A Cannes 2026 il doc. di Soderbergh sull'ultima intervista di John Lennon. Il 10% del film è generato con l'IA di Meta. Il regista difende la scelta
Steven Soderbergh approda a Cannes 2026 con John Lennon: The Last Interview. Il dieci per cento del film è generato dall'intelligenza artificiale, in collaborazione con Meta. Le polemiche sono arrivate prima della proiezione. Il regista risponde: «Devo onestà al pubblico».
[di Alessandro Massimo]
New York, otto dicembre del 1980. Un appartamento al Dakota Building, Central Park West. Dentro, John Lennon e Yoko Ono. Hanno da poco consegnato al mondo Double Fantasy. Si sentono al sicuro. Sono felici. Davanti a loro, tre giornalisti della RKO Radio, accreditati personalmente da David Geffen, e un microfono. Parlano per quasi tre ore. Di amore, di paternità, di arte, di pace, di musica che non c'è ancora. Ride, John. La voce è limpida, intima, il registratore restituisce ogni dettaglio dell'aria della stanza. È la conversazione di chi ha smesso di avere filtri.
Di lì a poche ore, John Lennon morirà.
Per quarantacinque anni, di quell'intervista non si è mai sentito tutto. Frammenti, sì. La versione integrale, mai. Poi un giorno il telefono di Steven Soderbergh squilla. Dall'altra parte, il manager-produttore Michael Sugar: c'è un'opportunità. Vuoi farne un film? Soderbergh ascolta il nastro, controlla la qualità sonora e dice di sì in fretta. Il motivo è semplice: voleva disperatamente sentire cosa avessero da dire.
Quel film si chiama John Lennon: The Last Interview. Avrà l'anteprima al Festival di Cannes, che apre i battenti il 12 maggio. Ed è già il documentario più discusso di un'edizione che ancora non è cominciata.
Il problema dei dieci minuti
Il nodo cruciale, racconta il regista in una lunga intervista a Deadline, era trasformare un audio in cinema. Con la fiducia degli eredi, Sean Lennon e Yoko Ono, Soderbergh ottiene accesso al patrimonio iconografico della famiglia. Mette insieme oltre mille immagini d'archivio. Riduce le due ore e quarantacinque dell'intervista a una durata sostenibile, rispettando però la cronologia, il ritmo, le pause. Lavora a strati: l'audio originale, le testimonianze dei tre giornalisti che erano nella stanza quel giorno, le fotografie, qualche video. Ottiene un montaggio coeso. Tranne in un punto.
Il dieci per cento del film. Le sezioni in cui Lennon e Ono volano nell'astratto, parlano per metafore, dicono cose che nessun materiale d'archivio è in grado di accompagnare. Lì, l'archivio si arresta. E i fondi messi a disposizione dalla produzione stanno finendo. Il salvagente inaspettato ha le fattezze di Meta, che ha appena sviluppato strumenti di video generativo e cerca un regista di rilievo che li metta alla prova. Soderbergh accetta lo scambio: tu mi finisci il film, io divento il vostro stress test. È così che dieci minuti scarsi del documentario nascono da prompt scritti a quattro mani con un sistema di intelligenza artificiale.
Surrealismo tematico
Cosa si vede, in quei minuti? Bambini di un anno vestiti come se fossero appena scesi da una via londinese del 1968, in piena crisi di pianto. Uomini delle caverne che mettono in scena, in modo grottesco, quello che John dice sui comportamenti maschili. Un pianoforte che esplode al contrario, in stile crash test. Cerchi di luce che diventano cerchi d'acqua, una rosa nera che si apre in un'inquadratura alla Busby Berkeley. Soderbergh chiama tutto questo "surrealismo tematico". È una dichiarazione d'intenti che vale come postilla d'autore: niente di quello che vedete è reale, niente di quello che vedete vuole ingannare l'occhio umano.
Eppure le polemiche sono arrivate prima del film. La parola IA applicata a Lennon ha attivato il riflesso peggiore: l'accusa di volerlo riportare in vita sinteticamente. Ma la posizione di Soderbergh è netta: c'è un uso dell'intelligenza artificiale che vuole ingannare lo spettatore, e c'è un uso dichiarato, evidente, paragonabile a quello dei VFX o della CGI. Lui sta nel secondo. La regola numero uno, ripete, è la trasparenza. «Devo onestà al pubblico», dice. È quello che deve a sé stesso, a Sean, a Yoko. Ed è quello che deve allo spettatore in sala.
Sean Lennon, interrogato dal regista su cosa avrebbe pensato suo padre di tutto questo, ha risposto con una frase che pesa: avrebbe voluto giocarci. I Beatles, dice il figlio, hanno sempre amato le tecnologie nuove. Le quattro tracce, le otto tracce, i fuzz, i sintetizzatori, le registrazioni a velocità variabile. La macchina, per loro, era un altro strumento da provare, da rompere, da scoprire.
La voce e l'algoritmo
Il pubblico rifiuterà questo patto visivo, vivendolo come una profanazione? Soderbergh non lo sa. Vuole saperlo. È per questo, dice, che bisogna lavorarci sopra. "Provare, e sbagliare in fretta", citando un mantra della Pixar.
La sua speranza è chiara: che una volta finiti i titoli di coda si parli di cosa Lennon e Ono dicono, non solo di come il contenitore è stato fatto. Perché in quelle parole, sostiene, c'è un testamento di un'attualità disarmante. La paternità come atto creativo, la pace come scelta quotidiana, l'amore come motore. La testardaggine di chi non vuole smettere di credere che il mondo si possa cambiare cantando.
C'è una stanza, a New York, l'otto dicembre del 1980. Dentro, due voci. Una si fermerà poche ore dopo. L'altra continuerà a parlare per quarantacinque anni. Adesso c'è un film che le riporta entrambe in superficie, accompagnate, per il dieci per cento del tempo, da un sogno dipinto da una macchina.
L'intelligenza artificiale ha provato a illustrare i pensieri di un uomo che stava per morire. Ma la vera magia non sta nell'algoritmo. Sta in quella voce senza filtri, che sopravvive al nastro magnetico e ai prompt dei computer.
La risposta su chi abbia vinto, tra l'artificio e l'anima, forse, ce la darà la sala buia di Cannes.
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