The Only Living Pickpocket in New York, la recensione del film con John Turturro

The Only Living Pickpocket in New York: John Turturro borseggiatore analogico contro la mafia delle criptovalute. La recensione dalla Festa di Roma.

Valutazione: ★★★½☆ (3.5 su 5)

Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma, Noah Segan affida a John Turturro un borseggiatore all’antica in fuga dalla mafia delle criptovalute, con Giancarlo Esposito, Steve Buscemi e Jamie Lee Curtis

[di Ludovico Cantisani]

John Turturro - The Only Living Pickpocket in New York

Dopo un percorso festivaliero particolarmente denso (anteprima mondiale al Sundance, poi la Berlinale, Toronto, Telluride, il New York Film Festival e, come film di chiusura, Karlovy Vary) che lo ha reso uno dei titoli più richiesti dell’anno nel circuito dei festival, The Only Living Pickpocket in New York fa la sua prima italiana alla Festa del Cinema di Roma. Scritto e diretto da Noah Segan, il film è un one man show di John Turturro, nonostante la presenza al suo fianco di nomi del calibro di Giancarlo Esposito, Steve Buscemi e Jamie Lee Curtis.

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Un borseggiatore contro la mafia delle criptovalute

Si tratta di una sorta di crime-thriller revisionista, incentrato sulla figura dell’anziano “borseggiatore di carriera” Harry, che senza saperlo sottrae a un giovane rampollo di un’importante famiglia della criminalità organizzata newyorkese un dispositivo high-tech, una chiavetta USB criptata contenente un portafoglio di criptovalute, e deve fare una corsa contro il tempo per limitare i danni e scampare alla rappresaglia.

“New York, I love you but you’re bringing me down”

Aperto dai versi della canzone New York, I Love You but You’re Bringing Me Down degli LCD Soundsystem, il film ci introduce presto alla routine di Harry, tra piccoli furti soprattutto in metro, tentativi spesso fallimentari di ricettazione e le attente cure per la moglie disabile. Harry è il classico personaggio che si accorge di vivere in un mondo in cambiamento ma si rifiuta di sottostare al progresso: “preferisco impegnare che hackerare, nulla batte il taccheggio: noi vecchi preferiamo fare le cose faccia a faccia”, sentenzia già nei primi minuti del film. La storia si prende un po’ il suo tempo, ma piacevolmente, per entrare nel vivo, addentrandosi nella descrizione dei diversi sottomondi frequentati da Harry: affascinante il suo rapporto da gatto e topo con il detective Allan Warren, sull’orlo della pensione, interpretato da Giancarlo Esposito.

Ribaltamenti

Interessanti anche le varie situazioni di ribaltamento drammaturgico che si vengono a creare nel corso della storia, tra la “mafia” high-tech e giovanile che rintraccia Harry con le tecniche della polizia per recuperare la chiavetta, e Harry che rientra silenziosamente in casa propria come un ladro dopo che i ragazzi lo hanno identificato e lo hanno preceduto nell’abitazione. Iconico il momento, poco prima dell’atto finale, in cui lo stesso Harry subisce un tentativo di scippo in metro, se ne accorge subito e impartisce all’aspirante ladro un’improvvisata lezione sull’arte del borseggio, concludendola con la massima per cui da borseggiatore “lavori da solo ma non devi essere da solo”, e devi avere una rete comunitaria a cui aggrapparti. Se i giovani aspiranti boss della criminalità del futuro con cui Harry si scontra non brillano né come personaggi né come interpreti, l’apparizione di Jamie Lee Curtis nei panni di Moira, una sorta di “final boss”, riporta lo scontro nella stessa fascia generazionale, e seppur confinata a poco più di un cameo la sua interpretazione arricchisce molto il finale del film.

Cinque generazioni per tornare a Manhattan

Ricorrenti nelle battute e nelle inquadrature sono le riflessioni sui cambiamenti in corso a New York, in particolare la tendenza degli abitanti a trasferirsi sempre più verso le periferie, i sobborghi e l’entroterra. Harry al riguardo mantiene un suo orgoglio di autentico newyorkese, come gli ricorda un personaggio al centro di uno dei maggiori colpi di scena del film: “dicevi sempre che alla tua famiglia erano servite cinque generazioni per tornare a Manhattan e non saresti tornato indietro per nulla al mondo”. E anche se si è trasferito nel Bronx, rifiuta tassativamente di lasciare la città.

Tra i Safdie e The Irishman

The Only Living Pickpocket in New York si inserisce in un filone di crime indie ed esistenziali del cinema americano dell’ultimo decennio, accanto e sulla scia di titoli come Good Time e Uncut Gems dei fratelli Safdie o The Mastermind di Kelly Reichardt; se vogliamo, il film di Noah Segan è anche la risposta indie, e a tratti comica, a The Irishman di Scorsese, altro film in cui il connubio tra crimine e vecchiaia assumeva un peso specifico preponderante nelle dinamiche della trama. Interessante anche il contrasto tra il mondo corporate e i microcosmi della piccola criminalità newyorkese evidenziato nei primi minuti, quando l’ingresso in scena del personaggio di Turturro è preceduto e intervallato dalla banale routine di un impiegato d’ufficio di una delle infinite aziende newyorkesi. Altra opposizione tematica nella grammatica concettuale del film è il contrasto tra il gergo di strada di Harry e dei suoi anziani commilitoni, anche quando si trovano dall’altro lato della legge, e il linguaggio hi-tech del giovane aspirante boss e dei suoi accoliti.

Il palcoscenico di John Turturro

Con i suoi toni tra l’elegia per una città che cambia e l’adrenalina tipica dei thriller, The Only Living Pickpocket in New York è anche un ottimo palcoscenico per John Turturro, attore che pare soggetto a una carriera particolarmente intermittente, in cui più volte ai ruoli cult sono seguiti anni di film poco memorabili. The Only Living Pickpocket in New York non inventa nulla di particolarmente nuovo né a livello di linguaggio né di genere, ma è un film ben girato e ottimamente interpretato che ha le carte in regola per rimanere nella memoria collettiva come un piccolo classico.

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