Bucking Fastard di Werner Herzog, unico film 2026 nei quattro fest autunnali dopo il no a Cannes: il caso che sposta il baricentro dei festival.
Cannes lo ha escluso a maggio. I quattro grandi festival autunnali lo hanno preso tutti. Un film racconta più cose di quelle che ha nel titolo.
[di Alex M. Salgado]
Il calendario di questo settembre ha una ripetizione curiosa. A Venezia in concorso, poi a Telluride, poi a Toronto, poi al New York Film Festival: sui cartelloni ufficiali compare di volta in volta lo stesso titolo. Si chiama Bucking Fastard, lo firma Werner Herzog, e nel 2026 è l'unico film al mondo con il pieno autunnale. Aggiungiamo San Sebastian, per completare il quadro. Gli altri candidati alla stessa impresa, da Mike Leigh a Andrew Haigh, si sono fermati prima.
Fin qui la cronaca. Il fatto interessante arriva se si torna indietro di tre mesi. A maggio Cannes aveva già dato il suo verdetto: Bucking Fastard fuori dal concorso. Thierry Frémaux aveva poi allungato a Herzog un ripiego, uno slot fuori competizione, la formula che sulla Croisette si offre a chi non entra ma almeno merita passerella. Herzog ha rifiutato. La ragione ufficiale è precisa e non si presta a interpretazioni: a Cannes fuori concorso non si compete per nulla, e il regista voleva che Rooney e Kate Mara restassero eleggibili per i premi attoriali. La ragione non ufficiale, quella che i festival preferiscono non commentare, è che un ottantatreenne che ha attraversato sessant'anni di cinema ha semplicemente giudicato che il fuori concorso di Cannes valesse meno del concorso di Venezia. Ha portato il film altrove. E altrove lo hanno preso tutti.
Non è la prima volta: il precedente Jarmusch
Il cast è un piccolo affare familiare, e la parola non è casuale: le sorelle Mara nei panni delle sorelle Holbrooke, Rooney e Kate insieme sullo schermo per la prima volta in carriera. Intorno Orlando Bloom e Domhnall Gleeson. Fotografia di Peter Zeitlinger, sodale storico di Herzog. Girato in Irlanda. Un distributore americano non c'è ancora. Ma il film qui è il pretesto. Il tema arriva subito dopo.
Il tema è che questa storia l'abbiamo già vista, l'anno scorso, con un altro nome. Nel 2025 Jim Jarmusch, con Father Mother Sister Brother, aveva subito la stessa esclusione da Cannes (leggi la nostra recensione) per poi vincere a Venezia il Leone d'Oro. Due nomi capitali, due anni di fila, stesso itinerario. Rifiuto della Croisette, apoteosi altrove. Un episodio è cronaca. Due sono un pattern.
Due logiche di festival che divergono
Ed è sul pattern che vale la pena fermarsi, perché racconta due cose insieme e nessuna delle due lusinga Cannes. La prima: che il concorso della Croisette, oggi, funziona come un filtro strettissimo che esclude film destinati a essere accolti trionfalmente altrove. E allora la selezione, che si presenta storicamente come il giudizio di merito più autorevole del cinema d'autore mondiale, comincia a somigliare meno a un termometro del cinema che conta e più a una curatela con logiche proprie, non tutte trasparenti al pubblico. La seconda cosa che questa dinamica racconta è forse più pesante. Il fuori concorso di Cannes, un tempo posto di riguardo dove sfilavano titoli di prima grandezza, ha perso valore agli occhi degli autori stessi. Se Herzog e Jarmusch giudicano preferibile la competizione veneziana al glamour senza premi della Croisette, il gesto di dire no a Cannes ha smesso di essere il gesto costoso che era dieci anni fa. Oggi, in certi casi, conviene.
Le due logiche divergono in modo strutturale, e la divergenza pesa. Cannes è un festival di curatela ferrea, undici giorni serrati, una manciata di titoli selezionati da un uomo solo con il suo comitato ristretto. Il circuito autunnale nordamericano funziona su un principio diverso e distribuito. Telluride è la vetrina per addetti ai lavori con la sua discrezione oracolare. Toronto è il grande marketplace industriale, dove si comprano e si vendono i film. New York è la benedizione critica del festival cittadino più raffinato del mondo. Venezia è tutto insieme, competizione più marketplace più lancio degli Oscar. Un film che passa da questi quattro varchi accumula ogni volta un tipo diverso di legittimazione: sguardo dei critici indipendenti, potere di distribuzione, riconoscimento culturale, corsa agli Academy Awards. Sommando, ottiene quello che una sola Palma non può più garantire da sola.
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Cosa ci dice la storia recente
Vale la pena guardare la traccia storica del cosiddetto pieno autunnale, perché aiuta a misurare la posta. First Reformed - La creazione a rischio di Paul Schrader, Roma di Alfonso Cuarón, Storia di un matrimonio (Marriage Story) di Noah Baumbach, Nomadland di Cloe Zhao, Il Potere del Cane di Jane Campion, Tutta la bellezza e il dolore - All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras. Titoli che hanno raccolto Leoni d'Oro, decine di nomination all'Oscar, in un caso il premio come miglior film (Nomadland), in altri due la regia (Roma, Il Potere del Cane). La geografia dei festival funziona ancora come indicatore affidabile di consenso critico. E oggi quella geografia si è ridisegnata. Venezia più Telluride più TIFF più NYFF, sommati, pesano quanto la sola Palma. Forse di più. Il consenso cumulativo vale, nel 2026, più della benedizione unica.
Resta la domanda che il caso Herzog impone, e non è retorica: se i grandi autori possono permettersi di dire no a Cannes e ricevere comunque legittimazione altrove, quanto ancora reggerà la narrativa della Croisette come tempio unico del cinema d'autore? La risposta non arriverà dai comunicati ufficiali del festival. Arriverà, silenziosamente, dai film che nei prossimi due o tre anni sceglieranno di andarci. E soprattutto da quelli che sceglieranno di non andarci.
Bucking Fastard arriva al Lido il 3 settembre.
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