Al Sarajevo Film Festival 2026 la prima mondiale di Good People, il documentario di Milcho Manchevski sull'incendio di Kočani.
Il regista macedone presenta in prima mondiale al 32° Sarajevo Film Festival il suo documentario sull'incendio di Kočani. Un film costruito per sottrazione, in cui la macchina da presa scompare per lasciare spazio alle voci dei sopravvissuti.
[di Redazione]
C’è un momento, alla fine di Good People, in cui il silenzio sembra diventare parte integrante del film. Non è un silenzio vuoto, né semplicemente la conseguenza naturale di una storia troppo dolorosa per essere accolta immediatamente dall’applauso. È un silenzio che sembra chiedere allo spettatore di rimanere ancora per qualche istante dentro ciò che ha appena visto e ascoltato. È anche il silenzio che, dopo la première mondiale del film al Sarajevo Film Festival, ha accolto la conclusione della proiezione. La sala era quasi completamente piena. Per alcuni istanti non è arrivato l’applauso. È rimasto qualcosa di più difficile da interpretare e forse proprio per questo più significativo: il bisogno di non interrompere immediatamente la storia di quelle persone.
Good People, il nuovo documentario del regista macedone Milcho Manchevski – Leone d’Oro e candidato all’Oscar per il suo film d’esordio Prima della pioggia del 1994 -, nasce infatti da una tragedia precisa e riconoscibile: l’incendio del nightclub Pulse di Kočani, nella Macedonia del Nord, avvenuto il 16 marzo 2025. Una tragedia nella quale 63 persone hanno perso la vita e decine sono rimaste ferite. Ma sarebbe riduttivo definire il film semplicemente come «un film sull’incendio di Kočani». Il fuoco, paradossalmente, è quasi il punto di partenza, non quello di arrivo. Manchevski non costruisce una ricostruzione spettacolare della notte della tragedia. Non cerca immagini capaci di trasformare il dolore in spettacolo, né un montaggio che trasformi l’evento in un thriller investigativo. Il suo interesse si concentra piuttosto su ciò che accade agli esseri umani quando vengono improvvisamente collocati dentro una situazione estrema: quando la normalità viene cancellata, quando la paura della morte diventa concreta, quando una persona deve decidere se cercare una via di fuga per sé o tentare di salvare qualcun altro.
È in questo passaggio che il titolo internazionale, Good People, acquista il suo significato più profondo. Il film parla della morte, ma soprattutto della vita che cerca di affermarsi dentro una situazione di morte. Parla della perdita, ma anche dei gesti compiuti per impedire che la perdita diventi ancora più grande. Parla di una comunità ferita, ma anche della possibilità che una comunità continui a esistere attraverso la memoria e la solidarietà. E lo fa attraverso una scelta formale radicale: lasciare che siano soprattutto le persone direttamente coinvolte a raccontare ciò che è accaduto.
Un film nato dalla necessità di testimoniare
Manchevski non arriva a Kočani con l'intenzione di costruire un monumento cinematografico alla tragedia. La sua prima preoccupazione sembra essere molto più semplice e, proprio per questo, più complessa: impedire che le esperienze individuali vengano perdute. Il tempo della realizzazione è decisivo. Le riprese iniziano appena un mese dopo l'incendio, quando il trauma è ancora estremamente vicino.
«Abbiamo cominciato a girare appena un mese dopo la tragedia, mentre le cose erano ancora fresche. Volevamo registrare sia le esperienze concrete, sia i pensieri e i sentimenti delle persone che avevano attraversato tutto questo. Speravamo che non fosse soltanto un documentario, ma anche un documento».
La distinzione tra documentario e documento contiene già una dichiarazione di poetica. Un documentario appartiene al presente della visione, mentre un documento può attraversare il tempo. Può essere consultato, ricordato, studiato. Può diventare una testimonianza quando le persone che hanno vissuto un evento non saranno più disponibili a raccontarlo direttamente. In questo senso Good People non vuole soltanto raccontare ciò che è accaduto. Vuole conservare le voci di chi c'era.
La tragedia di Kočani possiede naturalmente una dimensione pubblica, politica, giudiziaria e sociale. Ma prima ancora di essere un caso giudiziario, un problema amministrativo o una questione di responsabilità, è stata un'esperienza vissuta da esseri umani. Persone che si trovavano in un locale per ascoltare musica, trascorrere una serata, incontrare amici, vivere una situazione assolutamente ordinaria e improvvisamente si sono trovate dentro una condizione straordinaria. Il film cerca di restituire proprio quella frattura.
Da una parte c'è la vita quotidiana che precede l'incendio. Dall'altra c'è l'esperienza di chi ha visto quella normalità dissolversi in pochi minuti. Tra le due dimensioni non c'è soltanto un evento: c'è una trasformazione irreversibile della memoria. Per questo il film non ha bisogno di ricostruire ogni passaggio della notte. Le immagini del fuoco, per quanto drammatiche, non sono sufficienti a raccontare ciò che è accaduto alle persone. Una fiamma può mostrare la dimensione fisica della catastrofe; una testimonianza può restituire la sua dimensione umana. Manchevski sceglie la seconda.
Il paesaggio prima della tragedia
Uno degli elementi più sorprendenti di Good People è l'inizio. Il film non si apre con l'incendio. Non si apre con il caos, con le sirene, con immagini di distruzione o con una ricostruzione della notte. Al contrario, lo spettatore viene introdotto in un paesaggio quasi idilliaco. Campi, natura, distese della Macedonia, immagini aeree. La distanza della macchina da presa produce inizialmente un senso di serenità. È un mondo apparentemente estraneo alla tragedia che sappiamo essere al centro del film.
La scelta è tutt'altro che decorativa. Quel paesaggio funziona come una cornice temporale. Ci ricorda che il mondo continua a esistere anche quando, per una singola persona o per un'intera comunità, qualcosa si è spezzato definitivamente.
Il direttore della fotografia Ivan Ivanoski partecipa a questa ricerca di una forma capace di non sovrastare il contenuto. La macchina da presa non deve dimostrare la propria bravura. Deve quasi scomparire. È una concezione della fotografia che rifiuta l'estetizzazione del dolore. L'immagine non deve diventare più importante della persona che sta parlando.
Manchevski lo sintetizza così: «Il nostro ruolo più importante era farci da parte, lavorare con discrezione sullo sfondo, tessere la storia senza che si vedesse il cineasta».
Il verbo «tessere» è particolarmente significativo. Un documentario di testimonianze non nasce semplicemente dalla registrazione di una serie di interviste. Occorre costruire relazioni tra voci, silenzi, immagini, tempi e punti di vista. Occorre trovare una forma che consenta a esperienze differenti di diventare parte di un racconto comune senza cancellarne le differenze. Il regista non vuole sparire perché non abbia nulla da dire. Vuole sparire perché le persone che ha incontrato hanno già qualcosa da dire. La sua presenza deve essere sufficiente a rendere possibile il racconto, ma non così forte da sostituirsi ad esso. È una differenza essenziale.
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Il volto umano della tragedia
Tra i protagonisti del film ci sono Aleksandar Nikolov e Ana Vučeva, giovani di Kočani sopravvissuti all'incendio. Le loro testimonianze appartengono al cuore di Good People. La loro presenza al Sarajevo Film Festival, sul palco insieme alla troupe dopo la proiezione, aggiunge una dimensione particolare all'esperienza del pubblico. Le persone che abbiamo appena ascoltato attraverso lo schermo non sono figure astratte. Sono lì, nella stessa sala.
Il cinema produce normalmente una distanza. Lo spettatore osserva persone e luoghi che appartengono a un altro tempo o a un altro spazio. In questo caso quella distanza viene improvvisamente ridotta. Le testimonianze non sono soltanto immagini registrate. Sono la voce di persone che hanno attraversato realmente ciò che raccontano.
