Valutazione: ★★★★½ (4.5 su 5) Prodotto da A24 e diretto da un ventiduenne, è uno dei migliori film di genere del decennio: l...
Prodotto da A24 e diretto da un ventiduenne, è uno dei migliori film di genere del decennio: labirinto, inconscio e nostalgia come non li avete mai visti.
[di Ludovico Cantisani]
Tutta la storia produttiva dietro Backrooms è nota, la sua derivazione da creepypasta e corti horror caricati su YouTube, la presenza in cabina di regia dell'appena ventiduenne Kane Parsons, il significativo coinvolgimento produttivo e distributivo della A24, con tutte le implicazioni industriali e comunicative del caso, e, per la release italiana, di iWonder Pictures, la presenza nel cast di un curioso connubio tra il cinema americano mainstream, il protagonista maschile Chiwetel Ejiofor, e l'arthouse europeo, la coprotagonista femminile Renate Reinsveen, che ha ottenuto visibilità internazionale dai film di Joachim Trier. La vera sorpresa è che uno dei film horror più pubblicizzati, "hypati" e pompati dell'anno è anche uno dei migliori film di genere del decennio.
Un horror tra metafisica e psicoanalisi
Per riassumere la trama in due parole, l'architetto frustrato Clark, alle prese con un divorzio, che per tirare avanti ha messo da parte la sua dream career per gestire uno showroom di mobili in un angolo indistinto dell'America provinciale, scopre nel suo seminterrato una sorta di passaggio fluido verso un'altra dimensione, una labirintica successione di stanze spoglie di arredamento ma strapiene di oggetti variegati e incongrui e, come si scopre sin dalla prima scena del film, da misteriose entità psichiche. Già dall'incipit, a sé stante, entriamo a contatto con l'immaginario cinematografico del film e assistiamo a una soggettiva suprema, la soggettiva della morte, ripresa da un ignoto esploratore delle Backrooms tempo prima che si consumi la main story di Clark e della sua psicologa Mary, che dopo la scomparsa del paziente entrerà a sua volta nelle Backrooms al di sotto dello squallido centro commerciale con le sue labirintiche insenature. "Abbiamo tutti i nostri loop" è del resto la prima battuta della linea narrativa principale: Backrooms di Parsons è un horror meravigliosamente a metà tra metafisico e psicologico, forse il senso psicoanalitico della sceneggiatura, un film sul rancore e sul bisogno di amore di un uomo, non brilla sulla carta per originalità, salvo il richiamo al concetto di "percorso neurale di minor resistenza" menzionato e reso parte integrante della struttura narrativa; ma è la resa ad essere grandiosa, nella sua capacità di coniare un'iconografia dell'orrore e della psiche completamente nuova, almeno per quanto riguarda il grande schermo. Del resto, l'ambizione di ritrarre plasticamente "ogni luogo che sia mai esistito" è un po' un unicum nella storia del cinema di genere, più vicina a certi paradossi narrativi di Borges che alle proprietà immediate del cinema e del suo linguaggio.
Il regno dei significanti senza significato
Le Backrooms di Parsons, che intellettualmente si pongono tra i non-luoghi à la Augé e le riflessioni di Bauman sulla socialità nelle società liquide del consumismo e dei centri commerciali, sono riempite di un'accozzaglia di cose, nel senso puro ed esistenziale del termine, sono il regno dei significanti senza (più) significato - tra gli infiniti oggetti di questa wasteland cinematografica: striscioni, il trono sulla sabbia, pile di sedie e di altri mobili, sagome di cartone, lampade e mattoni, pile di vestiti inclusa una maglietta d'epoca con la scritta "end apartheid", una singola stampella-- per dirla con T. S. Eliot, a heap of broken images - ma non scordiamoci neanche frasi preregistrate in più lingue, inglese, francese, varie lingue orientali, addirittura il latino -- insomma un Purgatorio, o una Babele, del senso. Fra i pochi oggetti che assumano un valore parzialmente ed apertamente simbolico, l'albero di Natale con la musica preregistrata di Felix Navidad - ma l'iconografia natalizia è usata come in Eyes Wide Shut di Kubrick in chiave antifrastica: l'albero pare indicare quello che in un videogioco si definirebbe il punto di spawn dei mostri, con sagome sinistre nascoste nell'ombra o semisepolte nel terreno.
