Recensione Bianco & Nero: il documentario italiano dal 2000 al 2025

Recensione del monografico Bianco & Nero sul documentario italiano curato da Sangiorgio e Mosso per il CSC e minimum fax. Interviste e analisi.

Valutazione: ★★★☆☆ (3.0 su 5)

Il primo numero della rivista del CSC sotto la direzione di Giulio Sangiorgio esplora venticinque anni di cinema del reale tra interviste, analisi e un canone di cinquanta titoli

[di Ludovico Cantisani]

Bianco & Nero. li documentario dal 2000 al 2025

Venticinque anni di cinema del reale

Il primo numero pubblicato sotto la nuova direzione di Giulio Sangiorgio di Bianco & Nero, la storica rivista dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma attualmente co-edita da minimum fax, prosegue la tradizione dei volumi monografici, presentandosi come una disamina degli ultimi venticinque anni di cinema documentario in Italia. Curata dallo stesso Sangiorgio assieme a Luca Mosso, alterna disamine teoriche, analisi critiche e interviste giustamente non solo ai principali registi del documentario italiano quali Stefano Savona, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Leonardo Di Costanzo, Costanza Quatriglio e altri, ma anche alla montatrice Ilaria Fraioli, al presidente della Piemonte Film Commission Paolo Manera, al dirigente di RAI Cinema Gabriele Genuino, al fondatore Luciano Barisona e ad altre figure non meno centrali del regista nel processo di creazione e produzione di un documentario in Italia. Concludono il volume una proposta di “canone effimero”, con cinquanta titoli per capire il cinema del reale in Italia dal 2000 al 2025, e un “controeditoriale” di Daniele Vicari intitolato Ineludibile è la realtà.

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Le voci dietro le immagini

Per quanto ogni indagine periodizzante e monografica di questo tipo non possa sfuggire alla trappola di eclissare qualche singolo nome meritorio – due esempi su tutti: Giuseppe Carrieri ed Emanuele Mengotti – il Bianco&Nero dedicato al documentario nostrano dell’ultimo quarto di secolo è senza dubbio una delle più ampie e riuscite disamine dedicate a questo “genere” in Italia, che fa il paio con la mondiale Storia del cinema documentario curato da Ivelise Perniola e Marco Bertozzi e pubblicata qualche mese fa dalla Carocci Editore. In un buon equilibrio tra teoria, analisi, critica e pratica, il volume della rivista del CSC racconta una sponda della cinematografia italiana in cui, come più volte rimarcato, sono state individuate alcune delle voci registiche più fertili e originali del nostro paese. Tra le interviste più affascinanti che sicuramente quella a Michelangelo Frammartino realizzata da Massimo Causo, in cui il regista de Le quattro volte e Il buco, dopo aver messo in chiaro di sentire di aver realizzato degli “oggetti [filmici] un po’ strani” anziché documentari tradizionali, parla del suo tentativo di “essere in relazione con la vita e non con la rappresentazione della vita”. Rivelatori della componente “tecnica” dei documentari italiani, proprio del loro workflow di ripresa e di post, sono le interviste alla già citata Ilaria Fraioli, e anche al duo Paolo Benvenuti e Massimo Mariani, rispettivamente fonico di presa diretta e compositore/sound designer. Rilevante anche la disamina “pratico-metodologica” sull’accesso critico agli archivi audiovisivi italiani, a firma di Gianmarco Torri, che si riallaccia a uno dei filoni creativamente più ricchi e produttivamente più ricorrenti del documentario italiano degli ultimi decenni, complice anche l’attivismo dell’AAMOD e del premio Zavattini (clicca qui per leggere la notizia del decennale del premio zavattini); mentre Daniele Dottorini scrive un’analisi dell’evoluzione della teoria del cinema del reale in Italia suggestivamente intitolata Diario di un maestro, come uno dei titoli più celebri e apprezzati della filmografia di Vittorio De Seta, individuando in Storia del documentario italiano di Marco Bertozzi un punto di svolta nella ricezione critica di questa forma del cinema nel dibattito specialistico nostrano.

Un atto di fede nella realtà

A lungo sottovalutato dai distributori e dagli stessi critici cinematografici, fino al successo internazionale di Gianfranco Rosi e a ruota di Roberto Minervini, il documentario italiano trova in queste pagine non solo la sua celebrazione ma anche un suo manifesto implicito, giocato sulle ricorrenti parole d’ordine della libertà creativa, della “lievità” produttiva spesso imposta ma capace spesso di dare spazio all’inventiva, del riutilizzo originale e a volte in chiave antitetica dei grumi di passato racchiusi nelle immagini d’archivio, e della necessità imperativa di trovare un pubblico attraverso le forme più varie di distribuzione. Più che tentare una definizione univoca del documentario contemporaneo, il numero mostra come il suo statuto rimanga necessariamente aperto, attraversato da pratiche ibride e da continue contaminazioni tra finzione e realtà. E al di là della varietà degli approcci e delle poetiche, ciò che emerge con forza è la consapevolezza di un cinema che continua a interrogare il rapporto con il mondo prima ancora che con le sue forme di rappresentazione. La prospettiva che lega tra loro i contributi più teorici e quelli maggiormente orientati alla pratica è un’idea di documentario non come semplice registrazione del mondo, ma come forma di conoscenza, incontro e trasformazione dello sguardo. Come ricordano nella loro intervista Nadia Ranocchi e David Zamagni, membri del collettivo Zapruder Filmmakersgroup, anche il grande filosofo francese Gilles Deleuze metteva a fondamento della sua analisi del cinema concretizzatasi nei due volumi de L’immagine-movimento e L’immagine-tempo “un atto di fede rispetto al reale”. E a ben vedere, è proprio questa ostinazione a credere nella realtà - e nella possibilità del cinema di incontrarla - il tratto che accomuna le esperienze raccolte in questo volume e che ne fa una lettura imprescindibile.

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