Deepfake musicali e intelligenza artificiale: dai Backstreet Boys a Taylor Swift, il copyright non basta più
IA e deepfake musicali: la class action Udio/Suno e la strategia trademark di Backstreet Boys e Taylor Swift per proteggere le voci degli artisti.
La class action contro Udio e Suno e la corsa al trademark vocale: come l'industria musicale tenta di difendere l'identità degli artisti dall'IA
[di Massimo Righetti]
Esiste un paradosso piuttosto crudele nel modo in cui la tecnologia tratta chi le dà da mangiare. Le startup di intelligenza artificiale generativa hanno costruito i propri modelli musicali raschiando i cataloghi delle piattaforme di streaming, Spotify, YouTube, tutti i soliti noti, senza chiedere permesso e senza pagare un centesimo. Poi hanno rimesso in circolo le tracce sintetiche sulle stesse piattaforme da cui avevano prelevato la materia prima, diluendo le royalty in un ecosistema che nel 2025 ha generato oltre 22 miliardi di dollari di ricavi solo dallo streaming, e quasi 32 miliardi complessivi secondo il Global Music Report 2026 dell'IFPI. Non è un furto nel senso cinematografico del termine ma qualcosa di più sottile e, se possibile, più irritante: è un parassitismo industriale che si alimenta delle proprie vittime.
La reazione legale è in corso. E sta assumendo forme che nessun avvocato del copyright avrebbe immaginato vent'anni fa.
La class action contro Udio e Suno e l'ingresso dello studio legale che ha sconfitto Big Tobacco
Il fronte principale si combatte nelle aule del tribunale distrettuale di New York, dove Udio è sotto processo, e in Massachusetts, dove la causa parallela riguarda Suno. La class action originaria fu depositata nel giugno 2025 da Tony Justice, un camionista a tempo pieno che fa musica country e il cui brano Last of the Cowboys ha superato gli otto milioni di stream, insieme alla sua etichetta 5th Wheel Records. Un dettaglio biografico che, da solo, racconta la vulnerabilità degli artisti indipendenti meglio di qualsiasi rapporto di settore.
Il 22 giugno 2026 è arrivata la cavalleria pesante. Hagens Berman, lo studio legale che nel 1998 rappresentò tredici stati americani nella causa contro Philip Morris ottenendo un risarcimento valutato in 260 miliardi di dollari, il più grande nella storia del contenzioso globale, si è unito alla Delgado Entertainment Law depositando una complaint emendata contro Udio. Steve Berman, cofondatore e managing partner, ha dichiarato che Udio e Suno "hanno rubato palesemente le opere di milioni di artisti indipendenti, violando le condizioni d'uso delle piattaforme online."
L'accusa centrale è chirurgica e riguarda il cosiddetto stream-ripping: la pratica di eludere le protezioni tecnologiche delle piattaforme di streaming per scaricare direttamente i file audio senza autorizzazione. Non si tratta soltanto di violazione del diritto d'autore ma una potenziale violazione delle disposizioni anti-elusione del Digital Millennium Copyright Act (DMCA), che proibiscono di aggirare le misure di protezione tecnica indipendentemente dall'uso successivo del contenuto. Il 21 maggio 2026, un tribunale federale ha rigettato parte della mozione di Udio per l'archiviazione proprio su queste accuse DMCA, stabilendo che le pretese hanno fondamento sufficiente per procedere. Per chi tiene il conto a casa: le accuse restano in piedi, e il processo va avanti.
Dettaglio che è facile perdere nel rumore delle cause legali: le tre major, Universal, Warner e Sony, avevano già avviato le proprie azioni contro Udio e Suno nel giugno 2024, e due su tre hanno chiuso accordi separati nel 2025. Ma quegli accordi coprono i cataloghi delle major, non gli artisti indipendenti. Per Tony Justice e per i milioni come lui, la class action è l'unico strumento che resta. Secondo uno studio CISAC/PMP Strategy, l'IA generativa potrebbe sottrarre ai creatori musicali fino a 4,6 miliardi di dollari l'anno entro il 2028, con una perdita cumulativa di circa 10 miliardi di euro in cinque anni. Non sono numeri retorici: sono la proiezione di un'estinzione economica silenziosa.
