Il Diavolo veste Prada 2, la non-recensione: bello tutto, bravi. Però.

Il Diavolo veste Prada 2 vola al box office. Ma cosa resta uscendo dalla sala? La non-recensione, ironica e onesta.

Valutazione: ★★½☆☆ (2,5 su 5)

Streep gigantesca, Hathaway in versione Alice nel Paese delle “Passerelle Haute Couture”, e una Milano promossa a "centro dell'impero". Cronaca di un'uscita dalla sala con la maschera de Il Marchese del Grillo.

[di Massimo Righetti] 

Anne Hathaway-Diavolo veste prada 2

Lascia che ti dica una cosa, prima di tutto. Quello che stai per leggere non è una recensione de Il Diavolo Veste Prada 2 di David Frankel. La recensione vera, quella seria, è già su queste pagine: clicca qui, leggila, fidati. Quello che trovi sotto, invece, è un'altra cosa. È quello che pensi mentre si accendono le luci e il cervello prova a fare l'inventario di quello che ha appena visto. Prendilo per quello che è. Una chiacchiera. E non prenderlo per oro colato.

Sono uscito dalla sala con una faccia precisa. Quella di Sordi nel Marchese del Grillo. Sai quale.

«David, tu lavori bene. Bella 'a boiserie. Bello l'armadio. Belle 'e cassapanche... bello, bello, bello tutto... bravo... grazie, adesso te ne poi pure annà...».

Perché? Te lo spiego.

Andy, vent'anni dopo, è ancora Alice

Iniziamo da Andy. Vent'anni dopo. Dovrebbe avere cicatrici, cinismo, inchiostro nelle vene. Dovrebbe essere una donna vissuta, una giornalista d'assalto. E invece: quello sguardo è ancora lì, la stagista che entra a Runway con il maglioncino ceruleo. È un'Alice nel Paese delle Meraviglie che si è solo cambiata d'abito. Non direi che sia del tutto colpa di Anne Hathaway. Ma inciampa in una scrittura che non la vuole adulta. La critica americana ha emesso la stessa diagnosi. Stesso referto. Il personaggio esiste, respira, regge la scena per un solo, ineluttabile motivo: ha accanto Meryl Streep.

Secondo punto. Il film è tutto ostinatamente patinato. Anche dove non dovrebbe esserlo. Te la ricordi Andy, no? Quella che nel primo film mollava una Chanel perché la praticità prima di tutto. Bene: qui Andy fa un trasloco come se la stessero seguendo per un servizio di Elle. Cuscini coordinati, fascia in testa con il ciuffetto malandrino che si posa, guarda caso, sulla fronte esattamente dove deve stare, pile di libri che stanno in equilibrio per grazia divina. Non è cinema, è un mood board. Tutto bello, tutto giusto, tutto composto e con il filtro Instagram acceso. Sempre. Anche quando Andy dovrebbe essere stanca, sciatta, normale. Stanca, sciatta, normale: tre parole che, in quella sceneggiatura, non hanno superato il provino.

Il manifesto ideologico, ovvero: la moda ci salverà (ah sì?)

Anne Hathaway e Stanley Tucci

Terzo. Il manifesto ideologico. Il film ti dice una cosa precisa: Moda come salvezza umana. Tecnologia come demonio. L'Intelligenza Artificiale che succhia l'anima. L'artigianato sartoriale che ci redime. E qui, sulla poltrona, ti muovi. Scomodo. Perché la moda è essa stessa un'industria capace di appiattire. Di sfruttare. Di fagocitare. E perché la verità di oggi come sempre sta nel mezzo: nell'interazione fra IA e creatività umana, non in una guerra di trincea. Il film fa di più che semplificare: costruisce uno spottone scientifico per un mondo che non è poi così immacolato. Se Vogue pubblicasse un editoriale contro il consumismo, farebbe solo ridere. Qui invece il sorriso non te lo strappa neanche. Qui ti senti preso un po' in giro.

BANG! Milano "centro dell'impero"

E proprio mentre scrivo, e penso che sia arrivata l'ora dei punti di forza, dal fondo della memoria sale qualcosa. BANG! La scena. Sì, quella scena, Quella che mi ha fatto uscire l'orgoglio romano che si ribella, ruvido e inesorabile.

Cena di gala a Milano. Davanti al Cenacolo di Leonardo, il villain di turno alza il calice e sentenzia: siamo nella città che è stata «il centro dell'impero». Lì sono saltato dalla poltrona. Cari sceneggiatori americani. Voi e la vostra storiografia creativa, questa non ve la passo. Milano sarà pure tante cose belle e potenti, ma l'impero. No, l'impero, ragazzi miei, abitava a cinquecentosettanta chilometri più a sud. C'è un limite a tutto. Evidentemente mangiare pizza con l'ananas, bere cappuccino a pranzo e mettere il parmigiano sulle vongole genera atrofie sinaptiche molto serie. Curatevi! 

Le note liete: Streep, che spettacolo

Detto tutto questo. Arriviamo alle note liete. Meryl Streep gigantesca. Ma davvero. Lo sai già, lo sappiamo tutti: se Meryl facesse la pubblicità del Mocio Vileda andrebbe direttamente alla notte degli Oscar. Le basta uno sguardo che dura un secondo di troppo, un mezzo sorriso che non sorride, un silenzio piazzato dove un'altra avrebbe parlato. É masterclass assoluta di recitazione. E grazie a lei se la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna osa “surfare” sul post-MeToo uscendone indenne. La Miranda del 2006, oggi, non si potrebbe più scrivere: le sue battute ferocemente pesate al milligrammo finirebbero diritte davanti a un giudice del lavoro. Soluzione: al fianco di Miranda, c’è una assistente nuova di zecca, Amari (una brava Simone Ashley), che ogni volta che la capa sta per sbottare le sussurra al volo «H.R.». E lei, Miranda, si trattiene. Soffre. Strabuzza gli occhi. Sospira. È in quei micromillimetri che Miranda Priestly esiste. Non nelle battute, non nei tailleur: nei silenzi. Una piccola commedia muta dentro il film parlato. Meryl Streep vale il biglietto.

Streep e Tucci - Diavolo veste prada 2

E poi c'è Stanley Tucci e il suo Nigel che è una carezza. Ogni tanto, lo confesso, mentre si muoveva tra un Dior e un Balenciaga speravo tirasse fuori una ricetta di pasta alla genovese direttamente da un suo speciale del National Geographic. Ma anche senza ricette, il suo Nigel è un faro. Senza alzare la voce, ti ruba ogni scena in cui entra. Campione mondiale di scene-stealing.

Chiudo con le battute. Ce ne sono di carine. «Ho Stoccolma in linea: rivogliono la loro sindrome». Questa, in cornice. «Il contenuto sta al giornalismo serio come Shein sta a Chanel». C'è un certo gusto, ogni tanto. Una cattiveria affilata che ricorda che nelle due ore di zucchero, ogni tanto gli sceneggiatori si ricordano di essere bravi. E quando se ne ricordano, si vede.

E allora cosa resta?

E allora cosa resta? Le sale che si riempiono. Il box office che vola: 8 milioni e duecentomila euro nelle prime 72 ore in Italia, miglior debutto del 2026, undicesimo esordio di sempre nel Paese. Il pubblico c'è. Il pubblico ride. Il pubblico applaude. E io esco dalla sala soddisfatto. Non per il film, non del tutto. Esco soddisfatto perché ogni volta che una sala si riempie, l'esercizio cinematografico respira un po' di più. E in tempi in cui ti chiedi se andremo ancora al cinema fra dieci anni, è un ossigeno che firmi a occhi chiusi.

Però, uscendo, la faccia è ancora quella del Marchese.

«David, tu lavori bene. Bella 'a boiserie. Bello l'armadio. Belle 'e cassapanche... bello, bello, bello tutto... bravo... grazie, adesso te ne poi pure annà...».

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