Taylor Swift deposita voce e immagine: tre marchi contro l'IA generativa

Taylor Swift deposita all'USPTO marchi su voce e immagine: la nuova frontiera legale contro i deepfake e l'IA generativa.

La cantante segue la strada aperta da Matthew McConaughey: due marchi sonori e uno visivo per difendere la propria identità artistica dai deepfake.

[di Alessandro Massimo]

Taylor Swift

C'è un piccolo poema nascosto nel modulo amministrativo che TAS Rights Management ha consegnato all'Ufficio Brevetti americano lo scorso 24 aprile. È la descrizione, minuziosa fino al feticismo, di un'immagine: Taylor Swift su un palco rosa, una chitarra rosa con tracolla nera, una tuta iridescente multicolore con stivali argentati, un microfono multicolore davanti a sé, luci viola sullo sfondo. Sembra una didascalia per un quadro di Jeff Koons. È, in realtà, il tentativo legale di trasformare quell'immagine, e la voce che la accompagna, in proprietà intellettuale registrata. Una mossa che, dietro la patina pop, racconta come l'industria culturale stia provando a riscrivere le regole di ingaggio con l'intelligenza artificiale generativa.

Cosa ha depositato Taylor Swift all'Ufficio Brevetti USA

Le tre richieste, presentate al United States Patent and Trademark Office venerdì 24 aprile 2026 e rese pubbliche nei giorni successivi dall'avvocato specializzato Josh Gerben, riguardano due marchi sonori e un marchio visivo. I primi due sono le frasi "Hey, it's Taylor Swift" e "Hey, it's Taylor", pronunciate in due registri distinti, il secondo più basso, all'interno di clip promozionali dell'ultimo album The Life of a Showgirl. Il terzo è il marchio figurativo che descrive l'iconica immagine performativa dell'Eras Tour. La firma in calce è quella di Rebecca Liebowitz, partner dello studio Venable; la titolarità è di TAS Rights Management, la società che gestisce il portafoglio di marchi della cantante, che ha già superato quota trecento depositi negli Stati Uniti.

Marchi sonori e voce umana: una categoria giuridica anomala

Il punto qualificante non è il deposito in sé, Swift e il suo entourage hanno fatto del trademarking un riflesso condizionato, ma il tipo di marchio scelto. Il sound mark è una categoria minoritaria del diritto industriale, riservata storicamente a icone sonore commerciali: il ruggito del leone della MGM, le campanelle della NBC, il "tu-dum" di Netflix. Registrare la voce parlata di una persona, in quanto tale, è un'operazione concettualmente diversa, e a oggi non ha precedenti consolidati nelle aule di tribunale. Significa chiedere allo Stato federale di certificare che un timbro vocale, una specifica modulazione, un fraseggio identificativo siano riconducibili in via esclusiva a un'identità giuridica. È, in sostanza, il tentativo di trattare la voce come un logo.

La strategia "trademark yourself" inaugurata da Matthew McConaughey

Il primo a sperimentare questo approccio è stato l'attore Matthew McConaughey, che nel 2025 ha ottenuto otto registrazioni dall'USPTO, tra cui un marchio sonoro sull'audio della sua celebre battuta "Alright, alright, alright!" da Dazed and Confused (ne abbiamo parlato sulle pagine del nostro magazine- clicca qui). Il ragionamento dei suoi legali, ripreso ora dal team di Swift, è che il marchio fornisce un'arma in più rispetto al diritto all'immagine tradizionale, garantito a livello statale da norme come quelle di California e New York. Una controversia di marchio si discute in corte federale, vale su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, non richiede di dimostrare la riproduzione identica del materiale protetto: basta la "somiglianza confondibile". È una soglia probatoria molto più bassa, pensata in origine per impedire che qualcuno venda zaini con un logo simile a quello di un brand celebre, ma potenzialmente decisiva quando la copia è generata da un modello che non duplica mai due volte la stessa onda sonora.

Perché il copyright non basta più contro l'intelligenza artificiale

La diagnosi che giustifica la mossa è ormai condivisa dagli avvocati del settore: la legge sul diritto d'autore è stata costruita per un mondo in cui la copia era materiale e l'imitazione richiedeva una registrazione preesistente da campionare. L'IA generativa scardina entrambi i presupposti. Non duplica un file; addestra un modello statistico che produce, ogni volta, un output formalmente nuovo ma percettivamente sovrapponibile all'originale. Il copyright, in questo schema, scivola a vuoto. L'immagine di Swift è già stata sfruttata in deepfake pornografici diffusi su X nel 2024 e in un'immagine taroccata che la mostrava endorsare Donald Trump nella campagna elettorale americana, episodio a cui la cantante reagì pubblicamente. Sul fronte delle voci, modelli text-to-speech generano ormai impersonazioni convincenti partendo da pochi secondi di materiale d'addestramento. Il marchio offre, secondo i sostenitori della strategia, un appiglio più ampio: se chiunque genera con l'IA una versione di Taylor Swift in tuta iridescente con chitarra rosa, oppure un'audio-introduzione che evoca il suo "Hey, it's Taylor", il titolare del marchio può rivendicare una violazione federale, indipendentemente dal fatto che esista una traccia originale duplicata.

Limiti, zone grigie e una questione filosofica aperta

La cornice è suggestiva, ma i limiti pratici sono noti agli stessi giuristi che la promuovono. Kirk Sigmon dello studio KellDann Law ha osservato che l'enforcement diventa concretamente esercitabile contro attori commerciali identificabili, un'azienda che usa un finto messaggio vocale per vendere un prodotto, un sito che monetizza un'immagine manipolata, mentre resta complicato perseguire i creatori anonimi che inondano i social di contenuti sintetici. C'è poi la questione, ancora tutta da scrivere, di come un giudice federale interpreterà la nozione di "uso commerciale" rispetto a un meme, una fan art, un esperimento di un utente medio. E sullo sfondo si profila un interrogativo che eccede il diritto: cosa accade alla nozione stessa di persona artistica quando le sue componenti minime, un saluto, una posa, un'inflessione — diventano oggetti registrati? Walter Benjamin, novant'anni fa, raccontava la perdita dell'aura nell'epoca della riproducibilità tecnica. La traiettoria che Swift inaugura va nella direzione opposta: trasformare l'aura in marchio, codificarla in un atto amministrativo, restituirle valore proprio nel momento in cui la riproducibilità diventa infinita. Per ora, l'USPTO valuterà se le tre richieste soddisfano gli standard di registrabilità. La risposta, qualunque sia, segnerà un passaggio nel modo in cui l'industria dell'intrattenimento prova a tenere il passo di un'IA che non smette di accelerare.

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