Il Diavolo Veste Prada 2 convince: Miranda è ancora glaciale e magnetica, il sequel brilla tra giornalismo in crisi e creatività umana.
Meryl Streep e Anne Hathaway di nuovo insieme in un sequel brillante che aggiorna il mito: crisi del giornalismo, social e intelligenza artificiale non scalfiscono il magnetismo di Runway.
[di Vania Amitrano]
Sembrava un’impresa rischiosissima: raccontare il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada (2006), uno dei cult più amati e più visti al livello globale, che non solo ha segnato la cinematografia di inizio secolo, ma ha impresso un marchio inconfondibile nella cultura di massa con le sue frasi divenute celebri. E invece ce l’hanno fatta. Il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna sono riusciti a riportare insieme sul grande schermo Meryl Streep e Anne Hathaway, senza perdere nemmeno Emily Blunt e Stanley Tucci, e hanno attualizzato ai giorni nostri la storia dell’inarrivabile Miranda Priestly e della sua assistente Andy nel mitologico mondo di Runway.
Il diavolo veste Prada 2: trama e cast
Sono passati vent’anni esatti, tanto nella storia quanto nella realtà, e le trasformazioni tecnologiche ed economiche hanno portato cambiamenti quasi inimmaginabili a inizio secolo, anche per la visionaria Miranda. L’informazione è in crisi, i social hanno rivoluzionato (difficile dire se in bene o in male) il modo di comunicare sia pubblico che privato e sul mondo del lavoro l’impatto degli stravolgimenti economici degli ultimi due decenni è stato forse anche più dirompente.
Soluzioni brillanti
Chiaramente la dinamica narrativa è la stessa: incidente iniziale, adattamento, complotto, crisi ed epilogo finale con la soluzione che sorprende. Ma lo sviluppo non annoia e le soluzioni del racconto restano brillanti. Un dettaglio critico da affrontare non irrilevante in sceneggiatura stava nel ricreare le lapidarie e straordinarie freddure di Miranda, impossibili da superare e difficili da eguagliare. Ma anche per quelle i tempi sono cambiati, il politicamente scorretto della direttrice di Runway oggi sarebbe inaccettabile; quindi che fare? Geniale è l’idea di affiancarle un’assistente, la nuova Emily del momento (nel film Simone Ashley, già vista in Bridgerton 2), silenziosamente pronta a prevenire e correggere ogni audace battuta della direttrice. Un siparietto che garantisce già in se stesso una certa ironia e salva dal rischio che le suddette battute non siano all’altezza di quelle memorabili del primo film.
Un cast che non delude
Non delude invece lo sguardo tagliente di Stanley Tucci nuovamente nei panni dell’abile Nigel, uomo chiave di Miranda che vive, forse, ancora nella sua ombra. Ha carattere Emily Blunt e restituisce bene di nuovo un personaggio decisamente poco empatico che questa volta sfiora, anzi tocca proprio il ridicolo. È adatta nei panni della sua omonima come adatto è anche Kenneth Branagh nei panni di Stuart, nuovo compagno di Miranda.
La creatività che vince sull’IA
Il film vince anche la sfida del nuovo contesto storico, ovvero come restituire al grande pubblico un’immagine virtuosa del frivolo e ostentatamente eccessivo mondo della moda. La creatività è la chiave. Di fronte ad un’umanità che sempre più rischia di essere schiacciata dall’incalzare dell’intelligenza artificiale, pratica ed economica, la moda rappresenta una delle più sicure roccaforti in grado di difendere l’originalità e la genialità della capacità umana di generare bellezza.
Indubbiamente una soluzione semplicistica e forse proposta in maniera anche poco analitica nel film, ma parliamo pur sempre di una commedia brillante fatta più per stupire che per riflettere. Probabilmente non vincerà la sfida del tempo e difficilmente arriverà alle vette del successo del primo intramontabile capitolo, ma Il diavolo veste Prada 2 riesce comunque perfettamente nel suo intento: illumina le passerelle, propone musiche esaltanti e diverte con personaggi e una storia gradevoli.
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