Fatherland, la recensione del film di Paweł Pawlikowski

Fatherland di Pawlikowski: Thomas ed Erika Mann nella Germania divisa del 1949. Bianco e nero, 4:3 e una patria che non si trova più.

Valutazione: ★★★★☆ (4.0 su 5)

Sandra Hüller e Hanns Zischler in viaggio nella Germania divisa del 1949: un padre, una figlia e una patria che non si lascia più trovare.

[di Massimo Righetti]

Hanns Zischler - FATHERLAND

Una Buick nera attraversa la Germania dell’estate 1949 con l’aria di chi ha sbagliato festa: troppo lucida per le macerie, troppo americana per quelle strade, troppo lunga per un paese che nel frattempo si è accorciato. A bordo ci sono Thomas Mann, settantaquattro anni e un Nobel, al primo ritorno dopo sedici anni di esilio, e sua figlia Erika. La strada va dalla Francoforte sotto influenza americana alla Weimar controllata dai sovietici. Paweł Pawlikowski ne fa un’udienza a porte chiuse, dove vengono chiamati a rispondere un padre, una patria e la convinzione che la cultura potesse bastare da sola a fare da argine.

Il film chiude la trilogia sul Novecento europeo aperta da Ida e proseguita con Cold War. A Cannes ha portato a Pawlikowski il secondo premio alla regia, ex aequo con La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi. Dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Best of 2026, è in sala da oggi, 16 ottobre, con MUBI.

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Erika al volante

Nella realtà Mann quel viaggio lo fece con la moglie Katia. Pawlikowski l’ha fatta scendere prima della partenza con una franchezza da sceneggiatore: drammaticamente non era abbastanza interessante. Povera Katia, congedata da un copione dopo quarant’anni accanto a un genio. Al suo posto siede Erika, e Sandra Hüller le dà un doppio fondo. Di giorno è la figlia premurosa, che veglia sul padre come su un vaso di famiglia, prezioso e già incrinato. Sotto la premura, però, il cielo è basso: verso quell’uomo Erika porta un temporale che non scoppia mai del tutto, fatto di dipendenza, rabbia, ammirazione e bisogno.

Hanns Zischler dà a Thomas Mann il passo lento di chi viene esibito come un reperto. Lo festeggiano, lo fotografano, lo conservano: una reliquia che non si rassegna alla teca e cerca, ostinata, un filo ancora vivo con il paese che gli aveva tolto la cittadinanza. Erika invece ha già spostato le lancette dall’altra parte dell’oceano. Si sente americana, e a un certo punto sospira: "Voglio andare a casa, papà". Lui ribatte con una domanda che il film si porta dietro fino alla fine: "Ma dov’è davvero la nostra casa?".

Il passeggero senza sedile

Il terzo passeggero è Klaus (August Diehl), figlio di Thomas e fratello di Erika, che si è tolto la vita quando avrebbe dovuto raggiungerli, e il film si apre con lui, nudo su un letto, aggrappato al telefono come a un filo che sta per spezzarsi. Klaus pone una domanda che nel 1949 ammetteva due sole risposte, "Signor Mann, da che parte stai? Stalin o Mickey Mouse?", e sulla Germania ha già deciso: un paese orribile, abitato da persone orribili, "e una lingua fatta per mentire". È una frase che uno scrittore tedesco rivolge, di fatto, anche a suo padre.

Da quel momento Klaus non scende più dalla macchina. Siede nei pensieri che padre e figlia non si dicono. Thomas, all’inizio, lo giudica con durezza, e quella durezza ha la consistenza di un cappotto pesante indossato in piena estate: serve a non sentire il freddo che viene da dentro. Intorno a loro il suicidio fa da basso continuo, quello di Klaus e quelli di Stefan Zweig e di Ernst Toller che affiorano nei discorsi. Fatherland ne esce profondo, intenso e, a suo modo, disperato.

