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Collective e l’eterno ritorno del fuoco: epistemologia di un disastro annunciato

L'incendio di Crans-Montana non è un caso isolato. Con il film Collective, analizziamo come la negligenza trasformi il fuoco in un'arma sistemica.

Quando il cinema diventa la mappa per leggere le ceneri di Crans Montana: la tragedia non è l'incidente, ma ciò che abbiamo tollerato prima della scintilla.

[di Massimo Righetti]

Collective Alexander Nanau

Ci piace pensare al tempo come una linea dritta, lanciata verso un domani che non esiste ancora. La verità è che il tempo è un disco rotto: gira in tondo e torna sempre sui suoi passi. Quello che chiamiamo "imprevisto" è spesso soltanto un vecchio copione che avevamo dimenticato in un cassetto, rispolverato da attori diversi, in una lingua diversa, ma con la stessa identica, spietata didascalia finale. Invece il tempo si accartoccia su sé stesso. Quello che chiamiamo 'imprevisto' è un vecchio copione dimenticato in un cassetto, rispolverato con attori diversi ma la stessa spietata didascalia finale. Guardiamo le immagini drammatiche che arrivano dalle Alpi svizzere e crediamo di assistere a una sciagura nuova. Invece stiamo semplicemente guardando il secondo tempo di un film che Alexander Nanau aveva già girato, con chirurgica precisione, 7 anni fa.

Quel film si chiama Collective. E oggi, davanti ai quaranta morti di Crans-Montana, quella pellicola smette di essere cinema e diventa una stele di Rosetta per decifrare l'orrore.

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Si pensa che il disastro sia il fuoco.  Invece il fuoco è innocente. Fa il suo mestiere, obbedisce a leggi fisiche elementari. Se gli dai della schiuma poliuretanica non ignifuga e una scintilla di bengala, lui brucia. Lo ha fatto al Colectiv di Bucarest nel 2015, lo ha fatto a Crans-Montana nel 2026.  La dinamica è una fotocopia sbiadita dal dolore: l'innesco pirotecnico, il materiale isolante economico che diventa napalm, la trappola del seminterrato. Dieci secondi per capire. Meno di un minuto per morire. Ma l'epistemologia del disastro, la scienza che conta, non riguarda la chimica della combustione. Riguarda l'architettura della menzogna.

Nanau, con la sua cinepresa che non sbatte mai le palpebre, ci ha insegnato a guardare oltre le fiamme. Ci ha mostrato che l’incendio è solo un detonatore. È l'atto violento che scoperchia il Vaso di Pandora della modernità. Dentro quel vaso non trovi i mostri del mito, ma quelli della burocrazia, dell'incuria, del profitto spicciolo. I disinfettanti diluiti di Hexi Pharma in Romania, i pannelli fonoassorbenti nel seminterrato svizzero. La stessa tolleranza verso l'illegalità.

A Bucarest morivano perché il sistema sanitario mentiva, dicendo di poter curare ustionati che invece venivano lavati con acqua sporca. A Crans-Montana, nel cuore della ricca e precisa Svizzera, scopriamo che quel locale, una trappola per topi nel sottosuolo, aveva visto gli ispettori solo tre volte in dieci anni. Tre volte. Allora capisci che la sicurezza non è una garanzia, è una scommessa che le istituzioni fanno sulla pelle di chi balla.

Il cinema diventa l'unica forma di verità possibile perché ha il coraggio di guardare dove la cronaca si ferma. I telegiornali ci contano i morti, ci mostrano i fiori, le lacrime dei parenti. Collective ci ha insegnato a cercare le firme sui permessi, a guardare le uscite di sicurezza sbarrate, a interrogare chi doveva controllare e ha preferito guardare altrove. Ci ha mostrato che la catena delle omissioni è circolare. C'è il proprietario che vuole l'effetto scenico a tutti i costi, l'ispettore distratto, il politico che parla di "fatalità" quando invece è tutto geometricamente prevedibile.

Ma non c'è nulla di imprevedibile nel mettere fuochi d'artificio in una stanza rivestita di petrolio solido. È una chimica della morte che conosciamo a memoria. Eppure, rimaniamo sorpresi. È qui che risiede la nostra colpa collettiva. Accettiamo che la sicurezza sia un fastidio burocratico finché non diventa una lapide. I ragazzi di Crans-Montana, come quelli del Colectiv, non sono stati uccisi dalle fiamme ma dalla negligenza che le ha precedute, dal silenzio di chi sapeva che quell'uscita era troppo stretta, che quel soffitto era pericoloso.

Il Vaso di Pandora ora è aperto, di nuovo. Escono le indagini per omicidio colposo, esce l'indignazione, escono i "mai più". Ma se non impariamo a leggere la realtà con la spietata lucidità del cinema verità, se non capiamo che ogni omissione è una potenziale condanna a morte, siamo destinati a rivedere questo film all'infinito. Cambieranno i titoli di coda, cambieranno i nomi delle vittime, ma la trama resterà oscenamente identica. E noi resteremo qui, spettatori colpevoli, a chiederci come sia potuto succedere. Mentre la risposta era già scritta, fotogramma per fotogramma, nell'indifferenza che coltiviamo giorno dopo giorno.

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