David di Donatello 2026: il cinema italiano brilla a casa propria e sparisce nel mondo

I David 2026 premiano il meglio del cinema italiano. Ma Berlino, Cannes e la Biennale dicono altro. Un'analisi.

Sossai, Sorrentino, Amelio, Bozzetto: una stagione ricca di talento. Ma Berlino e Cannes hanno già chiuso le porte e alla Biennale nessun artista italiano è stato invitato. Cosa sta succedendo? 

[di Alex M. Salgado]

David Di Donatello 2026

Il 6 maggio Cinecittà si veste a festa. Il Teatro 23, inaugurato proprio per l'occasione, accoglierà la 71ª cerimonia dei David di Donatello, con Flavio Insinna e Bianca Balti alla conduzione e la diretta su Rai 1 in prima serata. Il giorno prima, al Quirinale, Sergio Mattarella riceverà tutti i candidati nel consueto saluto che precede la notte dei premi. Un rito che si ripete, ogni anno, con la solennità discreta delle cose importanti.

E questa edizione è importante davvero. Non solo per i numeri, 29 film candidati, 16 nomination al film di punta,  ma per quello che racconta del cinema italiano di oggi. Un cinema che sa ancora fare cose belle. Un cinema che, a guardarlo dall'interno, ha di che essere fiero.

Il problema è che bisogna guardarlo anche dall'esterno.

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Una stagione da incorniciare

A guidare la corsa è Le città di pianura di Francesco Sossai, con 16 candidature che comprendono Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale e i due attori protagonisti, Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano. Non un film di nicchia sconosciuto ai più, ha avuto un percorso dignitoso nelle sale, ma la conferma che esiste un cinema italiano capace di sguardo autoriale senza rinunciare al pubblico. 

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Dietro di lui, La Grazia di Paolo Sorrentino con 14 nomination e Le Assaggiatrici di Silvio Soldini con 13. Più distanziati ma presenti Fuori di Mario Martone, Cinque Secondi di Paolo Virzì e La Città Proibita di Gabriele Mainetti.

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Una pattuglia di autori di valore reale. Nomi che non si scusano di esistere.

Bruno Bozzetto - David Speciale
A completare il quadro, due riconoscimenti che valgono più di qualsiasi statuetta competitiva. Gianni Amelio riceverà il Premio alla Carriera: regista dalla visione profondamente umanistica, ha attraversato il cinema italiano dagli anni Ottanta con una coerenza morale rara, da Il ladro di bambini a Lamerica, fino a Campo di battaglia. Il David Speciale va invece a Bruno Bozzetto, dal Signor Rossi ad Allegro non troppo, uno dei rari artisti italiani che ha portato l'animazione all'altezza di un linguaggio universale, riconosciuto fino a Hollywood e alla Berlinale. Due carriere che parlano al presente più di molti film recenti.

Il David dello Spettatore, assegnato al film italiano più visto in sala, va a Buen Camino di Gennaro Nunziante con Checco Zalone. A ricordarci che il pubblico è una categoria che vale la pena non ignorare.

Fuori dalle stanze che contano

Eppure, mentre Cinecittà lucida le statuette, qualcosa stride.

A febbraio, alla Berlinale, nessun film italiano era in competizione ufficiale. A maggio, a Cannes, il festival più importante del mondo, la vetrina che definisce il cinema d'autore internazionale, la situazione si ripete: selezione ufficiale completata, italiani formalmente assenti. L'unica presenza tricolore è un cortometraggio di Antonio Donato con Oh Boys alla Quinzaine, più alcune partecipazioni marginali a coproduzioni internazionali. Gli addetti ai lavori l'hanno chiamata, senza mezzi termini, una débâcle storica.

Biennale Arte
Sulle nostre pagine abbiamo scritto nei giorni scorsi della 61ª Biennale Arte di Venezia. Tra i 110 artisti invitati dalla curatrice Koyo Kouoh a rappresentare l'arte contemporanea mondiale, non figura nessun italiano. Nessuno. La coincidenza è rivelatrice: cinema e arti visive sono linguaggi diversi, ma condividono le stesse infrastrutture di visibilità internazionale, le reti di coproduzione, le residenze, i rapporti con i curatori e i selezionatori stranieri, i fondi per la promozione all'estero. Quando quella rete non c'è o non funziona, il risultato è identico: si resta fuori. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di sistema.

Non è sfortuna. Non è un anno storto. È un segnale che si ripete con la frequenza sufficiente a smettere di chiamarlo coincidenza. Il problema è strutturale, riguarda la capacità di produrre, distribuire e promuovere il cinema italiano fuori dai confini nazionali, di costruire quelle reti internazionali di coproduzione e di visibilità critica che portano un film dalla sala alla Croisette. Ma riguarda forse anche qualcosa di più profondo: la capacità di raccontare storie che parlino al mondo senza perdere la propria voce. Che è la cosa più difficile, e la più necessaria.

Un cinema vivo che guarda da dentro

I David di Donatello non sono il problema. Sono, anzi, una delle poche istituzioni culturali italiane che funziona con regolarità e credibilità. Premiare Sossai, Sorrentino, Martone, Virzì, onorare Amelio e Bozzetto, è un atto di cura verso un patrimonio che esiste e vale.

Ma una cerimonia, per quanto bella, è anche una fotografia. E questa fotografia ritrae un cinema che sa ancora emozionare, sorprendere, pensare, dentro casa propria. Il 6 maggio Cinecittà festeggerà tutto questo, giustamente.

Cannes, nel frattempo, andrà avanti senza aspettarlo.

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