IA e diritti nel cinema: Hollywood difende volti, voci e creatività

Cate Blanchett fonda RSL Media e Cannes apre il dibattito: il cinema mondiale affronta la sfida dell'IA e dei diritti degli artisti.

Da Cate Blanchett agli Oscar, il mondo del cinema traccia i confini dell'intelligenza artificiale tra consenso, identità e futuro dei diritti creativi.

[di Alessandro Massimo]

C'è qualcosa di profondamente paradossale nel fatto che il cinema, l'arte che per eccellenza ha costruito il mito dell'identità, del volto, del gesto, si trovi oggi a dover difendere per legge ciò che fino a ieri sembrava inviolabile: il diritto di un essere umano a restare se stesso. O almeno, a decidere quando smettere di esserlo.

Mentre sulla Croisette di Cannes si proiettavano i nuovi film di Asghar Farhadi e Hamaguchi, e mentre Peter Jackson riceveva la Palma d'Oro alla carriera con la serenità di chi ha attraversato indenne ogni rivoluzione tecnologica, Hollywood scendeva di nuovo in campo sul fronte dell'intelligenza artificiale e dei diritti dei lavoratori creativi. Cate Blanchett, già promotrice di campagne contro lo sfruttamento del lavoro creativo da parte delle grandi aziende tech, ha co-fondato RSL Media, un'organizzazione no profit con un obiettivo dichiarato e nella sua semplicità quasi radicale: costruire uno standard di consenso umano per l'uso dell'IA. Un registro pubblico, gratuito, aperto a chiunque voglia mettere un confine tra la propria identità e gli algoritmi che la consumano. Accanto a lei si sono schierati George Clooney, Meryl Streep, Tom Hanks, Viola Davis, Helen Mirren, Emma Thompson, Steven Soderbergh. Il registro, RSL Human Consent Standard, sarà operativo a giugno. Funzionerà come un semaforo: verde, giallo o rosso, leggibile dalle macchine come da qualsiasi essere umano.

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La co-fondatrice e CEO Nikki Hexum ha messo a fuoco il punto politico più importante: "Il diritto di decidere se l'IA può usare il tuo lavoro o la tua identità non dovrebbe essere riservato solo a chi può permettersi un avvocato. È un diritto umano fondamentale." È una frase che vale la pena trattenere, perché sposta il problema dal piano delle star al piano di tutti. L'IA non minaccia solo i volti noti,  minaccia chiunque abbia mai prodotto qualcosa di riconoscibile: una voce, una scrittura, un gesto.

Sullo stesso orizzonte si muove l'Academy, che poche settimane fa ha aggiornato le regole degli Oscar: nelle categorie di recitazione saranno ammissibili solo i ruoli interpretati da esseri umani, con il loro consenso esplicito; le sceneggiature devono portare la firma di una persona in carne e ossa. La mossa non è indifferente al contesto: poco prima era circolato il trailer di As Deep as the Grave, film indipendente in cui Val Kilmer — scomparso nell'aprile del 2025 — torna a recitare grazie all'IA generativa, con il consenso della famiglia [clicca qui per leggere l'articolo]. Un caso che aveva già aperto molte domande sul confine tra omaggio e sostituzione. Eppure l'Academy non bandisce l'intelligenza artificiale dal processo creativo, gli strumenti generativi possono ancora supportare effetti visivi e post-produzione, purché l'apporto umano resti centrale. Non è una condanna, è un tentativo di definizione. Un confine tracciato non per paura, ma per necessità di senso.

E poi c'è Cannes, dove il dibattito si fa ancora più viscerale. Il direttore artistico Thierry Frémaux ha indicato come rischio principale dell'IA "le menzogne che può produrre", rivendicando la vicinanza del Festival agli artisti e alle categorie su cui l'impatto tecnologico si fa più diretto. Peter Jackson ha proposto una distinzione che merita attenzione: l'IA nel cinema "non è diversa dagli altri effetti speciali", ma è fondamentale proteggere i diritti degli attori sulla propria immagine. Il confine non è la tecnologia: è il furto.

RSL MEDIA

C'è qualcosa di antico in tutto questo, se ci si ferma a guardarlo da lontano. Walter Benjamin, filosofo tedesco che negli anni Trenta del Novecento teorizzò la perdita dell'"aura" dell'opera d'arte nel momento in cui la tecnica ne permette la riproduzione infinita. Aveva già intuito che ogni rivoluzione tecnologica mette in crisi non l'arte in sé, ma la sua unicità, la sua irripetibilità. La preoccupazione di oggi risuona esattamente con quella di allora. Allora era la fotografia. Poi il sonoro, il colore, il digitale. Oggi è l'IA generativa. Il cinema ha sempre attraversato queste rivoluzioni senza scomparire, reinventandosi ogni volta. Ma il punto di resistenza è rimasto invariato: la necessità che qualcuno, un corpo, una voce, uno sguardo, abbia vissuto davvero ciò che il film mostra.

RSL Human Consent Standard non è una risposta definitiva. È un primo passo. Un semaforo in un incrocio che fino a ieri non aveva segnaletica. Il cinema sopravviverà all'intelligenza artificiale come è sopravvissuto a tutto il resto. Ma solo se continuerà a mettere al centro storie raccontate da persone, per altre persone. Il consenso, in fondo, è sempre stato la condizione dell'arte. Prima ancora che della tecnologia.

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