Dal copyright al trademark: Taylor Swift, i Backstreet Boys e l'hack legale contro i deepfake vocali
Ed eccoci al nervo scoperto dell'intera vicenda. Se il diritto d'autore protegge le registrazioni e le composizioni, non può fare assolutamente nulla per tutelare il timbro biologico di una voce umana. Chiunque, con un software sufficientemente avanzato, può addestrare un modello per fargli cantare un brano inedito con l'esatta grana vocale di un artista famoso, senza violare tecnicamente alcun copyright. La voce non è un'opera, è un attributo biologico, e il copyright americano non è stato progettato per proteggere attributi biologici.
Impossibilitati a usare il diritto d'autore tradizionale, gli artisti stanno tentando un pivot tanto disperato quanto ingegnoso verso il diritto dei marchi. E la genesi di questa strategia ha un protagonista inatteso: Matthew McConaughey. L'attore texano, nel 2025, ha ottenuto otto registrazioni di trademark, incluso un sound mark sul suo celebre "Alright, alright, alright!", diventando il primo personaggio pubblico a far approvare questa strategia anti-deepfake (clicca qui per leggere l'approfondimento). Il suo avvocato ha ammesso candidamente al Wall Street Journal di non sapere cosa direbbe un tribunale alla fine, "ma dobbiamo almeno testare questa strada."
Taylor Swift ha raccolto il testimone il 24 aprile 2026, depositando tre domande di trademark: due sound mark per le frasi "Hey, it's Taylor Swift" e "Hey, it's Taylor" pronunciate con la propria voce, con campioni audio da Amazon Music Unlimited e Spotify a dimostrazione dell'uso commerciale e un visual mark per un'immagine di lei sul palco durante l'Eras Tour (clicca qui per leggere la notizia). Il 24 giugno, i Backstreet Boys hanno fatto lo stesso, depositando un sound mark per la frase "Hi, we're the Backstreet Boys." Nello stesso mese, Lionel Richie ha presentato quattro domande separate, ciascuna relativa a una frase tratta dai suoi brani più celebri, inclusa l'inevitabile "Hello, is it me you're looking for?"
La logica è prettamente pragmatica e guarda alle dinamiche del web. Un marchio registrato federalmente, come il celebre "tu-dum" di Netflix, protetto negli Stati Uniti dal 2017, attiva automaticamente i sistemi di takedown di Google, Meta, Amazon, Etsy e eBay, senza bisogno di un ordine del tribunale. Le popstar scommettono di poter sfruttare questi meccanismi per intercettare e abbattere i cloni vocali generati dall'IA prima ancora che un giudice apra un fascicolo.
Se funzionerà è un'altra questione. Josh Gerben di Gerben IP, l'avvocato che per primo ha individuato tutti questi depositi, ha sollevato il punto critico: un trademark registrato per una frase specifica può fermare ogni imitazione vocale dell'artista, o soltanto le riproduzioni di quella frase esatta? Il diritto dei marchi si basa sulla "confusione del consumatore", un concetto più ampio della copia identica, ma nessun tribunale ha ancora testato questa teoria nel contesto dell'IA generativa.
Il NO FAKES Act: verso la prima legge federale sulla voce digitale
Tutte queste manovre sono, in fondo, uno scudo provvisorio. La protezione legislativa reale, però, potrebbe essere più vicina di quanto sembri. Il 18 giugno 2026, il Senate Judiciary Committee ha approvato all'unanimità il NO FAKES Act (Nurture Originals, Foster Art, and Keep Entertainment Safe Act), inviandolo verso il voto del Senato al completo. È il terzo tentativo per questa proposta bipartisan, dopo che le versioni del 2024 e del 2025 si erano arenate in commissione (clicca qui per leggere l'approfondimento).
Il NO FAKES Act istituirebbe il primo diritto federale di proprietà intellettuale sulla voce e sull'immagine visiva di una persona, applicabile a ogni cittadino americano, non solo ai personaggi pubblici, con sanzioni fino a 750.000 dollari per opera e un sistema di notice-and-takedown. La coalizione che lo sostiene è insolitamente trasversale: Universal, Sony, Warner, ma anche Google, YouTube, OpenAI e SAG-AFTRA. Quando le major discografiche e le Big Tech si trovano dalla stessa parte di un tavolo legislativo, qualcosa di grosso si sta muovendo sotto la superficie politica americana.
Fino a quel momento, se quel momento arriverà, alle icone della musica non resta che trasformarsi letteralmente in un marchio registrato. È un'ironia che meriterebbe una canzone. Ma chi la scriverebbe? Una rete neurale, probabilmente, usando la voce di qualcun altro.
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