Heart of the Beast, recensione: Brad Pitt e il cane Odino dispersi in Alaska. Un survival imperfetto con un cuore che batte davvero.
Dodici anni dopo Fury, David Ayer e Brad Pitt tornano insieme per un "survival movie" che attraversa il gelo dell'Alaska e trova il suo cuore nello sguardo di un cane.
[di Massimo Righetti]
Brad Pitt vola. Seduto ai comandi di un idrovolante, bello come una copertina, sotto di lui laghi e montagne che sembrano stampati per un calendario da ufficio. Più di sessant'anni portati con la naturalezza di chi ha fatto un patto con qualcuno, e quel qualcuno ha mantenuto la parola. Poi il cuore si ferma. Così, a mezz'aria. L'aereo precipita, buca la superficie di un lago ghiacciato, e il gelo che dovrebbe finire il lavoro fa l'esatto opposto. Il cuore riparte.
Viene da pensare ai cardiologi. Generazioni di medici chini su stent e bypass, defibrillatori appesi nelle stazioni e nei palazzetti, corsi di rianimazione, protocolli cronometrati al secondo. Quando invece bastava un lago dell'Alaska a una temperatura che nessun termometro ragionevole vorrebbe mai registrare. Niente liste d'attesa, niente ticket, niente ricetta. Un tuffo, e si torna come nuovi. Qualcuno dovrebbe avvisare il servizio sanitario nazionale.
Parte da qui Heart of the Beast - Nel profondo selvaggio, il film con cui David Ayer torna a dirigere Brad Pitt dodici anni dopo Fury, in sala dal 24 settembre con Eagle Pictures. Pitt è James Belmont, veterano delle Forze Speciali che ha scelto l'isolamento come altri scelgono una pensione. Accanto a lui Odino, pastore tedesco e reduce di guerra quanto il padrone: una protesi a una zampa, il muso sfregiato, i denti in titanio. Due veterani che hanno smesso di aspettarsi qualcosa dal mondo, e ai quali il mondo, con il consueto senso dell'umorismo, sta per chiedere tutto.
Per un bel pezzo Heart of the Beast sembra un campionario di disgrazie montato con zelo notarile. finchè, quasi senza avvisare, diventa un film sul modo in cui due creature ferite si tengono in vita a vicenda. La strada per arrivarci ha le sue buche ma all'arrivo i conti tornano, a patto di guardare nella direzione giusta: verso il basso, all'altezza del muso di Odino.
Brad Pitt nell'Alaska di Heart of the Beast: un survival a ostacoli
Da quel lago in poi, uomo e cane non riescono a fare un passo senza che la natura presenti il conto. Oltre novanta chilometri li separano dalla civiltà, e l'Alaska sembra averli studiati uno per uno. Un fiume in piena da guadare, ossa che si rompono, ipotermia che avanza, e ogni volta che la situazione sembra toccare il fondo, il fondo si rivela provvisto di un piano interrato. Viene il sospetto che da queste parti la natura lavori a cottimo, e che quell'uomo e quel cane siano la commessa più redditizia della stagione.
Il colmo è che l'Alaska, in tutto questo, recita. Il film è girato in Nuova Zelanda, tra Queenstown, Glenorchy e il Fiordland, che fanno il Grande Nord con una convinzione da premio alla carriera.
La regia di David Ayer: un'avventura che perde coraggio e poi lo ritrova
La prima parte ha il passo lungo dell'ambizione. Ayer cerca l'avventura allo stato puro in una natura che si allontana a ogni inquadratura, sempre più vasta, sempre più muta. L'Alaska di Heart of the Beast ignora l'uomo e il cane come il meteo ignora le preghiere, e in quella indifferenza abita la minaccia più seria del film.
Nella parte centrale il coraggio viene meno. La scrittura di Cameron Alexander si appoggia troppo sulla presenza della star, come se il volto dell'attore bastasse a tenere in piedi una scena, e il racconto procede per inerzia. Sul finale il film si ritrova. Recupera l'intimità che Ayer e Pitt avevano scoperto nella pancia d'acciaio di un carro armato in Fury, e questa volta senza enfasi, senza il bisogno di spiegarsi.
Verrebbe da dare la colpa alla star, se la star avesse fatto la star. Pitt invece lavora per sottrazione, insolitamente trattenuto. Lascia che il film si costruisca sui corpi, sui muscoli tesi, sulla fatica vera: ha girato quasi tutto senza controfigura, nel fango e nei fiumi gelidi, e si vede. Lascia spazio agli sguardi del cane. Il difetto abita nella struttura, che gli chiede di reggere da solo ciò che lui, con intelligenza, ha deciso di condividere.
Nei momenti migliori Heart of the Beast somiglia a una versione avventurosa di Revenant di Iñárritu, spogliata dell'aura da blockbuster d'autore. Meno liturgia, più istinto.
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I limiti sono pochi, ma alcuni cadono in punti delicati del racconto. La CGI, quando entra in scena, stona con il realismo fisico che il resto del film si è guadagnato a colpi di lividi e acqua gelata, e toglie minaccia proprio dove la minaccia servirebbe di più. I flashback di guerra, virati seppia e distorti, sono un effetto grossolano in un film che altrove sa raccontare il dolore senza bisogno di parole, figurarsi di filtri. J.K. Simmons e Anna Lambe restano presenze di servizio, sprecate in ruoli che non chiedevano nulla del loro talento. E gli ostacoli arrivano in ordine di apparizione, secondo la grammatica del survival più classico, senza la tentazione di riscriverla.
Sul piatto opposto della bilancia pesano due cose. La fotografia di Mauro Fiore parte calda e scivola verso tinte bluastre e desaturate: il colore segue la temperatura dei corpi e la racconta meglio di qualunque dialogo. La partitura di Jared Michael Fry, cupa, sbilanciata sugli archi gravi, trova il suo momento più alto nei canti Yup'ik dei Pamyua, gruppo nativo dell'Alaska: per qualche minuto la natura sembra ricordarsi di esistere da molto prima di tutti loro.
Odino e James Belmont: il cuore della bestia
Gli incubi del cane arrivano prima di quelli dell'uomo e li innescano, come se la guerra avesse trovato in Odino una strada più breve per tornare a bussare. Qui il film trova la sua idea più bella e meno dichiarata: il trauma appartiene anche a chi non può raccontarlo. Un cane con una protesi e il muso sfregiato si porta addosso la stessa guerra di un uomo, senza parole per dirla, e forse proprio per questo la dice meglio.
Adesso si capisce a cosa serviva lo spazio che Pitt ha lasciato libero. Tutto ciò che l'attore toglie a sé stesso passa al cane, e il cane sa cosa farne. Uber, il pastore tedesco che presta muso e cicatrici a Odino, davanti alla macchina da presa ha una serietà che nessun addestramento basta a spiegare. Lo sguardo di James si fa più povero perché quello di Odino possa farsi più ricco, e il film finisce per reggersi su quello che i due si scambiano in silenzio, più che su quello che si dice. Ayer tiene tutto lontano dalle zuccherosità alla Marley & Me: nessuno qui è adorabile per contratto. La tenerezza, quando arriva, arriva ruvida, sporca di fango, guadagnata un chilometro alla volta.
Un lago ghiacciato ha rimesso in moto il cuore di James Belmont. A tenerlo acceso, per tutta la strada, ci pensa un cane. Un consiglio pratico, per chi ha un cane che lo aspetta a casa: fazzoletti. Più di un pacchetto.


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