Questo rende ancora più importante la decisione di Manchevski di non imporre una struttura eccessivamente esplicativa. «La domanda era: che cosa è successo? Ero io a condurre le conversazioni. Se c’era bisogno di concentrare la domanda su ciò che era accaduto concretamente ai nostri interlocutori e sui loro sentimenti, allora ponevo una domanda. Altrimenti non intervenivo. Lasciavo parlare le persone, perché questo è il loro film».
Il film è costruito attraverso una sottrazione. Vengono sottratti i commenti superflui. Vengono sottratte le spiegazioni che lo spettatore potrebbe trovare altrove. Vengono ridotte le immagini spettacolari. Viene limitata la presenza esplicita del regista. Rimane la voce. E con la voce rimangono le esitazioni, i ricordi, le emozioni, i dettagli, le contraddizioni inevitabili della memoria.
Il cinema contro lo spettacolo della catastrofe
Il modo più semplice per raccontare un incendio in un locale notturno sarebbe costruire un film intorno alla sua spettacolarità. Fuoco, fumo, panico, persone che corrono, sirene, immagini d'archivio, ricostruzioni, cronologie, spiegazioni. Manchevski sceglie consapevolmente di non percorrere questa strada.
Good People non è interessato alla spettacolarizzazione dell'incendio. Non vuole trasformare la tragedia in un dispositivo narrativo capace di produrre suspense. Il punto non è sapere se qualcuno riuscirà a uscire. Lo spettatore sa già che alcune persone non sono uscite. Il punto è capire cosa significa trovarsi dentro quella situazione. È qui che il documentario cambia prospettiva. La tragedia collettiva viene osservata attraverso una successione di esperienze individuali. Manchevski lo spiega in modo esplicito: «L’idea era comunicare nuovamente il sentimento, l’emozione, ma anche registrare l’evento. Non l’evento inteso come incendio, come fuoco, come catastrofe, ma l’esperienza di quelle persone mentre si trovavano in quella folla, mentre pensavano che sarebbero morte, oppure mentre entravano dentro per salvare qualcuno».
Uno degli aspetti più forti di Good People riguarda non per nulla la presenza di persone che, nel momento del pericolo, hanno cercato di aiutare altre persone. È da qui che emerge il senso del titolo. La bontà a cui allude Good People non è un concetto astratto. Non è una qualità morale proclamata dall'esterno. È qualcosa che si manifesta attraverso un gesto. Entrare in un luogo in fiamme per cercare qualcuno. Tentare di trascinare fuori un'altra persona. Aiutare chi non riesce a muoversi. Rimanere accanto a qualcuno. Questi gesti acquistano un significato particolare perché avvengono nel momento in cui la paura della morte è concreta. Non c'è eroismo cinematografico nel senso tradizionale del termine. Non c'è una colonna sonora che ordina allo spettatore di riconoscere il momento eroico. Non c'è necessariamente una consapevolezza di essere diventati protagonisti di una storia. C'è una persona che agisce. E proprio perché il film evita di trasformare questi gesti in immagini spettacolari, la loro forza aumenta. Il coraggio non viene presentato come una posa. È una decisione improvvisa, spesso istintiva, presa in condizioni di estrema paura. In questo senso Good People non è soltanto un film sul trauma. È un film sulla possibilità dell'altruismo dentro il trauma. È un film che si chiede che cosa rimane dell'essere umano quando tutte le strutture che normalmente organizzano la nostra vita vengono meno.
