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Il ritorno del leone: incontro con Milcho Manchevski tra cinema, soprusi e rinascita all’Azzurro Scipioni

Milcho Manchevski incanta l'Azzurro Scipioni: il regista Leone d'Oro svela la genesi di Willow, il dramma della censura e i suoi due nuovi film.

Il visionario regista macedone, già Leone d'Oro per "Prima della pioggia", si racconta a Roma svelando i retroscena della sua nuova opera "Willow" e la vittoria sulla censura politica.

[di Redazione]

Milcho Manchevski

La magia del grande cinema d’autore si è respirata a pieni polmoni ieri sera tra le storiche mura dell’Azzurro Scipioni, cornice ideale per un intimo e folgorante incontro con il maestro macedone Milcho Manchevski. Reduce dalla proiezione del suo ultimo, struggente lavoro, Willow, il regista ha incantato la platea capitolina con la medesima grazia poetica che nel 1994 gli valò il meritato Leone d’Oro alla Mostra di Venezia per l’indimenticabile Prima della pioggia. L’evento, condotto con brillante acume dal produttore Ludovico Cantisani D'Auria e dal critico Claudio Siniscalchi, ha offerto uno spaccato viscerale sull’arte, le ossessioni e le recenti vicissitudini umane di un autore purissimo.

Photo: Irene Bonafede
Siniscalchi ha magistralmente aperto il dibattito lodando la struttura della pellicola, capace di porre a confronto due mondi, uno arcaico e uno a noi contiguo, accomunati dalle medesime e inesorabili derive esistenziali. Scomodando paragoni altissimi, il critico ha rintracciato nel respiro dell’opera echi di
Ladri di biciclette, celebrandone il finale gravido di dramma ma sublimato da quella genialità pietosa che è prerogativa esclusiva dei grandi artisti.

E Manchevski, interrogato sulle origini dei suoi complessi intrecci narrativi, ha risposto con una riflessione dal sapore felicemente mistico, spogliandosi di ogni artificio retorico. “Sai, è la storia a trovare me, succede e basta; e fare un film riguarda proprio la gioia di vedere la storia dispiegarsi attraverso di te”. Per plasmare le geometrie di Willow, l’immersione nella Macedonia rurale del Medioevo si è rivelata un viaggio di affascinante archeologia umana. “È stato molto divertente fare le ricerche, a dire il vero penso di essermela goduta forse anche più che fare il film stesso”. L’obiettivo, ha precisato l’autore, non era raccogliere dati storici ma capire come le persone si relazionassero davvero tra loro: “Non si trattava solo di raccogliere fatti storici, ma di cercare di capire come le persone si comportassero, sai, se si stringessero la mano o meno, se si baciassero la mano oltre la soglia”. Un livello di dettaglio capace di rivelare come, pur nella diversità delle usanze, “le persone sono persone: le loro aspirazioni e le loro emozioni sono le stesse, che sia oggi o centinaia di anni fa”. Dal punto di vista strutturale, il film si è evoluto in modo del tutto organico: concepito in principio come un dittico temporale, si è poi dilatato in un triangolo asimmetrico grazie a un terzo segmento fiorito in sordina. “La terza storia, in un certo senso, è l’aspetto ottimistico del film. è una sorta di lieto fine perché probabilmente è quella in cui c’è più altruismo: i personaggi sono quelli che donano di più”.

Azzurro Scipioni

Inevitabili, in un contesto così cinefilo, i parallelismi con i numi tutelari della Settima Arte. Solleticato su un’eventuale, impalpabile atmosfera tarkovskijana che aleggia sui suoi paesaggi, il cineasta ha tracciato una mappa delle sue devozioni, allargando l’orizzonte ad altri giganti. “Non saprei, mi piacciono anche Scorsese, Bergman e Fellini”. La sua percezione dell’atto creativo è un caleidoscopio in perpetuo movimento: “Penso che tutto ciò che accade a un artista, che si tratti di eventi della vita, sogni, emozioni o altre forme d’arte, in qualche modo trovi la sua strada nella sua arte”. Chiosando poi con ineccepibile lucidità: “E idealmente, viene rifratto attraverso la tua persona e attraverso te come artista”.

