A24 e Google DeepMind: 75 milioni di dollari per l'intelligenza artificiale nel cinema

A24 e Google DeepMind firmano un accordo da 75 milioni per sviluppare AI nel cinema. Tra autori, trasparenza e contraddizioni.

La casa di produzione indie più influente d'America entra nella corsa agli strumenti AI. Ma il regista del suo più grande successo non vuole saperne.

[di Alessandro Massimo]

A24 e Google DeepMind partnership

A24 ha appena siglato un accordo di ricerca da 75 milioni di dollari con Google DeepMind (clicca qui per leggere le potenzialità di Google Deep Mind) per sviluppare strumenti di intelligenza artificiale destinati ai filmmaker. Lo studio che più di ogni altro ha costruito la propria identità sulla fiducia verso gli autori firma con il laboratorio AI più quotato al mondo, e il regista del suo più grande successo commerciale di sempre, nel frattempo, ha dichiarato pubblicamente di voler far sparire l'AI generativa dalla faccia della terra. Questo paradosso fotografa con più precisione di qualsiasi analisi il rapporto attuale tra Hollywood e l'intelligenza artificiale: un'industria che avanza in una direzione e ospita i suoi critici più convinti nella stessa stanza.

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L'accordo A24–DeepMind: cosa prevede davvero

La partnership è pluriennale e non esclusiva: A24 può continuare a lavorare con altri soggetti, e DeepMind con altri studi..

La struttura dell'accordo è definita con precisione: una partnership di ricerca nella quale i filmmaker di A24 partecipano attivamente alla progettazione degli strumenti stessi, senza cessione di dati di addestramento, senza trasferimento di IP, senza accesso alla library dello studio. Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha dichiarato che l'obiettivo è "costruire nuove funzionalità AI a sostegno degli artisti nel racconto autentico e significativo". Scott Belsky, che guida A24 Labs, la divisione tecnologica dello studio con una squadra di circa una ventina di persone che lui stesso coordina dopo essere stato assunto all'inizio del 2025, ha precisato che l'approccio punta a preservare il controllo creativo e supportare la capacità di rischiare, distinguendosi esplicitamente dai modelli generativi general-purpose. Tra i primi progetti già in fase prototipale: strumenti di storyboard generato da AI, un caso d'uso che Martin Scorsese ha recentemente benedetto pubblicamente e che sta diventando uno dei più accettati nell'industria perché rimane nel perimetro della pre-produzione, invisibile al pubblico finale.

Hollywood nella corsa agli strumenti AI: Netflix, Amazon, Lionsgate e ora A24

A24 non è la prima. Netflix ha acquisito InterPositive, la società di Ben Affleck specializzata in strumenti AI per filmmaker. Amazon MGM Studios ha lanciato una propria unità interna. Lionsgate collabora da tempo con Runway AI. Disney ha tentato una partnership con OpenAI, riportata nell'ordine di un miliardo di dollari e poi naufragata (clicca qui per leggere la notizia), mentre simultaneamente avviava cause legali contro aziende di generazione visiva.

Quello che distingue l'accordo A24–DeepMind, almeno nelle intenzioni dichiarate, riguarda la struttura stessa della collaborazione: i filmmaker dello studio partecipano attivamente alla progettazione degli strumenti, e A24 conserva il pieno controllo creativo. Per uno studio che ha costruito la sua identità sulla fiducia verso gli autori, questa distinzione vale più di una dichiarazione di principio: è la condizione di sopravvivenza del brand.

L'uso silenzioso dell'AI in post-produzione: il caso industria

Mentre gli studi firmano accordi e rilasciano comunicati, una parte considerevole dell'integrazione dell'AI nel cinema avviene nell'ombra. Secondo quanto riferito a Deadline da un influente tecnologo AI il cui software è largamente adottato a Hollywood, circa l'80% dei lavori completati con il suo sistema non viene mai accreditato nei film. Smoothing visivo, interventi sul dialogo, ritocchi in post-produzione: l'AI viene usata come si è sempre usato il fotoritocco sui corpi dei divi, con la stessa tacita intesa che nessuno ne parli.

Il caso de The Brutalist di Brady Corbet ha rotto questa consuetudine involontariamente. Quando l'editor Dávid Jancsó ha rivelato che i dialoghi in ungherese di Adrien Brody e Felicity Jones erano stati affinati con Respeecher, un software di voice AI ucraino che ha innestato le vocali e le consonanti ungheresi di Jancsó stesso nelle performance degli attori, la reazione del pubblico e della critica è stata immediata. La polemica ha sollevato una domanda legittima: se un attore impara una lingua, la interpreta, e poi quella interpretazione viene modificata algoritmicamente, di chi è la performance? Corbet ha difeso la scelta con fermezza, sottolineando che le performance degli attori erano completamente loro e che l'AI aveva operato su dettagli fonetici, non sulla recitazione. Ma il punto, più che tecnico, era di principio: il pubblico non lo sapeva.

Trasparenza, la parola che Hollywood stenta a pronunciare

La Creators Coalition on AI, fondata da Joseph Gordon-Levitt, ha fatto della trasparenza la prima parola del suo manifesto in quattro punti. Quando l'Advanced Imaging Society si è riunita a Laguna Beach per discutere dell'AI nell'industria, la Coalition era presente a portare esattamente questo messaggio: le aziende che usano l'AI senza dichiararlo rischiano di erodere la fiducia del pubblico proprio nel momento in cui l'industria avrebbe più bisogno di costruirla.

Il modello alternativo che viene evocato è quello di James Cameron nel 2008: anticipando le perplessità del pubblico sull'uso massiccio della computer grafica in Avatar, Cameron scelse di comunicare apertamente gli strumenti, trasformando la tecnologia da minaccia in argomento di conversazione. Il risultato fu che la discussione pubblica precedette l'uscita del film invece di esplodergli addosso.

Il paradosso Parsons e il futuro del cinema d'autore nell'era AI

Kane Parsons ha vent'anni, ha diretto Backrooms con un budget di circa dieci milioni di dollari, e il film ha incassato 272 milioni di dollari in tutto il mondo diventando il maggior successo commerciale nella storia di A24 (clicca qui per leggere la recensione di Backrooms). Ha costruito la sua carriera su YouTube  e ha dichiarato a The Australian che se potesse far sparire l'AI generativa con uno schiocco di dita, probabilmente lo farebbe, perché "creativamente, quegli strumenti non mi danno nessun piacere". Pochi giorni dopo, la sua casa di produzione ha firmato con DeepMind.

Riconoscere la contraddizione non richiede di prendere le parti: è strutturale, non personale. Un'industria che investe nella tecnologia e contemporaneamente ospita alcuni dei suoi critici più convinti porta in sé una tensione reale, che nessuna dichiarazione di principio può risolvere da sola. La domanda su chi controlli gli strumenti, chi li progetta, chi ne conosce l'esistenza e chi no, resta aperta. E quella risposta, qualunque essa sia, definirà quale tipo di cinema vedremo nei prossimi dieci anni.

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