Una comunità che ricorda
Il passaggio dalla tragedia individuale alla memoria collettiva è uno dei movimenti più importanti del film. Un incendio può durare pochi minuti. La sua memoria può durare decenni. Per una città come Kočani, la tragedia diventa inevitabilmente parte della propria storia. I luoghi cambiano, le persone tornano a lavorare, le attività quotidiane riprendono, i bambini crescono, ma il ricordo rimane. Il documentario si colloca precisamente dentro questo processo. Registrare le testimonianze significa impedire che la memoria venga affidata soltanto al ricordo privato. È un atto cinematografico, ma anche civile. La macchina da presa diventa uno strumento di conservazione. Manchevski non pretende di chiudere la storia. Non può farlo. Una tragedia di queste dimensioni non può essere chiusa da un film. Può però essere raccontata. E il racconto può diventare uno spazio nel quale le esperienze individuali entrano in relazione. La memoria non è soltanto ciò che una persona ricorda da sola. È anche ciò che una comunità decide di non dimenticare.
Sarajevo e Kočani: due città, due memorie
La presentazione di Good People a Sarajevo assume un significato particolare. Manchevski torna nella capitale bosniaca dopo più di trent'anni. La prima volta era arrivato nel 1995, in un contesto completamente diverso, per presentare Prima della Pioggia.
Il ricordo di quel viaggio è legato alla guerra e ai posti di blocco. Il regista racconta di essere partito da Spalato e di avere impiegato circa quattordici ore per arrivare a Sarajevo.
«È un onore essere a Sarajevo, perché questo è un festival che riunisce film eccellenti e professionisti eccellenti che si occupano di cinema, ma anche per una ragione personale. Nel 1995 sono venuto a presentare Prima della pioggia al primo festival di Sarajevo. Siamo arrivati in automobile da Spalato, fu un viaggio di 14 ore con i posti di blocco».
Il ritorno è dunque anche un ritorno nella memoria. Ma questa volta il film non parla direttamente della Bosnia né delle guerre jugoslave. E tuttavia, nella percezione di Manchevski, esiste una relazione.
«È stata un’esperienza molto strana presentare un film che non parla della Bosnia, non parla delle guerre jugoslave, ma che al tempo stesso ne parla. Ed è stata un’esperienza molto strana guardarlo insieme al pubblico di Sarajevo. Ora, 31 anni dopo, eccoci di nuovo qui. Un film che parla ancora una volta di emozioni forti, di dolore. E sono molto felice di essere qui».
La relazione non è dunque tematica, ma emotiva. Sarajevo è una città che conosce il rapporto tra trauma e memoria. Conosce la trasformazione di un evento storico in una ferita quotidiana. Conosce il modo in cui un luogo può portare con sé il ricordo di ciò che è accaduto.
In questa prospettiva, la proiezione di Good People acquista un significato particolare. Non è soltanto la presentazione internazionale di un documentario. È l'incontro tra due comunità segnate da esperienze traumatiche differenti ma accomunate dalla necessità di ricordare.
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Il silenzio come risposta
La reazione della sala alla fine della proiezione è significativa proprio perché non viene cercata dal film. Il cinema contemporaneo è spesso costruito attorno alla risposta emotiva dello spettatore. Musica, montaggio, primi piani, climax narrativi e altri strumenti possono guidare le emozioni.
Manchevski sembra invece voler creare uno spazio nel quale l'emozione possa emergere senza essere comandata. La sua concezione dell'arte è esplicita:
«Per me, in ogni opera d’arte, l’obiettivo finale è trasmettere un’emozione. Solo dopo, forse, si vuole trasmettere un’idea o un concetto».
È una dichiarazione che potrebbe sembrare semplice, ma che nel contesto di Good People diventa un principio strutturale. Il film non comincia dalla tesi e non cerca testimonianze per dimostrarla. Parte dalle persone e lascia che l'emozione produca successivamente una riflessione.
Manchevski aggiunge:
«La cosa più importante quando si realizza un’opera d’arte è comunicare, trasmettere o creare un’emozione nello spettatore. Oppure fare in modo che quell’emozione parta dall’autore e arrivi allo spettatore. Solo dopo vengono il messaggio, il concetto o qualche altra riflessione».