Tuttavia, il momento più vibrante e drammatico della serata si è consumato quando il dibattito ha virato sulle tribolazioni professionali del regista, di recente bersaglio di un gravissimo boicottaggio politico. Manchevski ha rivelato, con orgoglio ferito ma fiero, di star ultimando ben due nuovi lungometraggi, mossi da un’urgenza incendiaria: “Il motivo per cui ci sono due film è per dispetto”. Ha poi affondato il colpo senza mezzi termini: “Per dispetto verso la mafia cinematografica in Macedonia che ha fatto i suoi giochetti…”. Per quattro lunghissimi anni, gli è stato impedito di esercitare la sua professione a causa della sua temeraria denuncia contro le corruzioni della North Macedonian Film Agency. La svolta, catartica e attesa, è maturata grazie al solido abbraccio della comunità internazionale e alle aule di tribunale. “Ho ricevuto supporto internazionale dalla Mostra del Cinema di Venezia, dalle associazioni degli autori cinematografici italiani e dalla FIPRESCI, e il fatto di aver vinto due cause in tribunale ha permesso alla diga di rompersi”. Libero dalle catene istituzionali, l’autore ha esultato con l’entusiasmo di un esordiente: “Così, una volta rotta, sono corso fuori e ho fatto due film”.

Milcho Manchevski
Photo: Irene Bonafede
Il primo di questi progetti gemelli è Good People, un documentario dal rigore quasi monastico dedicato alle vittime e ai soccorritori eroi di un tragico incendio divampato in una discoteca macedone. Un’opera ascetica che Manchevski ha descritto con queste parole: “L’ho realizzato in un modo molto ascetico, molto minimalista e austero. È quasi la prima volta che faccio un documentario, perché sono sempre stato sospettoso nei confronti di questo genere”. Il secondo, un lungometraggio di finzione con la pregevole fotografia di Stefano Falivene e attualmente nelle delicate fasi di post-produzione, è la commedia tragica Sister, Brother, Manhole Cover. Racconta le grottesche peripezie di una famiglia disfunzionale e di due fratelli dediti al furto di tombini. Tornare sul set per questa pellicola è stata una rinascita totale: “Uscirne è stato come riemergere da una nuotata e mi sento particolarmente bene perché, per quanto possa essere soggettivo, mi sembra la cosa più emozionante e compatta che abbia fatto dal mio primo film”. Non è mancata una splendida dichiarazione d’amore verso il nostro Paese: avendo trascorso la vita tra la Macedonia e New York, Manchevski ha definito il suo stare in Italia “una vita stupenda”.

Willow - Milcho Mancevski
Il confronto è scivolato infine sull’architettura interna di Willow, proiettato nella Capitale nella sua estesa versione femminile di 116 minuti, specularmente contrapposta a una controparte maschile di circa 96 minuti, più concisa ed ellittica. Il regista ha descritto questo scarto formale come un audace banco di prova narrativo: “Stavo giocando con la storia e pensavo a una versione diversa che fosse più rapida, che saltasse subito al punto, e stavo solo esplorando modi diversi”. Ha trasformato il processo di montaggio in una pura indagine estetica: “Mi sono detto: perché no, facciamolo come una sorta di esperimento, una specie di gioco in cui metti in discussione il risultato anche dopo averlo realizzato”. La differenza principale riguarda il primo atto: nella versione maschile la storia medievale inizia direttamente con la giovane coppia che si reca dall’anziana strega, il che muta radicalmente la percezione dell’intera operaL’intera esperienza è diversa”, ha sintetizzato lapidariamente il regista, aggiungendo: “Io preferisco questa”.

In chiusura, incalzato dalla profonda riflessione di una spettatrice sul tema universale della genitorialità e del ricorso all’utero in affitto, questioni nevralgiche nell’economia emotiva della pellicola, Manchevski ha risposto con immensa empatia e sano pragmatismo. Pur ignorando l’effettiva risonanza del film all’interno del mondo musulmano, ha sigillato la serata con un potentissimo inno alla libertà e all’amore. “Ma in definitiva, se ciò che fai ti sembra giusto, e se viene accettato come una cosa positiva e buona dalla società, assolutamente, se rende felici le persone, adulte o bambine che siano, allora a tutti i costi le persone dovrebbero farlo”. Un incontro da incorniciare, che ha restituito intatta la maestosa caratura umana e artistica di un gigante del cinema contemporaneo.

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