Otto settimane di tensione, un padiglione contestato e una giuria che cambia le regole. Giuli salta l'inaugurazione della Biennale 2026.
Tra padiglione russo, fondi UE bloccati, una lettera firmata da 22 ministri e una giuria che spiazza tutti, il ministro della Cultura sceglie l'arma più sorprendente: non presentarsi.
[di Massimo Righetti]
Era cominciata come una qualunque polemica culturale italiana. Una mostra, un padiglione, qualcuno si arrabbia. Otto settimane dopo, con tre righe firmate dal Ministero della Cultura venerdì 24 aprile, l'episodio si chiude con quella che nei libri di scrittura televisiva si chiamerebbe colpo di scena finale: il ministro Alessandro Giuli, che la polemica l'aveva guidata, ha fatto sapere che non si presenterà. Niente pre-apertura, niente cerimonia inaugurale, niente foto di rito. La 61° Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia si aprirà il 9 maggio 2026 senza il ministro della Cultura italiano. Provateci voi, a inventare una sceneggiatura così.
Tutto comincia con il padiglione russo della Biennale 2026
Il 4 marzo 2026 la Biennale annuncia l'elenco dei 99 Paesi partecipanti. C'è la Russia. Era assente dal 2022, autosospensione degli artisti dopo l'invasione dell'Ucraina; nel 2024 lo spazio dei Giardini era andato alla Bolivia. Adesso torna, in nome di un principio: la Biennale non ostacola la partecipazione di nessun Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana. Tecnicamente la Fondazione si limita a prendere atto della comunicazione del commissario russo. Politicamente, il presidente Pietrangelo Buttafuoco la mette così a Repubblica il 5 marzo: «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti». Una lista che mette insieme cose un tempo difficili da mettere insieme.
La "questione geopolitica" e la sfiducia a Tamara Gregoretti
Lo stesso 12 marzo, Giuli passa dai principi all'azione e chiede a Tamara Gregoretti, giornalista, ex vicedirettrice del TgLa7, rappresentante del MiC nel CdA della Biennale, di rimettere il mandato. Motivazione: non aver segnalato la possibile presenza russa, e di essersi espressa a favore. La risposta di Gregoretti, asciutta come una velina di servizio, arriva lo stesso giorno: «Sono serena e non ho intenzione di dimettermi, in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale di Venezia e dell'autonomia dell'istituzione». Cita persino il decreto legislativo numero 19 del 1998. Al 26 aprile è ancora al suo posto. La Biennale, per legge, è autonoma. Lo Statuto è un dettaglio che a volte sfugge.
La conferenza del Padiglione Italia: streaming, schermo al plasma e silenzi
Il 10 marzo, alla Sala Spadolini del MiC, a Roma, va in onda la scena madre. Conferenza stampa di presentazione del Padiglione Italia: il commissario Angelo Piero Cappello, la curatrice Cecilia Canziani, l'artista Chiara Camoni e il presidente Buttafuoco. Il ministro non c'è in carne e ossa: arriva in videomessaggio, su un grande schermo al plasma alle spalle del tavolo. Gli inviati di Artribune raccontano la scena con l'occhio del cronista che si gode il momento: sotto lo schermo «il povero Buttafuoco, seduto al tavolo dei relatori, sembrava piccolo piccolo». Sembrava già pronto, scrive sempre Artribune, «a prendere un treno o un aereo, scusandosi per la fretta».
Sul padiglione russo, dal video, Giuli pronuncia la formula del rispetto istituzionale: «È una libera scelta della Biennale di Venezia, ne prendo atto». Poi un richiamo al popolo ucraino, «che assiste alla distruzione del proprio patrimonio». Frattanto, in fondo alla sala, accade una cosa singolare: i giornalisti, pochi in verità, sono confinati in una stanza separata. La conferenza arriva loro in streaming. Le domande, secondo le indicazioni del direttore generale Cappello, devono riguardare soltanto il Padiglione Italia. Ogni altra questione, la Russia, le tensioni con il ministero, l'aria che tira, sarà affrontata in un «prossimo momento» mai precisato.
Bruxelles, la lettera dei 22 Paesi e i due milioni di euro
Mentre a Roma si recita il copione, a Bruxelles si scrive il sequel. Il 10 marzo, contemporaneamente alla conferenza romana, la Vicepresidente esecutiva della Commissione Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef pubblicano una prima condanna congiunta. Lo stesso giorno la ministra della Cultura lettone Agnese Lāce diffonde sul sito del proprio ministero una lettera firmata da 22 Paesi, venti dell'Unione, più Norvegia e Ucraina, che chiede ai vertici della Biennale di tornare sui propri passi: la partecipazione russa, scrivono in inglese, è «unacceptable under the current circumstances». Non è un atto del Consiglio UE, sia chiaro: è un'iniziativa diplomatica lettone. Mancano, tra gli europei, Italia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Cipro e Malta. La traduzione italiana parla di «libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana». Si scrive in tante lingue, ma si protesta nello stesso modo.