È precisamente ciò che accade quando la sala rimane in silenzio. Il silenzio non è necessariamente assenza di reazione. Può essere una reazione estremamente intensa.
A volte l'applauso è una forma di chiusura: indica che lo spettacolo è finito e che il pubblico può tornare alla propria condizione ordinaria. Il silenzio, invece, può indicare che la storia non è ancora finita dentro chi l'ha ascoltata.
Ciò che il film lascia fuori
Anche l'assenza dei soccorritori e dei servizi intervenuti sulla scena rientra nella stessa logica.
Manchevski chiarisce: «A dire il vero, non abbiamo cercato di contattare coloro che sono intervenuti come soccorritori, perché il nostro focus era sulle persone che si trovavano lì quando è scoppiato l’incendio, sulle loro esperienze, sui loro sentimenti e sui loro pensieri». Il documentario definisce la propria prospettiva proprio attraverso ciò che decide di non raccontare. Ogni film seleziona. Ogni montaggio esclude. Ogni punto di vista implica una scelta. Qui la scelta è netta: stare con coloro che erano dentro quella notte. Questo consente a Good People di evitare la struttura del rapporto investigativo e di assumere quella della testimonianza collettiva. Non vuole rispondere a tutte le domande. Vuole fare in modo che alcune voci possano essere ascoltate.
Un film sul trauma senza essere un film sul trauma
Il trauma attraversa ogni immagine del film, ma Good People non sembra interessato a trasformarlo in una categoria psicologica. Non spiega continuamente ciò che le persone dovrebbero provare. Le lascia parlare.
Questa è una differenza importante. Il cinema può facilmente trasformare il dolore in un oggetto da osservare. Un documentario sul trauma rischia di diventare un catalogo di sofferenze.
Manchevski cerca invece di restituire la complessità delle persone. Chi ha attraversato una tragedia non è soltanto una vittima. È un individuo che aveva una vita prima dell'evento e che deve continuare a vivere dopo.
Questa continuità è fondamentale. Il film non può restituire i morti alle loro famiglie. Non può cancellare la notte dell'incendio. Non può riportare indietro il tempo. Può però impedire che le persone vengano ricordate esclusivamente come numeri.
Sessantatré morti sono un numero enorme. Sessantatré storie sono qualcosa di diverso.
Il cinema non può raccontarle tutte. Ma può ricordare che dietro il numero c'erano persone, relazioni, famiglie, desideri, paure, progetti. E può ricordare che anche chi è sopravvissuto non è semplicemente «un sopravvissuto». È qualcuno che porta con sé una storia.
La distanza tra bellezza e orrore
La struttura visiva del film torna costantemente al contrasto tra il paesaggio e il ricordo. Le immagini aeree della Macedonia costituiscono una sorta di respiro.
Manchevski spiega:
«Le riprese aeree, le immagini realizzate con il drone all’inizio e alla fine, così come la musica, costituiscono la cornice del film. Ci introducono nel film e ci accompagnano fuori da esso».
Il paesaggio diventa così il luogo nel quale il film entra ed esce. È un'immagine della continuità del mondo. Il paesaggio non è responsabile della tragedia. Non la comprende. Non la commenta. Semplicemente continua a esistere.
Questa continuità può essere rassicurante, ma anche dolorosa. Per chi ha perso qualcuno, il mondo continua mentre la propria esperienza sembra essersi fermata. Il film non tenta di risolvere questa contraddizione. La mostra.
Dal paesaggio alle persone
La struttura del film può essere letta come un movimento dalla distanza alla prossimità. All'inizio vediamo il paesaggio dall'alto. Poi arrivano i volti. La distanza geografica lascia spazio alla vicinanza umana.
È come se il film dicesse allo spettatore: prima guarda il mondo nel quale questa storia è avvenuta; poi ascolta le persone che l'hanno vissuta.
