Ci si può salvare da soli? Un'indagine ironica e profonda sulla necessità delle relazioni umane per rinascere, partendo dal film "Cinque Secondi".
Sulla comica e inevitabile necessità degli altri per salvarsi. A partire da "Cinque Secondi" di Paolo Virzì.
[di Massimo Righetti]
C'è una certa, innegabile eleganza nel mandare tutto al diavolo. Non con la volgarità dei gesti plateali, intendiamoci, ma con la classe di una ritirata strategica. Un esilio. Un buen retiro dal mondo e dal suo frastuono insistente. L'uomo che si fa eremita, oggi, non si arrampica su un albero né si nutre di bacche e radici. Troppo teatrale, troppo Medioevo. L'eremita contemporaneo si trova un posto dimenticato da Dio ma col wi-fi, che so, una stalla fatiscente trasformata in un casale dal gusto retrò in una Toscana verde e selvaggia, e lì si dedica alla sublime arte dell'auto-annientamento a fuoco lento. È una performance silenziosa per un pubblico inesistente. Un capolavoro di dissoluzione.
Questo è il punto di partenza di Cinque Secondi, il film di Paolo Virzì ora nelle sale grazie a Vision Distribution. Un uomo accartocciato su se stesso, un'anima in perenne manutenzione straordinaria che ha deciso, semplicemente, di chiudere bottega. Lo chiamano Adriano, ma potrebbe avere il nostro nome. È l'archetipo di chiunque abbia subìto uno scacco dalla vita e, invece di cercare la mossa per ribaltare la partita, abbia scelto di smettere di giocare. Si è messo lì, in quel paesaggio invernale che è la fotocopia del suo cuore, ad aspettare. Cosa? Probabilmente nulla. La fine della partita per abbandono.
E qui sorge la domanda. Quella che ci portiamo dietro da quando abbiamo smesso di credere alle favole e quella che ritorna a galla durante la visione del film: per salvarsi, davvero, ce la si può fare da soli? È un'impresa che si può tentare in solitaria, un'eroica ascensione interiore, tirandosi su per i capelli come il Barone di Münchhausen dalla palude del proprio io? È una narrazione seducente, bisogna ammetterlo. L'individuo contro il suo demone, senza aiuti esterni. L'autosufficienza dell'anima. Suona nobile, suona bene. Ma è vera? O è soltanto la più poetica delle nostre illusioni?
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L'universo, si sa, ha un senso dell'umorismo che definire bizzarro è riduttivo. Nel momento esatto in cui hai raggiunto la perfezione della tua solitudine, la stasi cosmica del tuo dolore, ti arriva un'invasione di campo. È come quando, convinto di aver chiuso ogni porta, la vita ti infila un biglietto sotto il battiscopa. Un invito per un bicchiere di vino che non avresti mai creduto di ricevere. O, peggio ancora, ti carica la pistola per una roulette russa di emozioni che non avevi nessuna intenzione, o speranza, di giocare. Per il nostro eremita, questa roulette prende le sembianze di un'orda di giovani idealisti che vogliono fare il vino. Tu cerchi il silenzio e ti arriva la vendemmia. Cerchi l'oblio e ti ritrovi con il compost dei vicini.
L'urto è tutto lì. In quella loro irruzione non richiesta, non cercata, quasi molesta. Loro non sono lì per salvarlo. A loro, del suo dramma da martire chic, non importa nulla. Hanno un'utopia da coltivare, delle vigne da resuscitare. E lui è solo un vicino scorbutico. Ma è proprio questo a innescare qualcosa. La loro vita, il loro lavoro, il loro caos, all'inizio solo un rumore indistinto, cacofonico, quasi insopportabile, lentamente si tramuta in qualcos'altro. Un ritmo che non comprende, poi riconosce: un battito. La loro cura per quel paesaggio arido diventa, per una strana e inspiegabile osmosi, una cura per la sua anima. La vita, si scopre, è contagiosa. È un'epidemia benigna che non chiede il permesso.
Forse, allora, la rinascita non è un atto di volontà, ma un atto di resa all'evidenza che non siamo pianeti in orbite solitarie. Siamo sistemi aperti, porosi, condannati a essere contaminati. Non è un cinema che pretende di guarire, ma che chiede di guardare chi si ha davanti. E in quello sguardo, in quella presenza inattesa, caotica e meravigliosamente viva, si trova l'antidoto al nostro perfetto, immobile, letale isolamento.
Forse non siamo nati per salvarci da soli. Forse, e questa è un'idea che ha una sua vertiginosa bellezza, siamo nati per essere l'inciampo provvidenziale sulla strada di qualcun altro. E viceversa. Una specie di meraviglioso, comico, inevitabile domino della speranza.
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Cinque Secondi
Durata:105 min
Regia: Paolo Virzì
Interpreti e personaggi: Valerio Mastandrea (Adriano Sereni), Galatéa Bellugi (Matilde), Valeria Bruni Tedeschi (Giuliana), Ilaria Spada (Letizia), Francesco Maria Dominedò (vice commissario Bosco), Anna Ferraioli Ravel (avvocata Pesaresi), Anna Lazzeri (Jasmine)
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Carlo Virzì, Paolo Virzì
Produttore: Daniel Campos Pavoncelli, Marco Cohen, Letizia Corbi, Mariangela Curci, Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Alessandro Mascheroni
Produttore esecutivo: Enrico Venti
Casa di produzione: GreenBoo Production, Indiana Production, Motorino Amaranto, Vision Distribution
Distribuzione: Vision Distribution
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Carlo Virzì
Scenografia: Alessandro Iacopelli
Costumi: Ottavia Virzì
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