Il 10 aprile, intanto, l'EACEA, l'agenzia esecutiva che gestisce Creative Europe per conto della DG EAC, invia al presidente Buttafuoco una lettera con un ultimatum di trenta giorni: o controdeducete, o si sospende o si cancella la sovvenzione. Convenzione triennale, cifra complessiva 2 milioni di euro. Scadenza dei trenta giorni: 11 maggio, due giorni dopo l'apertura della mostra. Tempistica perfetta. Il 21 aprile, dal Lussemburgo, l'Alta Rappresentante Kaja Kallas riassume la posizione: «Russia's return to the Venice Biennale is morally wrong, and the EU intends to cut its funding». Il 23 aprile il portavoce Thomas Regnier conferma che il procedimento è in corso.
Solange Oliveira Farkas, la giuria femminile e il criterio della Corte penale internazionale
A meno di tre settimane dall'apertura succede la cosa che non era nel copione. Mercoledì 22 aprile la Biennale ufficializza la giuria internazionale. Cinque membri, tutte donne. Presidente è Solange Oliveira Farkas, brasiliana, fondatrice e direttrice artistica dell'Associação Cultural Videobrasil. Con lei Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma, di origini ucraine e Giovanna Zapperi.
Il giorno dopo, giovedì 23 aprile, la giuria diffonde un comunicato breve e tagliente: «La giuria si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l'umanità dalla Corte penale internazionale». Tradotto: i mandati ICC pendono su Vladimir Putin dal marzo 2023 e su Benjamin Netanyahu dal novembre 2024. Russia e Israele, dunque, non concorreranno ai Leoni d'Oro e d'Argento. Sottigliezza non da poco: il comunicato non li nomina mai. Cita il criterio. La deduzione la fanno i lettori. I padiglioni resteranno aperti, ma fuori dalla competizione. È la prima volta che una giuria della Biennale Arte introduce di propria iniziativa un criterio escludente.
La Fondazione, interrogata, risponde con una di quelle frasi che non si capisce mai se dicano sì o no: l'iniziativa è «una naturale espressione della libertà e dell'autonomia delle quali la Biennale è garante». La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova parla di anticultura. L'artista del padiglione israeliano Belu-Simion Fainaru parla di «ambiente ostile e degradante e di discriminazione diretta basata sull'origine nazionale».
La diserzione di Giuli: la sedia vuota come gesto politico
Si arriva così a venerdì 24 aprile, ore 17.41. Le agenzie battono una nota stringatissima del Ministero della Cultura. Il testo è laconico: «Il ministro Alessandro Giuli non si recherà a Venezia nelle giornate di pre-apertura della 61a Esposizione d'Arte della Biennale di Venezia né parteciperà alla cerimonia di inaugurazione, prevista il 9 maggio». Punto. Niente motivazioni. Sul Padiglione Italia, ufficialmente, la nota non dice nulla; che il ministro salti anche quello è un'ipotesi deduttiva, da prendere come tale finché il ministero non smentisce o conferma.
Il giorno stesso, alla Camera, Buttafuoco riceve i deputati del M5S e si spinge più in là: la Biennale, dirà, è «un'istituzione che si può considerare l'Onu dell'arte». L'Onu dell'arte. Nove parole che pesano come un padiglione.
Otto settimane di pressione politica si chiudono dunque con un'assenza. Lo strattone alla rappresentante MiC, le richieste a Bruxelles, le interviste, i comunicati, tutto sfocia in una nota che dice, sostanzialmente: io non ci vengo. Sembra una versione istituzionale dell'interrogativo di Nanni Moretti in Ecce Bombo: «mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». La risposta del ministro, evidentemente, è la seconda.
È il colpo di scena che nessuno aspettava perché non era un colpo di scena, era una conseguenza. Quando si esercita pressione su un'istituzione autonoma per legge, e l'istituzione, autonoma per legge, va per la sua strada, le opzioni residue diminuiscono. La diserzione è una di quelle.
In Minor Keys: una Biennale postuma in cui l'Italia si fa silenzio
Un altro dettaglio, scivolato un po' nel rumore: tra i 110-111 artisti invitati, per la prima volta dal 1895, non c'è alcun italiano. Il 9 maggio si aprirà dunque a Venezia una Biennale concepita da una curatrice scomparsa, dedicata alle tonalità minori, in cui l'Italia non ha artisti in mostra e non avrà nemmeno il ministro della Cultura all'inaugurazione. Forse Kouoh avrebbe sorriso. Le tonalità minori, in fondo, sono quelle dei silenzi che pesano.
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