Patria, padre, lingua

Il titolo è un’eredità scomoda, e il film lo sa. Vaterland è una parola che il nazismo aveva consumato fino a renderla impronunciabile, e nel 1949 Thomas Mann prova a riprenderla in mano. In Polonia il film è uscito come Ojczyzna, da ojciec, padre, così come l’italiano patria viene dal latino pater. In tutte e tre le lingue patria e padre abitano la stessa casa, e il film li fa viaggiare insieme, con un bagaglio ingombrante: la lingua. Patria ritorna per tutto il film, nei discorsi e nelle canzoni. A pronunciarla è un uomo che si definisce cittadino americano ma scrittore tedesco, e per il quale capire dove sia la sua Heimat è "una questione ben più complessa". 

Stalin o Mickey Mouse

Le due Germanie del 1949 offrono a Mann due racconti netti, che si escludono a vicenda e pretendono una scelta. Sono narrazioni che tolgono ossigeno, costringono a schierarsi e consumano piano piano la capacità di distinguere. Contro questa morsa, Mann aveva un’arma sola, quello che in un discorso chiamava "sguardo poetico": l’attenzione per le complessità e i paradossi. Fatherland la adotta come metodo, e nessuno dei suoi personaggi sta tutto da una parte: Thomas Mann è esule e festeggiato, padre e imputato nello stesso viaggio. Al presente il film non punta mai il dito. Settantasette anni dopo, tra popoli che tornano a dividersi in schieramenti e una retorica della patria che circola di nuovo con disinvoltura, l’aut aut di Klaus suona attualissimo. Cambiano soltanto i nomi sul cartellino.

Il quadrato senza orizzonte

Fatherland di Paweł Pawlikowski

Per raccontare l’autore della Montagna incantata, a Pawlikowski bastano 82 minuti, e sono pieni fino all’orlo: ogni parola pesa come una valigia, ogni sguardo muove qualcosa nell’equilibrio del racconto. La Storia non viene mai spiegata. Resta addosso ai personaggi, come la polvere delle strade.

Il formato 1.33:1 è la firma di Pawlikowski  da Ida in poi: inquadrature composte come le fotografie di un album di famiglia, Bergman e Bresson a portata di mano. Togliere i lati all’immagine significa togliere l’orizzonte, e con l’orizzonte le vie di fuga. Nel formato panoramico un personaggio in difficoltà ha sempre un paesaggio verso cui voltarsi. Nel quadrato rimane dove la regia lo ha messo, e lo spettatore con lui. In Fatherland la cornice stringe fino alla claustrofobia. L’immagine comprime i corpi, e lo sguardo, senza un altrove dove scappare, finisce sempre lì, sui tormenti che i personaggi si portano dentro. Più che un road movie, è un film da camera: l’abitacolo della Buick e le stanze d’albergo dove il viaggio si ferma. Anche gli attori finiscono nella gabbia: Pawlikowski costruisce prima l’inquadratura e solo dopo ce li fa entrare, così la claustrofobia dei personaggi la sentono addosso anche loro.

l bianco e nero di Łukasz Żal merita un discorso a parte: cambia pellea seconda di chi entra in scena. Davanti ai russi e agli americani si fa levigato, lucido come l’argenteria dei ricevimenti. Tra le macerie di Francoforte diventa asettico, freddo come un cinegiornale d’epoca. Quando padre e figlia si ritrovano soli si indurisce e lavora i volti con lo scalpello. La musica, intanto, disegna la mappa dell’occupazione: Mozart e Messiaen, canzonette jazz d’epoca, canti dell’Armata Rossa, ogni zona con il suo grammofono.

Una casa da cercare

Per salire su quella Buick non serve conoscere la famiglia Mann. Il film parla di cose che appartengono a chiunque: il rapporto con il mondo, una casa che non si sa più dove sia, un padre e una figlia che si vogliono bene nel modo più difficile.

Thomas Mann morirà sei anni dopo quel viaggio, nel 1955, a Zurigo: in un paese che parlava la sua lingua e che non era la sua patria.

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