L'effetto è quello di una progressiva sottrazione. Più il film entra nel racconto, meno ha bisogno di immagini spettacolari. Il volto diventa sufficiente. La voce diventa sufficiente. La pausa diventa sufficiente.
La macchina da presa, invece di aggiungere significato, deve evitare di impedirne la nascita.
Un titolo che diventa una domanda
Good People è un titolo apparentemente semplice. Ma dopo aver visto il film diventa difficile considerarlo semplicemente descrittivo. Chi sono le «brave persone» del titolo? Sono coloro che hanno cercato di aiutare? Sono i sopravvissuti? Sono le persone che hanno raccontato ciò che hanno visto? Sono coloro che ricordano? Oppure il titolo contiene una domanda rivolta allo spettatore? Che cosa significa essere una persona buona quando tutto crolla? È una domanda molto più interessante di una celebrazione dell'eroismo. Perché essere buoni in una situazione ordinaria è relativamente facile. In una situazione estrema, invece, la bontà diventa una scelta concreta. Il film mostra persone che, nonostante la paura, si muovono verso altre persone. Non lo fa per trasformarle in eroi. Lo fa per mostrare che, nel mezzo di una tragedia, accanto alla distruzione può comparire qualcosa di opposto: la solidarietà.
Ed è qui che emerge quello che Manchevski considera forse il risultato più importante del film: «Ciò che mi ha colpito di più è che, alla fine, esiste comunque un granello di speranza. Che forse la cosa più importante è che esistano la solidarietà e una comunità». La speranza di Manchevski non è dunque consolatoria. Non serve a rendere la tragedia più facile da sopportare per lo spettatore. È una speranza fragile, quasi impercettibile, che emerge proprio perché tutto il resto è stato messo in discussione.
La responsabilità di ricordare
Alla fine, Good People non offre una risposta alla tragedia di Kočani. E probabilmente non potrebbe. Offre qualcosa di diverso: una forma. La forma del ricordo. La forma della testimonianza. La forma della solidarietà. La forma di un film nel quale la macchina da presa cerca di diventare quasi invisibile perché le persone possano occupare tutto lo spazio necessario. Il suo valore sta proprio nella rinuncia alla semplificazione: la tragedia non viene trasformata in una storia edificante, e la speranza non diventa un lieto fine. I morti non vengono dimenticati dentro un conteggio. I sopravvissuti non vengono trasformati in personaggi. Il regista non diventa il protagonista.
Rimane invece la comunità. Rimangono le voci. Rimangono i volti. Rimane la memoria. E rimane quel piccolo «granello di speranza» di cui parla Manchevski. È una conclusione volutamente minima. Non promette che il dolore finirà. Non promette che il tempo guarirà tutto. Non promette che la giustizia arriverà. Dice soltanto che, dopo una tragedia, può ancora esistere una comunità capace di stare insieme. E forse è proprio questo che Good People cerca di documentare più di ogni altra cosa: non il fuoco, ma ciò che gli esseri umani fanno quando intorno a loro tutto sembra andare a fuoco. Il film di Manchevski non cerca eroi. Cerca persone. Non cerca una spiegazione definitiva. Cerca testimonianze. Non cerca di chiudere una ferita. Cerca di impedirne la cancellazione. Da una parte c'è ciò che non può essere restituito: le vite perdute, le famiglie spezzate, le immagini della notte di Kočani che resteranno nella memoria di chi era presente. Dall'altra c'è ciò che ancora può essere salvato: una voce, un ricordo, un gesto, una relazione, la solidarietà di una persona verso un'altra. Il cinema di Good People nasce esattamente in questo spazio. Tra il fuoco e il silenzio. Tra la memoria individuale e quella collettiva. Tra la morte e la vita che continua. Tra ciò che il cinema può mostrare e ciò che può soltanto ascoltare. E, soprattutto, tra la necessità di ricordare e quella, altrettanto umana, di continuare a stare insieme.


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