Se domani non torno di Paola Randi: Filippo Timi è Gino Cecchettin in un film civile sull’assenza di Giulia e sul controllo nascosto nelle parole.
Filippo Timi è Gino Cecchettin nel film che racconta l’assenza di Giulia e il controllo che si nasconde nelle parole di ogni giorno.
[di Massimo Righetti]
“Quando sei con me sei sempre al cellulare. Quando esci con la tua amica sparisci e non mi scrivi, non mi chiami.”
Arriva così, buttata lì, in una sera qualunque. Una frase da messaggio scritto in fretta prima di dormire. Ha il suono della premura, quasi della tenerezza: qualcuno sente una mancanza e la dice ad alta voce. In sala, alla Festa del Cinema di Roma, la lasciamo scivolare come si lasciano scivolare le cose che conosciamo a memoria. Le conosciamo perché le abbiamo sentite. Alcuni di noi, senza avere la percezione di quanto possa incrinare nell’animo, le hanno pronunciate.
Se domani non torno, il film che Paola Randi ha tratto dal libro Cara Giulia di Gino Cecchettin, parte da qui, dal rumore di fondo. La storia la conosciamo tutti. Il rischio che il film si prende sta proprio in questo: raccontare l’11 novembre 2023 a un Paese che lo ha già visto in ogni telegiornale, senza aggiungere una sola immagine morbosa a quella cronaca. Randi e la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan entrano in casa Cecchettin dalla cucina, in punta di piedi, e restano lì. La regista trova la distanza giusta per raccontare l’indicibile: abbastanza vicina da farci sentire il dolore, abbastanza lontana da custodirlo.
“Quando sei con i colleghi non mi scrivi, non mi chiami.”
La frase torna. Cambia luogo, cambia compagnia, resta identica nella sostanza. Alla seconda volta smette di sembrare affetto. Alla terza disegna un perimetro, e dentro quel perimetro una donna deve rendere conto di ogni ora trascorsa altrove. Chi la pronuncia non si accorge di nulla. Ed è questa inconsapevolezza, più di ogni gesto, a fare paura. La frase, intanto, si è già sistemata da qualche parte dietro gli occhi umidi. Da lì non se ne andrà più.
Un vuoto al centro dell’inquadratura
L’assassino di Giulia, nel film, non esiste. Nessun volto, nessun nome. Resta un’ombra che occupa lo spazio di una parola e niente di più. La scelta è radicale e ha la forza di una presa di posizione. Senza un volto da scrutare, il racconto non può trasformarsi in un’indagine sul carnefice né consolarsi con la vecchia litania del raptus e del troppo amore. Lo sguardo si sposta verso un colpevole più grande e più difficile da inquadrare, perché un volto non ce l’ha: una società che per decenni ha considerato normali certe parole, certi silenzi, certi diritti di proprietà travestiti da affetto. A Padova la macchina da presa si posa su Prato della Valle e sulle sue settantotto statue, tutte dedicate a uomini. Basta un’inquadratura per legare la violenza che spezza una vita alla cancellazione silenziosa delle donne dalla memoria pubblica.
Al centro rimane l’assenza. La fisica insegna che alcune presenze si rivelano solo attraverso ciò che manca, e Randi costruisce il film su questo principio. Giulia non c’è, eppure ogni cosa le gira intorno, si sposta, si rompe, si ricompone. In quel vuoto la frase dell’inizio torna a bussare, e comincia a sgretolarsi.
“Quando esci con la tua amica sparisci”.
Sparisci. Il verbo che per giorni i telegiornali hanno ripetuto accanto al nome di Giulia era già lì, nascosto dentro una frase che suonava come amore. E cresce, scena dopo scena, la consapevolezza che la violenza può abitare, inosservata, anche nelle persone buone.
Un volto che impara
Filippo Timi costruisce Gino Cecchettin a pennellate minime. Il lutto gli passa sul viso in un sopracciglio che cede, in uno sguardo che resta sospeso un secondo di troppo, in un sorriso che arriva quando nessuno se lo aspetta e scompare subito. Gino ha già perso la moglie Monica un anno prima, ha imparato a cucinare la pasta al tonno per tenere i figli attorno allo stesso tavolo, va al cimitero a raccontarle le novità. Quando si spoglia dei panni istrionici e lavora per sottrazione, come già accadeva in I corpi estranei del grande Mirko Locatelli, Timi dimostra di essere uno dei più grandi attori italiani contemporanei. Qui ogni sua incrinatura rimbomba.
