Recensione di FATHER MOTHER SISTER BROTHER di Jim Jarmusch, Leone d'Oro a Venezia. Un'analisi della sua poetica del silenzio e del non detto.
Nel Leone d'Oro veneziano, il maestro americano trasforma il silenzio in linguaggio cinematografico, orchestrando una partitura di non-detti che raggiunge vette di rara intensità emotiva.
[di Alex M. Salgado]
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| Father Mother Sister Brother |
Nelle sale del Cinema 4 Fontane di Roma, attraverso la
pregevole rassegna Venezia a Roma e nel Lazio, approda il film che
ha conquistato il Leone d'Oro all'ultima Biennale: Father Mother Sister
Brother di Jim Jarmusch. Distante dalle urgenze spettacolari e dalle
retoriche di altri titoli in gara, il regista statunitense ha offerto al
pubblico un film tranquillo, un
dichiarato "anti-action film". È precisamente in questa apparente
quiete, in questa studiata economia di effetti, che l'opera dischiude la
propria straordinaria potenza: una sinfonia di vuoti eloquenti che parla con
più forza di qualsiasi proclama.
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Il nucleo vitale del film risiede in una poetica
dell'inarticolato di rara maestria. Jarmusch edifica la propria narrazione non
attraverso le parole, ma negli interstizi che esse dischiudono, negli spazi di
risonanza che generano. Le conversazioni si configurano come iceberg narrativi:
la sostanza autentica giace sommersa, invisibile eppure dominante. Le visite
familiari si trasformano in cerimoniali di una cortesia quasi liturgica, teatro
di un disagio che si fa materia tangibile. Ogni pausa gravida di imbarazzo,
ogni gesto impacciato porta l'eredità di anni di storia taciuta. Lo spettatore
è chiamato a sostare in questo vuoto pregnante, a decifrare lo spartito di
sguardi e sorrisi spezzati, testimone di una verità emotiva che si manifesta
per sottrazione. Il non-detto non costituisce un'assenza: è presenza attiva,
cicatrice che arde, memoria che grava.
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| Father Mother Sister Brother |
La struttura a trittico, che alcuni potrebbero
percepire come disgregata, serve invece a consolidare questo discorso. Il
passaggio netto tra le storie ambientate nel New Jersey, a Dublino e a Parigi
impone allo spettatore di sperimentare la medesima dislocazione emotiva dei
protagonisti. La frammentazione narrativa diviene così lo specchio formale
della disgregazione familiare. Jarmusch nega il conforto di un racconto
unitario perché la famiglia, nel suo cinema, è arcipelago di solitudini che condividono
unicamente il medesimo mare di sangue.
Father Mother Sister Brother è opera di maturità che
sussurra anziché proclamare, confidando nell'intelligenza del proprio pubblico.
È film da degustare, che esige pazienza e attenzione per dischiudere la propria
profonda e lacerata umanità. All'uscita dalla sala non si conserva una trama da
narrare, ma una risonanza: il peso eloquente di tutto ciò che, tra genitore e
figlio, non necessiterà mai di essere proferito per essere inteso.
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