L'archetipo del labirinto e il fantasma di Lynch
La scoperta di una realtà friabile ed elastica, l'epifania di un mondo parallelo, è un tema che ha profondamente affascinato la narrativa di genere ma "alta" del secolo scorso – due nomi su tutti per quanto concerne la letteratura weird e sci-fi: H.P. Lovecraft e Philip K. Dick - e i parallelismi cinematografici che si potrebbero elencare vanno dalla Loggia bianca/Loggia nera del Lynch di Twin Peaks al Sottosopra di Hawkins in Stranger Things, passando per almeno un'altra dozzina di titoli. Backrooms può essere vista come la reincarnazione - cinematografica, non registica - di un film di David Lynch, senza citazioni esplicite od omaggi dirette -- tutt'al più sul finale c'è qualche rimando diretto a Francis Bacon, per tornare alla fonte. Di Lynch il primo film di Parsons può ricordare in particolare Inland Empire, per quanto concerne la fattura delle immagini (ma si noti come lì c'era una sperimentazione con un embrionale digitale, qui un rétour al vhs, al nastro, all'analogico); e c'è poi una fascinazione-ossessione-apprensione per il tema dell'elettricità, per il look un po' eerie delle luci che sfarfallano. Ma Backrooms va ancora più indietro, a restaurare l'antico archetipo del labirinto - ma se Clark è Teseo, la sua Arianna vuole divorziare da lui, altro che filo, e anche la psicologa che si immerge a sua volta nella realtà inquietante delle Backrooms non è chiamata a salvare il protagonista, ma a metterlo in crisi. È interessante anche un confronto tra Backrooms e un altro horror recentemente approdato nelle sale italiane, Obsession di Curry Baker, ventiseienne: anche Obsession era un horror narrativamente originale, che utilizzava il classico device dell'oggetto magico, e il tradizionale motif dell'esaudimento di un desiderio dalle sinistre conseguenze, per tracciare una sorta di spaccato generazionale sui rapporti di coppia. Kane Parsons, di quattro anni più giovane rispetto a Baker, non sembra interessato tanto a parlare della sua generazione ma, a partire dall'evocativa distinzione terminologica tra lonely e alone, creare un ritratto senza speranze sull'impossibilità di riscatto, di redenzione e di rivalsa – innanzitutto su sé stesso – di un uomo, intrappolato nei labirinti dell'inconscio così come lo psicologo Kris Kelvin nel finale di Solaris di Tarkovskij restava meravigliosamente invischiato nei meandri ipnotici della memoria e della nostalgia.
La nostalgia come vero orrore
È proprio sulla nostalgia, in chiave innanzitutto visiva, che Parsons costruisce una delle componenti del film più interessanti e ricchi di implicazioni. C'è il già ricordato incipit a sé stante, una ripresa in soggettiva della morte di uno degli esploratori delle Backrooms che ha pochi precedenti nella storia del cinema – il piano-sequenza finale di Professione: Reporter di Michelangelo Antonioni, la costruzione registica complessiva di Enter the Void di Gaspar Noé, per certi versi anche alcuni momenti di Halloween, Venerdì 13 o The Blair Witch Project. In un momento che richiama curiosamente, forse involontariamente, la serie televisiva Better Call Saul, Clark mette su, assieme a una micro-troupe di due ragazzi che poi lo seguiranno nelle Backrooms, una pubblicità in costume da pirata ("salpate per i mari dell'alta qualità") fittiziamente entusiasta, surrettiziamente euforica che non per nulla finisce col fallimento della take metacinematograficamente mostrata; e in un paio di momenti si intravedono anche in tv degli spezzoni di vecchi film di fantascienza o horror con un'estetica talmente da B-movie da sembrare parodistici. Un "gioco terapeutico" in una sessione dalla psicologa in cui Clark deve rivivere il momento della separazione dalla moglie sarà prevedibilmente ripreso, in tutt'altra sede e in tutt'altra chiave, tra i due protagonisti sul finire del film; e anche nella backstory del personaggio della psicologa Mary, tracciata più per frammenti visivi che per via dialogica, si rinveniranno ripetizioni, feticci oggettuali, traumi irrisolti, che rendono i suoi diktat terapeutici se non ipocriti quantomeno applicabili anche a lei stessa: la frase che apre la pubblicità del libro e audiolibro di self-help della psicologa, "ti sembra mai di vivere dietro a un vetro?", è una chiave interpretativa d'accesso a tutto il film. In generale, anche quando Clark si addentra nelle Backrooms con i due ragazzi e una videocamera allo scopo dichiarato di portare una prova materiale di quanto visto alla sua psicologa, ci sono frequenti interpolazioni sullo schermo del film-nel-film con un anacronistico look VHS. Notevole per essere nato da un creepypasta, ma notevole come film horror tout court, Backrooms ci lascia con il dubbio che sia la nostalgia il vero orrore da cui scappare come dai mostri.
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