La svolta arriva da una direzione imprevista. Nel pieno dell’assedio mediatico, in rete compare un post sessista attribuito a lui. La reazione più ovvia sarebbe la smentita, secca, indignata. Gino invece si ferma. Rilegge quelle parole. E si chiede, con un’onestà che spiazza, se non possa averle scritte davvero. Il dubbio lo attraversa come una scossa: certi pensieri, certi modi di dire, abitano dentro gli uomini da così tanto tempo da sembrare naturali, e feriscono senza che chi li porta con sé se ne accorga. In quella scena il film cambia soggetto. Smette di guardare Gino e comincia a guardare noi.
La frase dell’inizio torna nella testa con la nostra voce, e ogni parola, riascoltata adesso, mostra il segno che lasciava: il telefono da tenere in vista, l’amica trasformata in rivale, le ore da giustificare.
“Quando sei con la tua amica...”
Ce la sentiamo morire in bocca, perché adesso sappiamo dove portava.
La parola che mancava
Tecla Bossi, al debutto sul grande schermo, dà a Elena una rabbia che sa sempre dove colpire. È lei a dare un nome alla cosa, patriarcato, una parola che fino a quel novembre nel dibattito pubblico italiano suonava quasi impronunciabile. Il titolo stesso del film viene da lei, dai versi della poetessa peruviana Cristina Torres Cáceres che Elena rilanciò nei giorni del ritrovamento. Ed è lei, nel dialogo più bello del film, a far notare al padre che quel lavoro sugli uomini non dovrebbe toccare alle donne. Lo fa lo stesso, per amore, camminandogli accanto. Accanto a loro Davide (Tommaso Allione, anche lui all’esordio) attraversa il dolore quasi senza parole, finché il suo corpo diventa uno scudo tra il padre e i flash dei fotografi. Sabrina Martina restituisce a Giulia la luce che la cronaca le aveva sottratto: i disegni, i libri illustrati per bambini che sognava di fare, una laurea in Ingegneria biomedica fissata per il giovedì successivo.
La memoria ha bisogno di colore
La fotografia di Guido Michelotti toglie colore alla pianura veneta di novembre. Restano il grigio dei campi, le strade di provincia, una luce che non scalda. Tutto il colore che manca lo porta addosso Giulia: un impermeabile giallo, un maglione rosso.
Lo stesso colore torna nei ricordi di Gino. Davanti ai Carabinieri prova a ricostruire le ultime ore passate con la figlia, e la memoria si blocca: sui fornelli c’è una padella vuota, Giulia è vestita di grigio, quasi cancellata. Quando il ricordo torna, la padella si riempie e Giulia riprende i suoi colori. Ricordare qualcuno, qui, vuol dire ridargli colore. Intanto la cucina cambia: al posto dei piatti cucinati arrivano i cartoni della pizza, le caffettiere accese tutta la notte. Nessuno dice niente. Basta guardare il tavolo.
Il rumore che serve
Nella seconda parte, quella della mobilitazione, il film procede con più cautela, quasi intimorito dalla vicinanza delle persone reali. È il prezzo del rispetto, e Randi sceglie di pagarlo. Nella vita vera, quella mobilitazione ha trovato una forma. Dal dolore privato è nato un impegno pubblico, la Fondazione Giulia Cecchettin, che compare tra i produttori del film insieme a Notorious Pictures, Mediaset e Sky Cinema. Se domani non torno arriva in sala il 5 novembre, a pochi giorni dal terzo anniversario, e merita di essere visto da quante più persone possibile, nelle sale e nelle scuole, perché questo è cinema civile nel senso più pieno.
Elena aveva chiesto di non fare un minuto di silenzio per sua sorella, ma di fare rumore. Il film racconta quel rumore: diecimila chiavi che tintinnano sul sagrato, un suono minuscolo moltiplicato per una folla intera, impossibile da ignorare. Quel giorno, salutando sua figlia, Gino aveva detto: “Non so pregare, ma so sperare”.
Il percorso di Gino, a guardarlo bene, somiglia a una strada possibile per ciascuno di noi. Accorgersi. Dubitare. Riconoscere nelle proprie parole l’eco di qualcosa che ferisce. Decidere di cambiarle. Nessuna conversione miracolosa, solo un lavoro paziente su frasi piccole, quelle che si dicono in macchina, a cena, prima di dormire.
La frase dell’inizio si è consumata. Ha perso i pezzi uno alla volta: il cellulare, i colleghi, le chiamate mancate. Ha perso anche quel verbo, sparisci, che nessuno di noi riuscirà più a pronunciare con leggerezza. È rimasta una ragazza che esce con un’amica, e qualcuno che è felice per lei. Una ragazza che domani torna.
“Sei con la tua amica, divertitevi e ci sentiamo dopo, amore.”
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