Jafar Panahi e l’ultimo atto di coraggio: il ritorno in Iran tra arte e prigione

Jafar Panahi torna in Iran: rischio carcere per il regista Palma d'Oro. Una sfida al regime nel nome della libertà dell'arte.

Il regista di "Un Semplice Incidente" sfida la condanna a un anno di carcere e rientra in patria dopo il successo a Cannes. 

[di Redazione]

Jafar Panahi

Il cinema, quello vero, non si chiude mai dentro i confini rassicuranti di un set. A volte diventa un atto di sfida che si paga sulla propria pelle. Jafar Panahi, il più ostinato dei registi iraniani, ha scelto di varcare nuovamente il confine del suo Paese, sapendo perfettamente che dall'altra parte della dogana lo attende la cella di un carcere. Dopo mesi trascorsi tra Stati Uniti ed Europa per accompagnare il trionfo del suo ultimo capolavoro, Un Semplice Incidente  - It Was Just An Accident, premiato con la Palma d'Oro, Panahi è rientrato in Iran via terra, attraverso la Turchia, sfidando un mandato d'arresto già esecutivo.

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È una scelta che lascia senza fiato per la sua coerenza brutale. Altri avrebbero scelto l’esilio dorato, la sicurezza delle capitali europee, ma Panahi ha deciso di onorare la promessa fatta prima degli Oscar: tornare a casa, nonostante una condanna in contumacia a un anno di reclusione inflitta dalla Corte Rivoluzionaria lo scorso dicembre. L’accusa è la solita, logora formula usata dai regimi per silenziare la bellezza: «propaganda contro lo Stato». In realtà, la sua unica colpa è aver fatto cinema, aver acceso una macchina da presa senza chiedere il permesso a chi ha paura delle immagini.

It Was Just An Accident è figlio di questo clima di assedio. Girato in segreto l'anno scorso, privo di qualsiasi autorizzazione ufficiale, il film è nato tra interrogatori e arresti lampo dei membri della troupe. Persino le attrici sono state convocate dal Ministero dell'Intelligence nel tentativo di sabotare un'opera che il regime considera un attacco e che il mondo ha invece riconosciuto come una vetta artistica.

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Panahi incarna oggi il martirio laico dell’artista che non accetta compromessi. La sua non è una provocazione gratuita, bensì una testimonianza necessaria. Mentre la macchina repressiva iraniana cerca di distruggere lui, la sua famiglia e la sua arte, il suo ritorno a Teheran trasforma la prigionia in un atto di regia suprema. Si può incarcerare un uomo, si può sequestrare un passaporto, ma è impossibile spegnere la luce di un film che ha già fatto il giro del mondo. Ora non resta che sperare che l'incolumità di questo uomo coraggioso venga preservata, anche se il buio che avvolge il suo destino appare quanto mai fitto.

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