima.
Empatia come superpotere nell'era dei deepfake e della solitudine digitale
C'è qualcosa di strano nel viverci dentro, in questo tempo. Siamo più connessi di qualsiasi generazione prima di noi. E più soli. E più stanchi. E più distanti. Portiamo sempre addosso uno schermo che ci mette in contatto con chiunque e ci permette di non sentire davvero nessuno. I deepfake hanno sciolto il confine tra vero e falso e la cosa più inquietante, alla fine, è che abbiamo smesso di cercare il vero. Le guerre accadono in diretta e scrolliamo oltre. Scorriamo via. Senza fermarci. Senza guardare. L'empatia, la capacità concreta di portare per un momento il peso di un altro, di stare con il suo dolore senza fuggire, si è fatta rara. Forse perché costa. Costa fermarsi. Costa rischiare di essere cambiati da quello che si sente. Spielberg costruisce intorno a questa frattura il film più necessario della sua carriera tarda. Margaret Fairchild riceve l'empatia come un dono violento, non la sceglie, le viene imposta, la travolge. Ed è lì che il film smette di essere fantascienza e diventa qualcos'altro: uno specchio del nostro tempo, in cui vediamo ingrandita la cosa che abbiamo perso senza accorgercene. La WARDEX, la corporation che da ottant'anni tiene segreti i contatti extraterrestri, funziona come ogni grande piattaforma digitale: privatizza l'informazione, la trasforma in asset aziendale, decide cosa sappiamo e cosa no. Il nemico lo conosciamo già. Abita qui da sempre. E respira con noi.
Emily Blunt e il corpo che sa
Emily Blunt abita Margaret con quella combinazione rara di rigore tecnico e abbandono totale che appartiene ai grandi attori. Parte da lontano, dal sorriso calibrato della meteorologa televisiva, dalla donna che gestisce tutto e non teme niente. Poi qualcosa si inceppa. E Blunt non lo controlla: lo lascia accadere. Gli occhi diventano un'altra cosa. La voce trova accordature sconosciute. Il corpo cambia frequenza, si sintonizza su qualcosa che non le appartiene o che forse le appartiene da sempre. È una performance che attraversa registri impossibili senza perdersi mai. Dal comico al terrore. Dalla grazia alla crisi. L'intero spettro umano in una sola donna che non sa ancora cosa le sta succedendo. La macchina da presa di Spielberg la segue senza staccarsi. La sente, prima ancora di mostrarla.
Kamiński, Williams e la scelta del silenzio
Janusz Kamiński gira prevalentemente in pellicola 35mm. Una scelta d'amore. Una grana che palpita su una palette spenta e crepuscolare che trasforma anche le sequenze d'azione in qualcosa che assomiglia a una memoria. John Williams, a novantaquattro anni, firma la partitura più sobria della sua lunga collaborazione con Spielberg: niente fanfare, niente trionfo. Corni sommessi, sintetizzatori appena percettibili, un silenzio che nei momenti di maggiore tensione vale più di qualsiasi commento musicale. Williams aspetta le emozioni dello spettatore invece di guidarle. Sa già che arriveranno.
L'ultima parola
Vale la pena vederlo? Sì. Per l'interpretazione di Emily Blunt, che da sola giustifica il biglietto. Per Josh O'Connor, che le tiene il passo con una determinazione silenziosa e bruciante, il tipo di recitazione che non chiede attenzione e per questo la ottiene tutta. Per la partitura di John Williams, che entra tardi e non se ne va. Per Steven Spielberg, che a settantanove anni ha ancora il coraggio di credere nell'umanità senza difese, in un'epoca in cui credere in qualcosa senza ironia è già un atto raro.
Ci sono film che si misurano in perfezione formale. E film che si misurano in quello che lasciano. Questo lascia qualcosa. Al cuore di tutto c'è un imperativo che il film costruisce piano, sequenza dopo sequenza. Una parola sola. "Ascoltate." Semplice, disperato, necessario.
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