Recensione di Rebuilding, il film di Max Walker-Silverman con Josh O'Connor: un cowboy, un ranch perduto negli incendi e la strada verso la paternità.
Tra gli incendi del Colorado e la riscoperta della paternità, il regista di The Rider firma un neowestern intimo tra Malick e Chloe Zhao.
[di Ludovico Cantisani]
Nel panorama del cinema indie americano il neowestern ha avuto un importante impulso produttivo in chiave autoriale dal successo dei film di Chloe Zhao pre-Eternals, e in particolare di Nomadland, pluripremiato agli Oscar. Alla scia già aperta dai suoi due precedenti film, Songs My Brother Taught Me e The Rider, si riallaccia Rebuilding di Max Walker-Silverman, ma il regista, già dietro la macchina da presa per diversi cortometraggi acclamati e per il dramma intimista A Love Song, sempre calato in scenari western, riesce a trovare un approccio personale e originale alla materia narrativa. Presentato al Sundance Film Festival del 2025 e successivamente anche ad Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma, Rebuilding è adesso nelle sale italiane distribuito da Film Club Distribuzione con il sottotitolo Come l'acqua per il fuoco. Protagonista assoluto è Josh O'Connor, che torna un po' alle radici interpretando un personaggio non dissimile dal suo ruolo nel film La terra di Dio – God's Own Country, che ne segnò l'exploit come protagonista; e la compresenza nelle sale italiane di Rebuilding con Disclosure Day di Steven Spielberg, in cui O'Connor è il protagonista maschile, dimostra il range anzitutto produttivo e industriale dell'attore, che pure gioca analogamente in entrambi i film la sua interpretazione sulla mimica, sulla sottrazione, su una certa inquietudine esistenziale che i suoi personaggi si portano sempre dietro.
LEGGI ANCHE: Disclosure Day, recensione: Spielberg torna agli alieni e ci chiede di ascoltarci
Dusty, la perdita e la riscoperta della paternità
La trama di Rebuilding è molto essenziale: dopo che gli incendi devastano il suo ranch in Colorado, il cowboy Dusty finisce in un campo della FEMA, dove ritrova un senso di comunità insieme ad altre persone che hanno perso la propria casa, ricongiungendosi al contempo con la figlia Callie-Rose, sui dieci anni scarsi, e l'ex moglie e la madre di lei. Più che veri e propri snodi narrativi il film racconta la trasformazione interiore di Dusty nell'accettazione della perdita del ranch e nella riscoperta della paternità, passando dallo sconsolato ripetersi "ormai non vivo più da nessuna parte" a una rinnovata apertura verso il mondo. Come character arc questo è piuttosto classico, ma il film sa raccontarlo senza retorica e con empatia; tra i passaggi drammaturgicamente più riusciti del film, c'è la scena di una tavolata comune in cui tutti gli sfollati dell'incendio condividono il ricordo degli oggetti perduti nel rogo delle loro case, e Dusty conclude il suo discorso dicendo che "ci sono cose che abbiamo perduto e che ho già dimenticato, ma in qualche modo mi mancano davvero anche quelle cose"; o anche la sequenza in cui Dusty, sua figlia Callie e la sua ex moglie Ruby finalmente arredano il compound in cui è stato sfollato l'uomo, che sembra così accettare che quella sia la sua nuova casa, e tentare di renderla più adatta per una bambina.
Tra Malick e Zhao: l'eredità della frontiera
Con momenti più contemplativi che rimandano a Badlands e a I cancelli del cielo della filmografia del primo Terrence Malick oltre che ai più recenti titoli neo-western di Chloe Zhao, Rebuilding testimonia come il cinema e in generale la narrativa americana abbiano ancora molto da dire attorno all'immaginazione della frontiera, del deserto, e della lotta dell'uomo contro la natura per l'umanizzazione del paesaggio e la civilizzazione del selvaggio. Questi ingredienti essenziali nella letteratura americana sin dall'Ottocento, e ulteriormente codificati dall'exploit del cinema western classico, a partire dagli anni Settanta hanno subito una rilettura spesso in toni critici, soprattutto per quanto riguardava il rapporto tra cowboy e indiani. Ambientato nella piena contemporaneità, Rebuilding non ha nulla del western revisionista, con l'eccezione, per certi versi, del desiderio della figlia del protagonista di diventare una cowgirl. Ben tratteggiato accanto a quello di Dusty è, a ben vedere, anche il personaggio di Callie-Rose, colto nella linea d'ombra tra infanzia e adolescenza e nel momento della scoperta della mortalità. La lettura a episodi che Dusty fa alla figlia della "favola western" del cowboy William e dei suoi stivali magici aggiunge un ulteriore sottotesto al film, in cui il rimando al western è, a ben vedere, anche un modo per raccontare le trasformazioni e le criticità sociali dell'America più rurale.
Il Colorado bruciato: comunità, siccità, crisi climatica
Lontano dalla politica, dai centri di potere, dalle industrie dell'intrattenimento e dalle pretese di milieu culturale di media e musei delle grandi metropoli statunitensi, il Colorado di Rebuilding è un territorio aspro, ancora in larga parte da dominare per i suoi abitanti, oppresso com'è dalla siccità, dagli incendi e da una generale crisi climatica – una landa in cui anche l'apparizione di una singola pianta nel terreno brullo rappresenta un simbolo di speranza. Nell'indifferenza delle istituzioni, nell'impossibilità di ottenere un dialogo efficace con le banche locali, nel rimpianto della perdita di un ranch di proprietà della sua famiglia da generazioni, Dusty sembra riscoprire il valore della comunità a cui appartiene, e senza scadere nel feel-good-movie di sapore hollywoodiano Rebuilding riesce così a lasciare anche una sua morale narrativa, componente sempre più rara nel cinema contemporaneo.
LEGGI ANCHE: Il prete pugile e l'arte del dubbio: come Josh O'Connor si è preso Knives Out 3
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp.
È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS