Lettera aperta a Monica Bellucci dopo il Pardo di Locarno per Ketticè. Trent'anni di pregiudizio verso una bellezza che ha sempre nascosto un'attrice.
Trent'anni a scambiarla per un'icona. Poi Ketticè e il Pardo di Locarno per la migliore interpretazione.
[di Massimo Righetti]
Cara Monica,
ti scrivo perché ti devo delle scuse, e non voglio farle in privato. Le scuse in privato sono comode, si dissolvono nel salotto in cui vengono pronunciate.
Comincio da Roma, non ricordo l'anno, di certo prima che aprissi Luci sulla Scena Magazine per legittima difesa. Technicolor, seduta tra gli ospiti della proiezione test di Primo Amore di Matteo Garrone. Finisce la proiezione, si accendono le luci. Ti alzi, cerchi qualcuno che lavori lì, qualcuno con l'aria di poterti dare un'informazione precisa. Individui un tizio in piedi vicino a te con il badge Technicolor sul bavero. Il tizio sono io, trasformato per l'occasione in una statua di sale. Ti dirigi verso di me, e mentre sto già paonazzo per l'apnea improvvisa, mi chiedi dov'è il bagno. L'unica cosa che sono riuscito a far uscire dalla bocca è stato un flebile "a de-de-de-destra" che ancora oggi mi risuona in testa come punto più alto delle mie molteplici e frequenti figuracce. Il bagno, va da sé, era a sinistra. Ti ho fatto attraversare tutto il corridoio nella direzione sbagliata. Non sei più tornata a chiedermi indicazioni, probabilmente la cosa più intelligente da fare.
Ti chiedo scusa anche per Venezia, qualche anno dopo. Cena post-proiezione di un film francese che in Italia non è mai uscito al cinema. Ti dissi, con l'entusiasmo di chi non si rende conto di cosa sta dicendo: "Sei stata il mio primo poster attaccato in cameretta quando ero ragazzino". Ti trattai da poster mentre eri seduta davanti a me a un tavolo di ristorante. E, per fortificare l'elogio, ti diedi anche della vecchia, implicitamente, in un colpo solo. Non ricordo se mi hai regalato un sorriso di cortesia. Ricordo che mi hai voltato le spalle e sei sparita dalla mia vista.
Ti chiedo scusa per Matrix Reloaded, e per la risata scomposta che mi è partita in sala durante la tua battuta di Persefone: "Ti darò quello che vuoi, ma devi darmi qualcosa. Un bacio. Ma dovrai anche darmi l'illusione che io sia lei". Ho pensato: ma come parla. Solo anni dopo mi sono reso conto che avevo torto io, e che quella era una delle poche cose di Matrix Reloaded da ricordare davvero.
Ti chiedo scusa per Viva Radio 2 di Fiorello. La mattina aspettavo la tua imitazione, quella in cui al telefono con la madre abbandonavi il birignao francese per lasciarti andare al dialetto rustico di Città Di Castello. Io, figlio di un tuo compaesano, ridevo alle lacrime. Nel frattempo, in una qualsiasi settimana di quegli anni, un tuo film usciva in sala e io non ci andavo. Preferivo la copia della tua voce fatta da un'altra alla tua voce vera. La tua voce vera stava dentro i film che evitavo.
Ti chiedo scusa per Nicolas Lefebvre. Dopo Vincent Cassel, quando è arrivato lui, ho preferito non guardarne le foto. Nella mia testa era un panzuto russo, con il colbacco e la vodka a portata di mano. Nella realtà era un artista francese diciotto anni più giovane di te, magro e bohémien, cosa che ho scoperto solo per errore cliccando su un link sbagliato. Ho chiuso la scheda subito. Poi è arrivato Tim Burton, e con Burton non restava neanche il conforto del pregiudizio. Quando è finita anche con lui, nel 2025, ti ho dedicato un articolo intitolato «Del naufragio degli dei e altre piccole verità». Rileggendolo oggi lo riconosco: una rosicata travestita da elzeviro.
Non avendo più una cameretta da teenager per evidenti limiti d'età raggiunti, ho smesso di attaccare poster di te, ma ho continuato a seguire i tuoi servizi di moda e le pubblicità di Dolce & Gabbana. Al cinema, invece, i tuoi film li ho evitati per decenni. Una strategia dispiegata con metodo, che avrebbe dovuto insospettirmi già a Irréversible di Gaspar Noé, film che avevo visto per Noé e che mi aveva sfregiato più di quanto ammettessi. L'ho considerato per anni un film di Noé con dentro l'attrice più bella del mondo. Anche se era un film di Noé che l'attrice più bella del mondo teneva insieme.
Non ero solo. La critica italiana ha battuto sullo stesso chiodo per anni. Il ritornello suonava ossessivamente così: “Monica è una star e le star non sono mai le migliori attrici”. Poi c'è il capitolo Luca Barbareschi, che nel 2007 si permise una delle sue pagelle da bar sport: "Una gran bella gnocca, ma certo non una brava attrice". La rilevanza critica di uno che come attore ha lasciato meno segno di un fotogramma di Malèna si misura in millimetri, ma la frase resta a verbale. A nessuno di quei giudici è mai venuto in mente di chiedersi come mai la stessa cornice non fosse mai stata applicata a Marcello Mastroianni, bellissimo per tutta la vita e sistematicamente registrato come attore, non come volto. La differenza tra te e loro l'hai messa nero su bianco: “Ho avuto giudizi feroci, ma avevano ragione, avevo molto da migliorare”. L'autocritica, i tuoi giudici non l'hanno mai fatta. Figurati Barbareschi.
E infine ti chiedo scusa per Ketticè. Alla proiezione stampa mi sono presentato con l'articolo già in tasca, ovviamente ironico, ovviamente basato sul presupposto che tu fossi lì per il nome, per garantire il tappeto rosso, e che con il cinema di Giovanni Tortorici tu non c'entrassi nulla. La prima parte teneva: nel cinema di Tortorici, tu non c'entri nulla. Ma il regista lo sapeva, e ha fatto quello che i tuoi peggiori giudici non avevano previsto. Spogliata dell'alone di diva, è apparsa una madre svuotata dell'alta borghesia siciliana, che alterna eleganza pubblica e sfacelo privato, che non raggiunge più il figlio adolescente. Quella parte assurdamente vuota mi è rimasta dentro come le cose che non sai come e dove archiviare. La sera del 15 agosto la giuria di Locarno ha attaccato il tuo nome al Pardo per la migliore interpretazione, e l'articolo in tasca è diventato carta da buttare. Il film esce il 3 settembre. Mi toccherà rivederlo.
Ti chiedo scusa, quindi. Non per una frase o per una risata di troppo, ma per una consuetudine trentennale. Per aver scambiato la bellezza per un alibi a non guardarti davvero. Per averti trattata da poster anche quando eri seduta di fronte. Per aver preferito la copia della tua voce alla tua voce vera, quando la tua voce vera stava tutta dentro i film che continuavo a saltare. Non ho l'illusione che queste mie scuse riparino qualcosa. Ma tanto vale metterle nero su bianco. E prometterti che se in futuro ci rincontrassimo, saprei indicarti dov’è il bagno. Forse.
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