Il ministero dell’amore, la recensione del film di Ciarrapico e Vendruscolo

Il ministero dell’amore alla Festa di Roma: Guzzanti premier irresistibile, ma la satira di Ciarrapico e Vendruscolo resta senza mordente.

Valutazione: ★★½☆☆ (2.5 su 5)

Dai creatori di Boris una crisi di governo dentro la testa di Pif. Corrado Guzzanti è un premier irresistibile, ma la satira graffia la vernice e si ferma prima del legno.

[di Massimo Righetti]

Pif e Alessandra Mastronardi in IL MINISTERO DELL'AMORE

Ti hanno lasciato. Male, con quella frase sulla pausa di riflessione che tutti sanno tradurre e nessuno ha il coraggio di tradurre ad alta voce. Tu però non ti arrendi, tenti il tutto per tutto, scrivi, cancelli, riscrivi, aspetti. Ti aggrappi a ogni spunta blu come a un appiglio sulla parete. Poi, dopo pochissimi giorni, la ritrovi già tra le braccia di un altro. Nessun lutto, nessuna convalescenza, nessuna riflessione da mettere in pausa: ha voltato pagina con la stessa fatica con cui si beve un bicchiere d’acqua, e probabilmente con meno sete. Gli amici, quelli veri, che ti vogliono bene con la goffaggine affettuosa di chi non sa bene cosa dire ma sa che non devi restare solo, ti prendono sottobraccio e ti portano al cinema. Leggi la sinossi: un uomo mollato dalla compagna, il governo della sua testa che cade, i ministri che si accapigliano per rimettere insieme i cocci. E pensi: ma devo proprio farmi del male? Poi cedi. Entri preparato al peggio, il fazzoletto in tasca e l'orgoglio in ostaggio. Esci a luci accese e scopri di essere intatto. Nessuno sconquasso. Nessuna crepa. Nemmeno un piccolo sisma del quinto grado. Eppure era la tua storia, quasi battuta per battuta. E allora, sul piazzale dell'Auditorium Parco della Musica, la domanda arriva da sola, come un messaggio alle due di notte: perché?

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Una Repubblica fondata sul rinvio

La risposta va cercata nella testa di Aldo Canestri, protagonista del film che Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo hanno presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public. Aldo è un cronista parlamentare che passa le giornate davanti a Montecitorio con il fedele operatore Sergio, a caccia di mezze dichiarazioni e smentite preventive. Pif gli presta la sua solita faccia da uomo che ha perso il tram anche se non era così sicuro di volerlo prendere. Dentro quella faccia, però, si nasconde uno Stato. Una Repubblica in piena regola, con un Consiglio dei Ministri che amministra la sua vita con la stessa cura con cui si amministra l'Italia: le multe non pagate come debito pubblico, le visite mediche rimandate come sanità, i libri lasciati a metà come politica culturale. Quando Claudia, la compagna interpretata da Alessandra Mastronardi, chiede la famosa pausa, il governo cade. Si vota. Nessuno vince. Partono le consultazioni, i veti incrociati, i rimpastini in campo larghissimo, e spunta perfino il Partito dei Sensi di Colpa, movimento populista che promette di aprire il parlamento interiore come una scatoletta di tonno.

L'idea viene da lontano, da un monologo teatrale che Ciarrapico portò in scena nel 2013, Stare meglio oggi, due anni prima che la Pixar spedisse Gioia e Tristezza nella testa di una bambina del Minnesota. Il primato è suo, documenti alla mano. Ma al cinema, come in amore, arrivare primi conta poco se nessuno se ne accorge.

Il premier che merita la riconferma

Corrado Guzzanti in IL MINISTERO DELL'AMORE

Le cose belle esistono, e conviene metterle agli atti prima che cada anche questo governo. La prima ha l'accento sardo e il passo felpato dei grandi democristiani: Corrado Guzzanti, Presidente del Consiglio della mente di Aldo, maestro del galleggiamento, della mediazione infinita, della frase che dice tutto per non dire niente. Ogni volta che entra in scena il film cambia marcia, il tempo si dilata, la sala ride davvero. È l’unico membro dell’esecutivo di cui chiunque firmerebbe la riconferma. Intorno a lui la vecchia banda di Boris si muove con la disinvoltura di chi recita insieme da vent'anni: Pietro Sermonti è un Ministro dell'Amore fragile come un vaso cinese durante un trasloco, Carlo De Ruggieri guida con fierezza il movimento dei Sensi di Colpa, Massimo De Lorenzo regge una Difesa priva di qualsiasi competenza difensiva, e Angela Finocchiaro, all'opposizione, vuole ricomporre la coppia a ogni costo, finché il costo non diventa una poltrona.

Riuscita anche la scelta visiva dei palazzi interiori: stanze color seppia, polvere da Prima Repubblica, arredi da anni Cinquanta, come se la mente di un uomo di oggi avesse deciso di fermare gli orologi all'ultimo momento in cui le cose sembravano funzionare. Fuori, Roma corre, rumorosa e viva. Dentro, si timbra il cartellino.

E poi la trovata migliore, l'unica che fa male sul serio: quei servizi segreti interni, quella manina invisibile che interviene ogni volta che Aldo prova a rialzarsi, sabotando con zelo ministeriale qualsiasi tentativo di stare meglio. Qui il film tocca un nervo scoperto, perché chiunque sia stato lasciato conosce quell'apparato. Lavora di notte, non firma mai i documenti e, al momento giusto, fa sparire il fascicolo.

Due film, un solo biglietto

Il guaio arriva dopo la risata. La sceneggiatura procede per sketch, ciascuno ben confezionato, ciascuno chiuso su se stesso, come interrogazioni parlamentari che non ricevono mai risposta. Manca il mordente, quella cattiveria lucida che in Boris trasformava ogni battuta in una lama e ogni lama in un ritratto del Paese. Qui la satira graffia la vernice e si ferma prima del legno. Colpa anche della realtà, che nel frattempo si è fatta più assurda di qualsiasi parodia e lascia agli autori il compito ingrato di rincorrere un bersaglio capace di deridersi da solo.

Soprattutto, i due film non si parlano. Da una parte la malinconia gentile di Pif, il suo stupore da uomo smarrito, la tenerezza impacciata che conosciamo dai suoi lavori. Dall'altra il cinismo feroce, scorretto, quasi misantropo di Ciarrapico e Vendruscolo. Due registri che siedono sulla stessa poltrona senza mai stringersi la mano. Il risultato somiglia a un governo di larghe intese: tutti dentro, nessuno davvero convinto, e il cuore della faccenda, il dolore di un uomo lasciato, rinviato a data da destinarsi.

Crisi di governo, nessuna crisi di nervi

Il film salterà la sala e arriverà su Prime Video il 18 dicembre, e forse il divano è il suo habitat naturale: lì si può mettere in pausa, che in fondo era esattamente quello che chiedeva Claudia. Lo guarderà con piacere chi ama la banda di Boris, chi aspetta Guzzanti come si aspetta un vecchio amico al bar, chi cerca qualche risata sotto l’albero, prevedibili come la tombola di famiglia. Chi invece è appena stato lasciato può dormire tranquillo. Uscirà dalla visione com’era entrato, con le stesse ferite  e un Guzzanti in più nella memoria. Il problema de Il Ministero dell'amore sta tutto qui: un film sul cuore spezzato che lascia il cuore esattamente come lo aveva trovato.

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