David Ellison scrive sul NYT: la causa antitrust contro la fusione Paramount-WBD riguarda CNN, non le quote. Bonta replica, il calendario stringe.
Intervento pubblicato sulle pagine del New York Times del CEO Paramount Skydance: la causa antitrust dei 12 stati e della WGA riguarda l'indipendenza editoriale di CNN, non le quote di mercato. Bonta ribatte, e il calendario stringe: 7 milioni al giorno di penale dopo il 30 settembre.
[di Alex M. Salgado]
David Ellison ha aspettato qualche settimana, poi ha capito che il silenzio era diventato il regalo più caro che potesse fare ai suoi avversari. Il CEO di Paramount Skydance, l'uomo destinato a chiudere la fusione da 110 miliardi con Warner Bros. Discovery, ha scelto le pagine del New York Times per la sua controffensiva: un intervento pubblicato dopo la causa antitrust dei 12 stati americani e della Writers Guild of America. La sua tesi in una riga: la questione centrale riguarda la titolarità futura di CNN, non le quote di mercato.
L'op-ed del New York Times e la strategia della trasparenza
"Mentre restavo in silenzio, altri erano felici di scrivere la mia storia per me. Basta." Con questa frase Ellison chiude un mese di riserbo istituzionale. Il ragionamento che sviluppa nell'intervento va letto due volte per capirne il calcolo. Sostiene che chi guida una news organization, e Paramount possiede CBS, non dovrebbe influenzare la copertura di questioni che riguardano la propria azienda. Da qui il suo silenzio iniziale, presentato come precauzione deontologica. Il problema, dice ora, è che quello stesso silenzio è stato usato dagli altri per riempire il vuoto con la narrazione che serviva loro. In pratica: il fair play mi stava costando la partita, quindi smetto.
Il vero fronte della fusione Paramount-WBD: chi si prende CNN
Qui arriva la parte politica. Ellison sostiene che sotto la causa antitrust non ci sono davvero il market share o le quote di distribuzione theatrical, ma la questione se lui possa essere considerato un custode affidabile di CNN. È una lettura audace perché sposta il piano dello scontro dal terreno tecnico dei mercati rilevanti a quello sensibile dell'indipendenza editoriale. E ha un fondo di verità: Donald Trump ha citato CNN più volte pubblicamente discutendo dell'operazione, e la famiglia Ellison ha rapporti noti con l'amministrazione. Ad aprile Ellison ha ospitato una cena privata con il presidente, con la nuova editor-in-chief di CBS News Bari Weiss seduta al tavolo di Trump: per i critici il precedente parla da solo, ed è la ragione per cui il sospetto su CNN pesa più della smentita. Nella lettera il presidente non compare. Compare invece l'autobiografia bipartisan di Ellison: "Ho regolarmente votato candidati di entrambi i partiti; ho alcune posizioni che verrebbero definite conservatrici e altre che verrebbero definite liberali, come la maggior parte degli americani." E la promessa che le newsroom di Paramount risponderanno ai fatti, non ai suoi orientamenti personali. Manuale di comunicazione di crisi, scritta bene. Dall'altra parte del ring la risposta è arrivata in poche ore: il portavoce del Procuratore Generale della California Rob Bonta ha ribattuto che la loro è una chiara causa antitrust e che la fusione è "illegittima ai sensi del diritto federale". Traduzione: il piano su cui vogliamo combattere resta quello dei mercati, non quello della politica editoriale.
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Gli impegni scritti e le date che decidono tutto
Ellison chiude con la parte pragmatica: 30 film theatrical all'anno, 170 serie televisive tra piattaforme proprie e clienti terzi, oltre 30 miliardi di dollari annui in investimenti sui contenuti. Impegni messi per iscritto, che rispondono anche all'obiezione della Writers Guild, depositata il giorno dopo la causa dei 12 stati, secondo cui la fusione taglierebbe posti e salari degli sceneggiatori.
Ora la partita si gioca sul calendario, e il calendario ha tre soglie. La prima è il 30 settembre 2026: da quel giorno scatta la penale contrattuale che Paramount deve versare a WBD per ogni giorno di ritardo sul closing, circa 7 milioni di dollari al giorno, 650 milioni a trimestre. La seconda soglia è la data del processo antitrust, ancora da fissare: Paramount ha chiesto al giudice federale Araceli Martinez-Olguin di aprire il dibattimento il 4 novembre 2026, gli stati e la WGA hanno chiesto il 5 aprile 2027. Cinque mesi di differenza che, alla velocità di sette milioni al giorno, valgono più di un miliardo di dollari. La terza soglia è il tetto massimo per il closing: il 1° giugno 2027. Paramount si è impegnata a non chiudere l'operazione prima di quella data, a meno che il giudice sentenzi prima, nel qual caso il closing può avvenire cinque giorni dopo la sentenza. Detto in modo diretto: se Martinez-Olguin decide in tempi rapidi, Ellison chiude in tempi rapidi; se il processo si trascina, tutto resta congelato fino a giugno 2027, con la penale che macina milioni ogni notte.
Ellison firma un editoriale dignitoso, argomentato, retorico quanto basta. Ma sta anche urlando con eleganza al giudice: aprite quel processo prima possibile, o il mio deal morirà lentamente.
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