Zanasi porta Lodovini, Mastandrea e Riondino in un casolare della Tuscia: una commedia libera e imperfetta sulle famiglie che si scelgono.
Valentina Lodovini, Valerio Mastandrea e Michele Riondino in una commedia libera e imperfetta sulle famiglie storte, tra la Tuscia, Ibsen e De André.
[di Massimo Righetti]
Una donna chiude gli scuri, getta qualche cuscino sul pavimento, si sdraia e smette di rispondere al mondo. Fuori premono i debiti, un affresco etrusco spuntato sotto l’intonaco del suo ristorante, una figlia che sta male, un vaso finito per sbaglio sulla testa di un rider. Dentro resta il soffitto. Da quel corpo disteso parte È andata così, il nuovo film di Gianni Zanasi presentato in Grand Public alla Festa del Cinema di Roma: una commedia che fa accomodare il caos in salotto, nella storia come nella forma.
Tra Tarkovskij e Pippi Calzelunghe
Zanasi ha un metodo punk e romantico. La sceneggiatura, firmata con i compagni di strada Michele Pellegrini e Giacomo Ciarrapico, sul set diventa una traccia da tradire; la parola stop non arriva mai, e gli attori restano dentro la scena oltre l’ultima battuta, costretti a inventarsi un’uscita. Da lì nascono i momenti più vivi, quando la finzione si sbuccia e affiora una risata vera. Il regista colloca il suo lavoro a metà strada fra Tarkovskij e Pippi Calzelunghe, e la boutade funziona come una mappa: del primo restano il tempo sospeso del casolare e i fantasmi che abitano la memoria, della seconda l’anarchia allegra di chi rifiuta le regole degli adulti. Sotto, come una falda, scorre la commedia all’italiana di Monicelli e Scola, capace di ridere del disastro volendo bene a chi ci sta dentro.
Tre ex e un fantasma di Ibsen
Il film parte dall’incipit di Anna Karenina, quello sulle famiglie felici che si somigliano tutte, e lo piega a un’idea più crudele: la famiglia in cui si nasce si subisce, quella che si costruisce da adulti si infligge. Cecilia, braccata da un ex dipendente che rivuole i suoi soldi e osservata da servizi sociali e psichiatra che ne giudicano l’idoneità di madre, vive in un casolare sperduto della Tuscia, alle porte dell’immaginaria cittadina di Aria, dove un festival celebra i fasti degli Etruschi. La raggiungono i tre uomini della sua vita: due padri dei suoi figli e un marito mai del tutto ex. Per sfuggire ai servizi sociali, racimolare fondi con la cultura e scuotere la figlia sedicenne Elisa, la tribù decide di mettere in scena Spettri di Ibsen. Il palco di fortuna diventa una seduta d’analisi collettiva, e i fantasmi del dramma borghese cominciano a somigliare a quelli di casa.
Valerio Mastandrea fa di Christophe, regista d’avanguardia caduto in disgrazia, il fallimento che parla in prima persona: un uomo che copre il lutto del mestiere con il sarcasmo e insegue, per tutto il film, un semplice grazie della figlia. Il suo cinismo ha la temperatura di una ferita. Michele Riondino gli oppone Tony, impresario in rovina che non ha perso l’entusiasmo e scambia ogni disastro per la vigilia di un debutto: è lui a trascinare tutti dentro Ibsen, e il suo ottimismo testardo fa da contrappeso all’amarezza di Christophe. Valentina Lodovini dà a Cecilia una nevrosi piena di contraddizioni, quella di una donna inchiodata al passato che impara a fatica a mollare la presa; nel suo corpo il film trova il proprio centro di gravità.
Il sole sui campi bruciati
La fotografia di Vladan Radovic, già David di Donatello per Anime nere, lavora in contrappunto con la scenografia di Tonino Zera: gli interni del casolare traboccano di oggetti, abiti, residui di altre vite. In un set dove lo stop non arriva mai, la luce sembra pensata per lasciare spazio agli attori più che per inseguirli, pronta ad accogliere un’uscita improvvisata senza rompere l’inquadratura. Fuori si stende una campagna sconfinata, battuta da volpi e lupi, con il grano tagliato che brucia sotto il sole come la stanchezza dei personaggi. Fra quel paesaggio che si sbriciola e le stanze piene fino all’orlo si gioca la tensione visiva più bella del film: uno spazio vuoto, uno spazio saturo, e in mezzo una famiglia che cerca la propria misura.
Il coraggio delle famiglie storte
Il film paga i debiti della sua libertà. La prima mezz’ora accumula incidenti a raffica, qualche deviazione verso il thriller resta appesa, e nel secondo atto i 120 minuti si allargano troppo. Rispetto a Non pensarci, quel gioiellino che teneva insieme tenerezza e misura, È andata così ha più ambizione e meno disciplina. Eppure Zanasi sta dalla parte giusta, quella della tribù. La famiglia allargata di Cecilia, scombinata e rissosa, regge come una rete di mutuo soccorso, più solida di tante famiglie da catalogo in cui ci si rifugia per pavidità o per cattolica convenzione, mentre chi dovrebbe giudicarla continua a misurarla col righello della forma. Quando sui titoli di coda arriva Una storia sbagliata di De André, l’elegia delle vite storte suona come una dichiarazione d’amore.
In un tempo che vive di performance e di controllo, quella donna sdraiata a terra dietro gli scuri chiusi somiglia a molti di noi; Zanasi suggerisce di lasciarli socchiusi, e di aspettare che qualcuno, magari il più sbagliato, bussi alla porta.
È andata così - Regia di Gianni Zanasi. Con Valentina Lodovini, Michele Riondino, Leonardo Lidi, Valerio Mastandrea, Alma Teresa Giardina. Durata 120 minuti. Coproduzione Italia, Spagna, Albania. Distribuzione: Vision Distribution. In sala dal 26 novembre.
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