Dau a Venezia 83, la protesta dell'Ucraina al Lido

Kiev chiede il ritiro di Dau dal Concorso di Venezia 83. La Biennale difende Khrzhanovsky. Un caso tra set ucraini, capitali russi, guerra in corso.

Kiev chiede il ritiro dal Concorso di Venezia 83. La Biennale difende Khrzhanovsky. E resta una domanda che nessun comunicato può chiudere.

[di Redazione]

Dau di Ilya Khrzhanovsky, scena del film

Kharkiv, l'istituto che non c'era

Kharkiv, 2008. Ilya Khrzhanovsky fa costruire in città un intero set che riproduce un istituto scientifico sovietico. Corridoi, laboratori, mense, cortili interni. Una città chiusa dentro la città, dove per quasi tre anni la gente entra vestita di Unione Sovietica e non esce fino a sera. Oggi quella stessa Kharkiv, sulla mappa dei raid russi dal febbraio 2022, è una successione di crateri.

Il film, la protesta, il finanziatore

Il 9 settembre alle 15:45, in Sala Grande al Lido, quel set torna in scena. Si intitola Dau. Concorso di Venezia 83. Coproduzione tra Germania, Francia e Svezia. Ma prima ancora della proiezione, un altro documento è già circolato. Il 17 agosto il Ministero degli Esteri ucraino, in nota congiunta con il Ministero della Cultura, ha chiesto ufficialmente il ritiro del film dal concorso. Il motivo: i legami storici del progetto con capitali e figure vicine al Cremlino. In particolare il finanziatore Sergei Adoniev, sanzionato dagli Stati Uniti nel gennaio 2023 sulla base del Magnitsky Act e dall'Ucraina nel 2022, indicato dal Dipartimento di Stato americano come finanziatore di Vladimir Putin e di Sergei Chemezov, capo di Rostec. La Biennale ha risposto rivendicando la posizione dissidente del regista e sostenendo che Adoniev sarebbe uscito dal progetto prima della versione oggi in gara.

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Tre biografie in controluce

Vale la pena fermarsi sulle altre biografie.

Khrzhanovsky, moscovita del 1975, oggi porta tre passaporti: britannico, tedesco, israeliano. La Federazione Russa lo ha dichiarato agente straniero. La ONG XY, fondata nel 2023 con il giornalista Mikhail Zygar, è stata classificata come organizzazione indesiderata dalla Procura Generale russa nel febbraio 2024. Dal 2020 al 2023 ha diretto artisticamente il Babyn Yar Holocaust Memorial Center di KievIl progetto stesso, del resto, non è nuovo alle polemiche: il montaggio in concorso a Venezia è inedito, ma altri capitoli del ciclo Dau erano già stati presentati alle proiezioni di Parigi 2019 e alla Berlinale 2020, dove emersero accuse di condizioni di lavoro pesantemente coercitive sul set di Kharkiv.

Il direttore d'orchestra Teodor Currentzis, che nel film interpreta Lev Landau (fisico Nobel del 1962), è greco di nascita e cittadino russo per decreto presidenziale del 2014. La sua orchestra MusicAeterna è sostenuta da VTB, banca sanzionata. Sulla guerra non ha mai preso pubblicamente posizione. Nel 2022 ha presentato Utopia, orchestra con musicisti da trenta Paesi.

La geometria del problema

La geometria del problema è tutta qui. Un regista che Mosca perseguita e Kiev accusa. Un direttore d'orchestra protagonista che a Mosca fa carriera, in Occidente dirige, sulla guerra tace. Un finanziatore uscito di scena mentre le sue sanzioni restano. La Biennale sostiene che un dissidente resta un dissidente e che la produzione oggi in gara è ripulita. Kiev sostiene che un progetto ventennale non si emenda dal suo capitale d'origine e che gli attori politici del film non hanno mai chiarito la propria posizione. Entrambe le tesi hanno un fondo di ragione, ed è qui che si apre la questione più difficile. Fino a che punto la biografia di un progetto ventennale ricade sul film che quel progetto oggi consegna al pubblico. Fino a che punto la cultura può restare politicamente neutrale mentre le bombe cadono sulla città che ha ospitato le riprese. La posizione ufficiale di Kiev ha aggiunto una precisazione importante: "Non stiamo chiedendo la censura della cultura o degli artisti". La domanda posta al Lido riguarda una ricalibrazione simbolica dentro un momento politico preciso.

Il precedente Buttafuoco e il segnale di stagione

Il caso, peraltro, arriva dentro una stagione veneziana già segnata da un precedente pesante. Alla Biennale Arte 2026 il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha riaperto il padiglione russo affidandolo alla commissaria Anastasia Karneeva. La reazione è stata inedita: ventidue ministri della Cultura europei firmatari di una protesta congiunta, dimissioni dalla giuria internazionale, un'azione delle Pussy Riot, presa di distanza dello stesso governo Meloni. Da quel momento ogni scelta della Biennale che tocchi la geografia culturale russa viene letta come segnale, anche quando il film in questione, come Dau, racconta l'Unione Sovietica tra 1928 e 1968. Un'altra epoca, un altro Stato. Oggi il richiamo simbolico funziona in un modo solo.

Kharkiv, 2011. Chi sapeva e chi sa

Torniamo alla città di partenza. Kharkiv, 2011. Khrzhanovsky finisce di girare nell'istituto ricostruito. Non poteva sapere che undici anni dopo la stessa città sarebbe stata bombardata sistematicamente dall'esercito erede di quell'Unione Sovietica. Non poteva sapere che il suo set sarebbe diventato, per una coincidenza atroce, una prova documentale di ciò che quel Novecento aveva lasciato irrisolto. Chi lavorava lì allora non sapeva. Chi guarderà il film al Lido, il 9 settembre, invece sa. La proiezione dura tre ore e mezza. La domanda che la accompagna dura da anni.

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