Fusione Warner-Paramount: processo fissato al 2 marzo 2027, Ellison chiede cauzione da 1,88 miliardi agli stati che bloccano il deal. Bonta riponde.
Il giorno stesso dell'editoriale sul New York Times la giudice federale fissa il processo antitrust al 2 marzo 2027. Una settimana dopo Paramount alza il tavolo: gli stati e la Writers Guild versino cauzione da 1,88 miliardi entro il 30 settembre, o si sblocchi il deal. Bonta risponde in tv.
[di Alex M. Salgado]
L'articolo precedente si chiudeva sull'immagine di David Ellison che urlava con eleganza al giudice federale: aprite quel processo prima possibile, o il mio deal morirà lentamente. (l'articolo: Ellison rompe il silenzio: la fusione Paramount-WBD si gioca su CNN). Il giudice ha risposto lo stesso giorno. E ha detto no.
Il 4 agosto che vale una saga
La sequenza va raccontata in ordine. Martedì 4 agosto Ellison manda in stampa il suo intervento sul New York Times: appello alla ragionevolezza, promesse per iscritto, l'autobiografia bipartisan. Nel pomeriggio dello stesso giorno la giudice federale Araceli Martinez-Olguin, di stanza a Oakland, deposita l'ordinanza che fissa la data del processo antitrust: 2 marzo 2027, dodici giorni di dibattimento fino al 19. Il novembre 2026 chiesto da Paramount era troppo presto. L'aprile 2027 chiesto dagli stati era troppo tardi. La giudice ha spaccato la differenza a metà, con qualche giorno di sconto per Ellison. Al CEO di Paramount è arrivata una risposta netta: sette mesi di attesa, prima di sapere se il matrimonio con Warner Bros. Discovery sarà celebrato o annullato.
La contromossa: 1,88 miliardi in cassa, o si sblocca il deal
Sette giorni dopo, lunedì scorso, gli avvocati di Paramount hanno depositato una mozione che ha del cinematografico. Chiedono alla giudice di obbligare i dodici stati americani e la Writers Guild of America a versare una cauzione di 1 miliardo 884 milioni 726 mila 92 dollari e 73 centesimi entro il 30 settembre. Se non lo fanno, dice Paramount, si sciolga l'ordine che blocca la fusione. La cifra corrisponde con qualche approssimazione a quello che Paramount pagherà a WBD di penale contrattuale (sette milioni al giorno) dal 30 settembre fino al giorno della sentenza. Tradotto senza gergo: se voi stati e sindacato volete continuare a tenermi congelato in attesa del processo, allora dimostrate di poter risarcire ciò che questa attesa mi costerà, se poi vincerò io la causa. Depositate cauzione o togliete il blocco. Nessuna terza via. La base legale invocata è il Clayton Act, la stessa norma federale antitrust su cui si fondano le cause contro la fusione. Arte marziale della difesa: uso la vostra legge contro di voi.
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Bonta risponde in tivù, e la stoccata è tecnica
Il Procuratore Generale della California Rob Bonta, capofila dei dodici stati, ha scelto di rispondere in televisione, ospite del programma politico "State of Play With Peter Alexander". Ha detto due cose. La prima è cortese: preferiamo risolvere le controversie in sala consiglio, non in tribunale, se possibile. La seconda è tecnica, ed è quella che pesa di più: i rimedi cosiddetti comportamentali, ossia gli impegni scritti come le promesse di trenta film theatrical all'anno o di trenta miliardi di investimento in contenuti, in passato si sono dimostrati inefficaci. Quello che serve, dice Bonta, sono rimedi strutturali, cioè cessioni di asset, spin-off, cose che cambiano davvero la forma dell'azienda combinata. Se questa linea reggerà davanti alla giudice, tutte le promesse dell'editoriale di Ellison diventeranno carta straccia processuale.
Perché continuiamo a raccontare questa saga
Questo è, a occhio, il decimo articolo che Luci sulla Scena dedica alla vicenda Paramount-Warner Bros. Discovery. Vale la pena spiegare perché. La fusione, se andasse in porto nei termini attuali, produrrebbe il più grande consolidamento di Hollywood degli ultimi trent'anni. Sotto lo stesso tetto finirebbero due dei cinque studios major storici, due dei cinque canali cable più grandi degli Stati Uniti, due piattaforme streaming distinte (Paramount+ e HBO Max), e due testate televisive di riferimento come CBS News e CNN. Meno studios significa meno film prodotti, meno rischi presi sui progetti d'autore, meno spazio per registi che non fanno franchise. Meno canali significa meno pluralismo informativo, ossia meno voci diverse per raccontare gli stessi fatti. Meno concorrenza tra piattaforme significa più potere di dettare prezzi e finestre di distribuzione, cose che poi ricadono sulle sale, ossia su chi il cinema lo vive andandoci. È per questo che dodici procuratori generali americani hanno fatto causa. Ed è per questo che, dall'Italia, guardiamo alla stessa vicenda: le decisioni prese in un tribunale di Oakland arriveranno inevitabilmente nei multiplex italiani, nelle sale d'essai, nei cataloghi delle nostre piattaforme, nelle abitudini di chi ancora considera il buio della sala un'esperienza che vale il prezzo del biglietto.
Restano sette mesi prima che qualcuno si sieda davvero in quell'aula per il processo vero. Sette mesi in cui il conto corrente di Paramount perderà sette milioni al giorno mentre Ellison, WBD e i dodici procuratori generali continueranno a scriversi memorie legali sempre più eleganti, sempre più minacciose, sempre più costose. Il vero spettacolo, per una volta, non è sullo schermo. È dietro le quinte, nel silenzio di un tribunale che deve decidere che forma avrà Hollywood nel prossimo decennio.
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